Le città invisibili
by Italo Calvino
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"Le città invisibili si presenta come una serie di relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Kan imperatore dei Tartari. ... A questo imperatore melanconico, che ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andando in rovina, un viaggiatore visionario racconta di città impossibili ... Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d'un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell'economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi." (Italo Calvino)

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Alex-NoirAlex-Noir wrote a review
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Solitamente questo genere di libri non rientra tra i miei preferiti, cerco più le storie con una trama da seguire dall’inizio alla fine.
Tuttavia non posso dire di essere rimasto deluso da Le Città Invisibili, o che non mi abbia lasciato niente.

Il libro conferma l’incredibile capacità di Calvino di creare delle immagini simboliche, metaforiche, misteriose e che fanno volare la fantasia e lo fa con uno stile sempre ricercato evocativo, poetico.

Alcuni componimenti su delle città sono delicatissimi e ti sorprendono, quando pensi che sia solo un gioco, ci leggi dietro una verità sul mondo che ti circonda. Le città in fondo sono metafore della vita che viviamo, forse un inferno in Terra, parafrasando il finale di quest’opera, ma dal quale possiamo estrarre delle piccole, preziosissime, parentesi di bellezza.

Non lo andrò a considerare comunque come uno dei libri meglio riusciti di Calvino. Credo che per lui sia stato un libro sperimentale, forse anche un gioco e un divertimento. Ho provato a dilungare la lettura il più possibile, perché questo è un libro che va apprezzato con calma, leggendosi poche città alla volta e lasciandosi trasportare dall’immaginazione e dalla riflessione. Se si fa incetta di 40 pagine a volta, credo che dopo un po’ si risulti bombardati da immagini surreali che finiscono per stancare.

Ed ammetto che in effetti non ho trovato tutte le città e tutti i racconti con la stessa potenza evocativa; alcuni scorrono dicendoti poco, strappandoti magari un mezzo sorriso, ma si dimenticano in poco tempo.

Ciò che veramente ho finito per attendere durante la lettura erano le piccole parti con i dialoghi tra Marco Polo e Kublai Khan. Li ho trovati geniali, molto suggestivi. Il dialogo sul tempo e sul senso del viaggio per riscoprire il passato e ritrovare il futuro, secondo me è memorabile.
MauriziaMaurizia wrote a review
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In cammino tra le città invisibili – Un omaggio ad anobii
Si può essere più bravi di così a raccontare il cammino dell'uomo?
Il cammino raccoglie e contiene in sé le tre dimensioni del tempo: il presente, il passato e il futuro. Marco ha deciso di viaggiare e, alla domanda del Kan: "Viaggi per rivivere il tuo passato?" e che avrebbe anche potuto essere. "Viaggi per ritrovare il tuo futuro?", risponde:"l'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà." Le città e la memoria.

Chi è l'imperatore? Siamo noi come l'imperatore che in un momento della nostra vita, che "segue all'orgoglio per l'ampiezza dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo, presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli?"

Si può essere più bravi di così a raccontare il cammino dell'uomo?

Ogni città è un simbolo, uno stato dell'animo ed un'esperienza vissuta intensamente, un modo di essere, un peccato, una gioia, una conquista e una sconfitta, un amore corrisposto e una disillusione, un sogno e un illusione, la pace e la guerra, "invidia per chi è stato una volta felice, desideri che diventano ricordi", -Isidora-; "strade deserte che si popolano di carovane, vie che portano al mercato ad incontrare gente che ti guarda dritta negli occhi", -Dorotea-; "un passato che non si dice ma sta scritto negli spigoli di ogni casa, nelle griglie delle finestre, ogni segmento rigato di graffiti”,-Zaire- e poi c'è -Anastasia- "la città ingannatrice, si lavora sodo per otto ore al giorno e la fatica dà forma al desiderio e a sua volta prende forma da quella"; ancora - Cloe – "la più casta delle città, se gli uomini cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia di inseguimenti, di finzioni, di malintesi e la giostra delle fantasie si fermerebbe" e poi, infine,-Berenice- una successione nel tempo di città giuste ed ingiuste e tutte strette pigiate ed indistricabili, una città ingiusta che germoglia in segreto nella segreta città giusta..ma se si scruta in questo nuovo germe del giusto vi si scopre una macchiolina che si dilata come la crescente inclinazione ad imporre ciò che è giusto attraverso ciò che è ingiusto".

"Forse questo giardino esiste sotto le nostre palpebre abbassate viaggiando ci si accorge che le differenze si perdono, il tuo atlante custodisce le differenze: quell'assortimento di qualità che sono come le lettere del nome", dice il Kan. Vanità e inconsistenza dell'esistenza e "tutto è inutile se l'ultimo approdo non può essere che "la città infernale, ed è là in fondo, in una spirale sempre più stretta, che ci risucchia la corrente”. A questa affermazione del Kan, Polo risponde: “l'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui e ci sono due modi per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo esige attenzione e apprendimento continui, cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno e non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".

Un libro che avevo letto, ma se non si hanno gli anni per leggere e se non avessi avuto la possibilità di camminare in questo mondo virtuale saltando da un gradino all'altro, innalzandosi e sprofondando, sorridendo e ammiccando, riscoprendo e rivivendo, amando ed odiando, affermandosi e negandosi, guardandosi e ignorandosi, non sarei mai riuscita a coglierne l'estrema bellezza ed inquietudine.
marcovalentimarcovalenti wrote a review
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Forse il libro che ho letto più volte
Inno alla fantasia, stimolo ad innumerevoli combinazioni di ragionamento, evocativo, onirico e intellettuale, compendio provato delle future sei lezioni americane di Italo Calvino (Six memos for the next millenium – Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità , Molteplicità, Coerenza).

Calvino, partendo dal Milione, immagina che Marco Polo discuta con Kublai Khan, re dei Tartari, e a questi narri delle città che l’imperatore di uno sterminato territorio non farà in tempo a vedere. Relazioni di viaggio. Un dialogo tra i due apre, e un altro chiude, ciascuno dei nove capitoli del libro. Il rapporto tra i due e il dispiegamento di informazioni, umori, preoccupazioni e ansie dell’imperatore sono quello che tiene insieme il romanzo. Questi dialoghi potrebbero esser letti a prescindere dal libro e costituirebbero, da soli, una narrazione compiuta. Il corpo di ogni capitolo, chiaramente, sono le città. In tutto cinquantacinque città, immaginarie, dal nome di donna. Siamo nella letteratura del gioco combinatorio.

La presentazione di una delle copie diverse che possiedo di questo libro (un Oscar Mondadori del millennio corrente) utilizza il testo di una conferenza che Calvino tenne agli studenti della Colunbia University, il 29 marzo 1983, su questo libro, undici anni dopo la sua prima uscita per Einaudi. Ne cito due brani soltanto.
“Credo che non sia solo un’idea atemporale di città quello che il libro evoca, ma che vi si svolga (…) una discussione sulla città moderna. (…) Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e Le città invisibili sono un sogno che nasce dalle città invivibili”.
Già questo basterebbe, oggi, a rendere il libro indispensabile.

La città è infatti in ciascuno di noi come idea di comunità, di progetto, di sviluppo collettivo. Insita. Sia che la abitiamo sia che ne visitiamo alcune in giro per il mondo. Tuttavia ciascuno ha della stessa un suo vedere e una ricerca di risposte alle proprie domande. E case e palazzi e piazze a volte sogna, come quinte dei propri sentimenti notturni, o vagheggia e immagina.

Le 55 città di Calvino sono appunti, poesie in prosa, e di ognuna solo un modo, un aspetto, una caratteristica. In più un indizio di legame, dichiarato ogni volta, tra la città e qualcosa: la memoria, il desiderio, i segni, gli occhi, i morti, il nome o il cielo. Poi città diverse: sottili, continue, nascoste. In base a questi sottoraggruppamenti ogni lettore, se vuole, può giocare a percorrere diversamente la lettura o la rilettura.

Se la città è (anche) un simbolo, infatti, nel libro ci sono cinquantacinque sfaccettature simboliche, punti di vista, desideri diversi rivolti alla stessa città e, da questo, un racconto smontabile e rimontabile come mattoncini Lego, come un film di Fellini (penso a Lavoce della luna), come la vita.

Le città invisibili possono essere un’unica città, o il modo di guardare la città; il modo di interrogare la città è il modo di interrogarsi come cittadini della vita. Sulla vita.
Allo stesso modo di come una esposizione di 55 quadri è unica ed insieme è unico ciascun dipinto le città di Calvino ti restano nell’anima.
Letto la prima volta al primo anno nella facoltà di Architettura; adoperato nell’insegnare Arte; citato a brani e frasi per motivare comportamenti civici coesi e coerenti. Le città invisibili è sul mio comodino da più di trenta anni: in continua lettura.
“Kublai domanda a Marco: — Quando ritornerai a Ponente, ripeterai alla tua gente gli stessi racconti che fai a me?
— Io parlo, parlo, — dice Marco, — ma chi m'ascolta ritiene solo le parole che aspetta. Altra è la descrizione del mondo cui tu presti benigno orecchio, altra quella che farà il giro dei capannelli di scaricatori e gondolieri sulle fondamenta di casa mia il giorno del mio ritorno, altra ancora quella che potrei dettare in tarda età, se venissi fatto prigioniero da pirati genovesi e messo in ceppi nella stessa cella di uno scrivano di romanzi d'avventura. Chi comanda al racconto non è la voce: è l'orecchio”.

Una ultima dichiarazione, ininfluente: la mia città preferita, da sempre, ha nome Zemrude.
Fausta Rosa MundaFausta Rosa Munda wrote a review
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