Le città invisibili
by Italo Calvino
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Città reali scomposte e trasformate in chiave onirica, e città simboliche e surreali che diventano archetipi moderni in un testo narrativo che raggiunge i vertici della poeticità.

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marcovalentimarcovalenti wrote a review
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Forse il libro che ho letto più volte
Inno alla fantasia, stimolo ad innumerevoli combinazioni di ragionamento, evocativo, onirico e intellettuale, compendio provato delle future sei lezioni americane di Italo Calvino (Six memos for the next millenium – Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità , Molteplicità, Coerenza).

Calvino, partendo dal Milione, immagina che Marco Polo discuta con Kublai Khan, re dei Tartari, e a questi narri delle città che l’imperatore di uno sterminato territorio non farà in tempo a vedere. Relazioni di viaggio. Un dialogo tra i due apre, e un altro chiude, ciascuno dei nove capitoli del libro. Il rapporto tra i due e il dispiegamento di informazioni, umori, preoccupazioni e ansie dell’imperatore sono quello che tiene insieme il romanzo. Questi dialoghi potrebbero esser letti a prescindere dal libro e costituirebbero, da soli, una narrazione compiuta. Il corpo di ogni capitolo, chiaramente, sono le città. In tutto cinquantacinque città, immaginarie, dal nome di donna. Siamo nella letteratura del gioco combinatorio.

La presentazione di una delle copie diverse che possiedo di questo libro (un Oscar Mondadori del millennio corrente) utilizza il testo di una conferenza che Calvino tenne agli studenti della Colunbia University, il 29 marzo 1983, su questo libro, undici anni dopo la sua prima uscita per Einaudi. Ne cito due brani soltanto.
“Credo che non sia solo un’idea atemporale di città quello che il libro evoca, ma che vi si svolga (…) una discussione sulla città moderna. (…) Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e Le città invisibili sono un sogno che nasce dalle città invivibili”.
Già questo basterebbe, oggi, a rendere il libro indispensabile.

La città è infatti in ciascuno di noi come idea di comunità, di progetto, di sviluppo collettivo. Insita. Sia che la abitiamo sia che ne visitiamo alcune in giro per il mondo. Tuttavia ciascuno ha della stessa un suo vedere e una ricerca di risposte alle proprie domande. E case e palazzi e piazze a volte sogna, come quinte dei propri sentimenti notturni, o vagheggia e immagina.

Le 55 città di Calvino sono appunti, poesie in prosa, e di ognuna solo un modo, un aspetto, una caratteristica. In più un indizio di legame, dichiarato ogni volta, tra la città e qualcosa: la memoria, il desiderio, i segni, gli occhi, i morti, il nome o il cielo. Poi città diverse: sottili, continue, nascoste. In base a questi sottoraggruppamenti ogni lettore, se vuole, può giocare a percorrere diversamente la lettura o la rilettura.

Se la città è (anche) un simbolo, infatti, nel libro ci sono cinquantacinque sfaccettature simboliche, punti di vista, desideri diversi rivolti alla stessa città e, da questo, un racconto smontabile e rimontabile come mattoncini Lego, come un film di Fellini (penso a Lavoce della luna), come la vita.

Le città invisibili possono essere un’unica città, o il modo di guardare la città; il modo di interrogare la città è il modo di interrogarsi come cittadini della vita. Sulla vita.
Allo stesso modo di come una esposizione di 55 quadri è unica ed insieme è unico ciascun dipinto le città di Calvino ti restano nell’anima.
Letto la prima volta al primo anno nella facoltà di Architettura; adoperato nell’insegnare Arte; citato a brani e frasi per motivare comportamenti civici coesi e coerenti. Le città invisibili è sul mio comodino da più di trenta anni: in continua lettura.
“Kublai domanda a Marco: — Quando ritornerai a Ponente, ripeterai alla tua gente gli stessi racconti che fai a me?
— Io parlo, parlo, — dice Marco, — ma chi m'ascolta ritiene solo le parole che aspetta. Altra è la descrizione del mondo cui tu presti benigno orecchio, altra quella che farà il giro dei capannelli di scaricatori e gondolieri sulle fondamenta di casa mia il giorno del mio ritorno, altra ancora quella che potrei dettare in tarda età, se venissi fatto prigioniero da pirati genovesi e messo in ceppi nella stessa cella di uno scrivano di romanzi d'avventura. Chi comanda al racconto non è la voce: è l'orecchio”.

Una ultima dichiarazione, ininfluente: la mia città preferita, da sempre, ha nome Zemrude.
Fausta Rosa MundaFausta Rosa Munda wrote a review
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Matteo CelesteMatteo Celeste wrote a review
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Le mie impressioni su "Le città invisibili"...
Guardo fuori dalla finestra e, influenzato dalla lettura appena terminata de “Le città invisibili” di Italo Calvino, vedo una città, una porzione di essa, più esattamente, alla quale sono incerto se dare il nome di Torino, perché dalla mia prospettiva potrei chiamarla in un altro modo, giacché, come afferma Marco Polo, il quale, alla corte di Kublai Kan, gli racconta di tutte le città che ha visitate – tutte città possibili –, è pensabile che una stessa città, vista da prospettive diverse, con occhi diversi, possa giustificare l’affibbiarle un nome diverso.
E in effetti non possiamo non domandarci nel corso della lettura di quest’opera se ciò di cui ci sta parlando Marco Polo è un’unica città vista da angolazioni diverse, da panorami dissimili, o se, al contrario, queste città occupano davvero spazi distinti. Al girare la pagina scorgiamo città possibili di cui Marco Polo resoconta il Gran Kublai Kan, e come Kublai Kan, e persino come lo stesso Marco Polo, ci poniamo quell’interrogativo ontologico: siamo interessati a capire se quelle città sono molte città o la stessa, vista da prospettive diverse, da visuali mutate ma millimetricamente continue, oppure ancora una babele di costruzioni, linee, architetture, persone e animali e cose che abitano una medesima città frantumatasi nelle troppo poche pagine di questo incantevole libro, nelle righe nere e bianche di cui constano le sue singole pagine, a riflesso della frammentazione prismatica che ha subìto la memoria del viaggiatore Marco Polo.
Così, noi che leggiamo siamo catapultati all’interno di queste “città invisibili”, continuando a scervellarci su quell’interrogativo, perché nel mostrarsi contraddittorie, caratteristiche, riconoscibili, queste città, mostrano tuttavia una connessione più profonda, più forte, che le rende tutte simili: forse è il fatto che ciascuna città è il concretarsi di un sogno immaginato che può portare con sé tanto desideri quanto paure, perché in effetti «tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.»
E poi, oltre le linee sinuose, curve, spiraliformi, spezzate, tangenti che costituiscono queste città invisibili con i loro pinnacoli e porti e ponti e chissà quante altre cose a popolarle, al di là delle loro tubature e maioliche en plein air per aggraziarsi forse – o così si dice – le naiadi e le ninfe che cantano felici sotto quei fili d’acqua gettantisi dai soffioni e spazzolati dall’aria, e i desideri e i sogni che quelle città alimentano o che sono alimentati dalle città stesse, Marco Polo non tace sulle relazioni tra persone che le rendono vive, quei fili che a volte soli rimangono a costituire l’ossatura di una città spoglia di tutto il resto.
Con occhi nuovi, allora, arricchiti, volgiamo l’ultima pagina. Avremo spostato gli occhi centinaia di volte, nel frattempo, e pare che centinaia di città siano passate dinanzi al nostro sguardo e ancora non sappiamo se ci troviamo nello stesso posto o se invece ci siamo spostati, siamo andati altrove, se il suolo che calpestiamo ora è diverso da quello che calpestavamo prima. Insomma, se è mutato il nostro sguardo, noi, o lo spazio intorno a noi; oppure ancora entrambe le cose insieme.
A questo punto però mi ritrovo a guardare ancora fuori della finestra quella porzione di spazio che, per quanto ne posso sapere, potrebbe rappresentare l’intero universo esistente, e che ancora penso se chiamarla Torino o in altro modo, e mi ritornano in mente le parole di Marco Polo, ancora una volta, ancora acute, rivelatrici: «D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.»
Allora capisco perché sono arrivato alla fine, perché ho chiuso il libro dopo aver apprezzato questo viaggio e per quale motivo sto scrivendo ora queste poche parole per spronarvi alla sua lettura.