Le finestre di fronte
by Georges Simenon
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Siamo a Batum, sul Mar Nero, nei primi anni di Stalin. Adil bey è il nuovo console turco. Comincia a guardarsi intorno. Entra nel suo ufficio, «sporco di quella sporcizia lugubre che si ritrova nelle caserme e in certi uffici pubblici». Dà un’occhiata fuori e vede due persone affacciate alla finestra di fronte. «Prendevano il fresco, nell’oscurità, in silenzio». Più tardi vedrà il punto rosso di una sigaretta nel buio di quella finestra. Adil bey avverte subito un invincibile disagio, in quella città desolante, dove tutto lo respinge, dove ogni significato è dubbio e sfuggente. E si sente preso in una rete: sguardi, mezze parole, contrattempi, scene intraviste. Capisce di essere un insetto condannato a contemplare la ragnatela che lo imprigiona. Continua a guardare le finestre di fronte, con maggiore curiosità di quella che mostrano gli altri a osservare lui. Spia le spie, e intanto anche il suo corpo sembra intaccato, una cupa rabbia si unisce alla paura. E l’angoscia si espande, nulla può arrestarla. Su questa scena si consuma una storia di amore, inganno e morte.
Pubblicato nel 1933, quando la natura della Russia di Stalin era ancora ignota all’esterno, e nessuno poteva raccontarla dall’interno, questo romanzo è una prova sconcertante della precisione visionaria di Simenon. Nel ritmo torpido e maligno della vita a Batum troviamo tutti i tratti dell’ossessione poliziesca che fa da sfondo al nostro tempo. Nulla di essenziale c’è da aggiungere a questa immagine, che ha una sonnambolica sicurezza. Non vi è qui alcuna preoccupazione ideologica: sola all’opera è la capacità primordiale di cogliere un’aria, un’aura, un’essenza nascosta. Così, forse senza accorgersene, Simenon ha scritto il romanzo russo di quegli anni che altri non hanno potuto scrivere.

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Jacobass2006Jacobass2006 wrote a review
420
Praticamente assediato...

... da anobiani e non, sulla mia pregiudiziale su Simenon (l'immenso Simenon, il meraviglioso Simenon, il Simenon ovunque) mi decido a sfatare il tabù, " costretto" addirittura da un graditissimo regalo.

Devo ammettere che Simenon è bravo, il romanzo è buono... Ma non del romanzo vorrei argomentare ma del perche' ho lungamente osteggiato il pur meritevole autore.

Trattasi di un misto di vedute che mi provero' a sintetizzare.

Un lettore amatoriale come il sottoscritto, ha gettato via ( al contrario di, per es., un professore di Storia o di letteratura), un sacco di tempo dietro a fumetti, libri gialli e noir, che oggi considero pur rispettandone la dignita', letteratura minore; il tentativo di evolvere verso qualcosa di più alto, per un non letterato diventa dunque faticosissimo ed assume contorni di sgraziata, affannosa ricerca di saggi, di classici e di un po di buona narrativa moderna o contemporanea. È naturale che da quello che vai a scegliere mancherà sempre qualcosa di importante ma è irrinunciabile una selezione. I tagli possono essere dolorosi ma non mi basterebbero tre vite per recuperare il gap.

La prima selezione che mi sento di fare è quella di cercare di dividere il grano dalla crusca e cioè capire come posso evitare il pop. Non è snobismo, ma spesso l'arte e la cultura vengono assaltate da ciarlatani o, meglio, da professionisti di marketing che studiano come spacciare spazzatura per capolavori. Più grande è il successo e più bisogna tenere gli occhi aperti... A meno che non si tratti di qualche genio ispirato, la gran parte di queste meteore musicali, cinematografiche, sportive, una volta aperto l'invitante contenitore patinato nasconde un contenuto di spregevole fuffa, che molti di noi non riescono più neanche a cogliere tanto potente è il clangore mediatico che li sostiene e li rimpinza. Per contrappunto cerco cose meno luccicanti, opere prime, generi contaminati, non perdo la curiosità di battere qualche strada poco frequentata nella quale certo si possono fare incontri cattivi ( la sola è sempre da mettere in conto). Su tutto poi naturalmente vi è il gusto personale, che in modo subliminale condiziona che film vedere, che musica ascoltare, che libro leggere.

Perdonerete l'autoreferenzialita' ma prendetela come fossero delle scuse a Simenon per averlo trascurato sino ad ora... Ma mi rifarò.

JejelillaJejelilla wrote a review
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50 SFUMATURE DI GRIGIO
50 SFUMATURE DI GRIGIO ⭐⭐⭐⭐

Romanzo ambientato in Russia a Batum cittadina affacciata sul Mar Nero , nel periodo storico che vede il regime di Stalin in crescente ascesa. Storia di Adil bey nuovo console turco incapace di accettare, capire e adattarsi ad uno stile di vita decisamente precario, alla miseria di un intero popolo, alla difficoltà di comunicazione tra le persone e al continuo diffidare del prossimo per paura di soccombere. Conoscerà Sonia , sua giovane segretaria , sorella di un agente del GPU costretta ad una vita alla quale neppure lei crede….e tra i due nascerà uno stretto rapporto, con un epilogo da Simenon...


Ci si fa la propria tana. Ci si crea le proprie abitudini. Si arriva persino a non pensare più se non a sprazzi, in modo vago, come quando si sogna.


Sin dall’inizio del libro, la storia è fasciata come da un grigiore, da una cupezza che ti avvolge e sorprende : si inizia con un “grigio cemento”, polveroso soffocante, per arrivare gradualmente ad un “grigio fumo di Londra” che ti oscura, ti opprime. Questo realizzare a mano a mano la situazione di diffidenza tra le persone anche di una stessa famiglia, la paura di spie che potrebbero tradirti, la miseria in ogni angolo della città, i complotti, i tradimenti le morti improvvise e inspiegabili, il non avere neppure la voglia di pensare, di desiderare, anche solo desiderare di vivere diversamente, tutto ti avviluppa come una fitta, umida nebbia.

Come sempre Simenon è magistrale nelle descrizione, nel creare quell’ambientazione per immergersi nel romanzo. I personaggi, come al solito, sono sempre ben caratterizzati.
Idraulico Idraulico wrote a review
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AK-47AK-47 wrote a review
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Spoiler Alert
Un Simenon diverso dal solito
Un Simenon insolito, con atmosfere alla Graham Greene, in questo romanzo del 1933, ambientato nella cittadina sul mare di Batumi, nella Georgia sovietica. Adil bey, appena nominato console turco, ha notevoli difficoltà a inserirsi nella vita della città e non solo perché non conosce la lingua. Nota bene presto che tutte le persone cercano di evitarlo, non parlano se non il minimo necessario e, soprattutto, sembrano pervasi da una totale indifferenza e apatia verso tutto ciò che accade, anche di fronte a fatti delittuosi. C'è poi Sonia, la sua giovane segretaria, che sotto la maschera di irreprensibile correttezza, potrebbe nascondere un odio profondo verso di lui: in fondo, il fratello lavora nella GPU, e lei vive in casa con il fratello e la cognata, come Adil bey può constatare, essendo la sua camera da letto esattamente con le finestre di fronte a quella della donna. Tra colpi di scena e in un clima sempre più cupo, il romanzo si chiude con il ritorno di Adil bey in Turchia, mentre Sonia, nel frattempo diventata la sua amante, non sarà altrettanto fortunata.
È un'opera molto diversa dai noir consueti di Simenon, pare quasi un tentativo di imbastire una storia di spionaggio, denunciando, al tempo stesso, il regime di repressione poliziesca della Russia staliniana: un'operazione riuscita, a mio avviso, solo a metà, e più nella claustrofobica prima parte (il trovarsi dappertutto di fronte a facce ostili di sconosciuti senza capirne il motivo, tematica che non può non ricordare Kafka) che nel finale un po' melodrammatico.
PhoebesPhoebes wrote a review
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ViducoliViducoli wrote a review
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Spoiler Alert
L'altra metà di Simenon
La sterminata produzione letteraria di Georges Simenon è ancora oggi, nel nostro immaginario collettivo, indissolubilmente legata alla figura del suo più celebre personaggio, il commissario Jules Maigret. Già a partire dagli anni '30, però, Mondadori aveva iniziato a pubblicare un buon numero degli altri romanzi di Simenon, pubblicazione che era proseguita sino agli anni '60. È però essenzialmente merito di Adelphi se, da circa trent'anni a questa parte, l'autore belga è uscito dalla qualifica di scrittore di genere cui lo aveva relegato l'ingombrate successo del commissario parigino, per divenire uno scrittore a tutto tondo anche a gli occhi del pubblico italiano: sono ormai una cinquantina infatti i romanzi senza Maigret ad oggi pubblicati dall'editore milanese nella prestigiosa collana Biblioteca Adelphi, e la lista continua ad allungarsi.
Uno dei primi romanzi che ha segnato la ripresa di interesse per Simenon è questo Le finestre di fronte, edito nel 1985 in una nuova traduzione rispetto all'edizione mondadoriana del lontano 1934, (il cui titolo, con una traduzione più letterale di quella originale, era Quelli di fronte); dell'edizione Adelphi ho letto la versione, sicuramente più povera quanto a veste editoriale ma identica quanto a contenuto, stampata su licenza da Bompiani qualche anno dopo.
L'edizione originale di Le Gens d'en face risale all'autunno del 1933: Simenon pochi mesi prima ha compiuto un viaggio nel sud dell'URSS, soggiornando a Odessa, circumnavigando il Mar Nero e rientrando via Istanbul. Ha trovato una situazione nella quale la carestia, causata da fattori ambientali ma soprattutto dalle tragiche scelte di Stalin, ha ridotto buona parte della popolazione alla fame. Sono infatti gli anni della collettivizzazione forzata delle campagne, dell'annientamento dei kulaki in quanto classe deciso da Stalin; milioni di capi di bestiame sono stati abbattuti per non consegnarli allo Stato, i raccolti di grano dell'Ucraina e delle altre regioni cerealicole dell'URSS sono andati in gran parte perduti per la siccità e la disarticolazione del sistema produttivo. Soffrono soprattutto le popolazioni sud-occidentali dell'Unione Sovietica, tra cui quelle affacciate sul Mar Nero. Chiaramente Simenon non ha un quadro complessivo della situazione – la portata della carestia e le sue reali conseguenze si conosceranno solo negli anni della glasnost gorbachoviana - e neppure ne conosce compiutamente le cause, ma si trova di fronte ai segni tangibili di una tragedia, che descrive e interpreta sia con il reportage Peuples qui ont faim, che uscirà nel 1934, sia con questo romanzo.
Le finestre di fronte narra le vicende di Adil bey, giovane console della Repubblica Turca a Batum (Batuni), importante porto oggi in Georgia. La città dista pochi chilometri dal confine turco, ed all'epoca era il terminale dei pozzi petroliferi della regione caucasica circostante, dati in concessione alla compagnia statunitense Standard Oil. Adil bey giunge a Batum perché il suo predecessore è improvvisamente morto, per cause non conosciute. Nella città è completamente solo: ci sono altri due consolati, quello di Persia e quello italiano, ma il diplomatico italiano non nasconde il suo disprezzo per la Turchia e quello persiano è dedito a loschi traffici di contrabbando: entrambi inoltre lo considerano uno sciocco. Egli quindi si rinchiude nella squallida dimora consolare, dove riceve chi si rivolge a lui, per lo più contadini e poveracci di origine turca che vogliono tornare in patria (la regione, musulmana, sino alla fine della prima guerra mondiale apparteneva all'Impero Ottomano) o che gli sottopongono questioni che egli non è in grado di risolvere. È assistito da Sonia, una giovane segretaria russa messagli a disposizione dalle autorità sovietiche. La sera esce a passeggiare verso il porto, in una città sporca, dove l'elettricità viene tolta a mezzanotte, senza negozi e senza locali, nella quale la gente lo evita, dove sembra di fatto non esistano relazioni sociali, dove il degrado e la miseria si sommano ad un clima di indifferenza e paura collettiva.
Dalla sua camera senza tende vede una finestra del palazzo vicino, alla quale si affaccia spesso una giovane coppia,che a volte sembra osservarlo. Scopre in breve che si tratta del fratello di Sonia, membro della GPU portuale, e della moglie, e che anche Sonia dorme in quella stanza, parte di una kommunalka, un appartamento collettivo.
La realtà in cui vive lo deprime sempre più: scopre la cronica penuria di viveri, i poveri salari che a malapena permettono agli abitanti di vivere, la miseria di chi è costretto a cercare cibo nell'immondizia, mentre chi possiede valuta straniera può trovare ogni sorta di merce nei Torgsin, bere champagne e trovare prostitute nel locale notturno per soli stranieri. Scopre anche il volto oscuro ed ambiguo del potere sovietico, che dietro una formale cortesia non dà mai risposta alle sue richieste di diplomatico, che gli sequestra i dischi che ha fatto arrivare da Istanbul perché ”alcuni erano in spagnolo e in città nessuno parla spagnolo”, che – come gli fanno capire i suoi colleghi diplomatici - controlla tutto tramite una fitta rete di spie. Subisce, di fatto, una relazione con la disinvolta moglie del console persiano. Il rapporto con Sonia è più complesso: la segretaria è una convinta sostenitrice del regime, e ha una risposta pronta e ufficiale a tutte le obiezioni che Adil bey le fa riguardo alle condizioni materiali di vita in città. Adil bey rimane affascinato dalla minuta e scialba Sonia, sino a giungere ad essere geloso per il fatto di averla vista in compagnia di un giovane e di avere notato che quella notte non era rientrata nella sua stanza a dormire: poco dopo Sonia diviene la sua amante.
Intanto però Adil bey inizia a sentirsi spossato, a non dormire la notte, a sudare copiosamente: sospetta di essere vittima di un lento avvelenamento e da alcuni indizi ritiene che la sua avvelenatrice sia Sonia, che presume essere una spia al servizio del potere sovietico.
Il romanzo è quindi strutturato come una sorta di poliziesco, nel quale la suspense gioca un ruolo importante, ed è indubbio che l'autore intendesse rivolgersi ad un pubblico vasto e popolare, catturando la sua attenzione con una sapiente architettura quasi da giallo.
Le finestre di fronte è però al contempo un'opera molto sfaccettata, densa come lo sono tipicamente le opere di Simenon, autore di razza che riesce, avvalendosi di una prosa scarna e da molti giudicata limitata, ad accumulare strati narrativi che conferiscono a questo romanzo un indubbio spessore.
Simenon, il cui giudizio complessivo sull'esperienza sovietica è indubbiamente condizionato da un viscerale anticomunismo, ha tuttavia il merito di fare entrare il lettore nell'atmosfera ad un tempo cupa, tragica e decomposta rispetto agli entusiasmi post-rivoluzionari, che caratterizza gli anni del consolidamento della leadership di Stalin e che precedono il periodo delle grandi purghe della seconda metà degli anni '30; per fare ciò si affida ad una serie di piccole notazioni, quasi certamente derivanti dalla sua esperienza diretta, volte a definire il quadro di un contesto ambientale desolato, nel quale le persone si muovono quasi come fantasmi. La città di Batum diviene così la grande protagonista della storia, l'espressione prima, concreta, della distanza tra l'ufficialità del regime e la realtà quotidiana. Un elemento significativo in questo senso sta proprio, a mio parere, nella scelta di questa città come luogo dell'azione: Simenon durante il suo viaggio aveva visitato città senza dubbio più importanti e conosciute, in primis Odessa, eppure sceglie di ambientare il romanzo nella semisconosciuta Batum, proprio perché è suo interesse descriverci l'estrema periferia dell'impero, dove la rivoluzione non è stata fatta, ma in qualche modo si è sovrapposta ad un mondo antico, affatto diverso per storia e cultura rispetto a quello di Mosca o Pietrogrado. La Batum descritta da Simenon è di fatto una città morta, di più, una non-città nella quale i soli punti di riferimento sono il porto, in cui stazionano le poche navi straniere che caricano il petrolio, la statua di Lenin – descritto come un ometto qualunque - e la casa dei sindacati. Le altre parti della città sono solo vicoli sporchi e scuri, in cui scivolano le ombre degli abitanti, spesso descritti con tratti quasi caricaturali, con teste rasate e vestiti logori. Anche il clima contribuisce a definire questo senso di desolazione e di disagio: Batum è sempre troppo calda o troppo fredda, spesso piove a dirotto, e mai il protagonista vi si trova a suo agio. I rari elementi naturali, quali il mare, sono sempre descritti come sporchi, in qualche modo contaminati dalla miseria della città. Nel romanzo abbondano poi metafore e immagini che acuiscono il senso di sospetto e di desolazione che lo caratterizzano: le finestre di fronte del titolo, dalle quali gli altri possono osservare la vita delle persone sin negli aspetti più intimi, chiara metafora della capillarità poliziesca del potere staliniano, oppure l'immagine forte del cavallo morto che Adil bey incontra in una delle sue solitarie passeggiate cittadine. Vi è anche la descrizione di due momenti ufficiali, un funerale all'inizio del romanzo e le manifestazioni per l'arrivo in rada di unità della flotta militare, che servono a Simenon per rimarcare la distanza che a suo modo di vedere queste cerimonie hanno assunto rispetto ad analoghi riti del mondo occidentale.
In questa non-città Adil bey incontra solo personaggi ostili o ambigui, la cui ambiguità non è in molti casi sciolta dall'autore, che pur narrando in terza persona rinuncia ad essere onnisciente per consegnarci una storia della quale molti lati rimangono oscuri. Così non sapremo mai il ruolo effettivamente giocato nelle vicende da John, l'americano addetto commerciale della Standard Oil, e possiamo solo intuire chi sia veramente Nejla, la moglie del console persiano. Ma soprattutto non sapremo mai veramente se Sonia fosse realmente una spia e quale effettivamente sarà il suo destino.
Il personaggio di Sonia (il cui nome Simenon mutuò da quello della sua guida russa durante il viaggio e, conoscendo i suoi rapporti con le donne, c'è da credere che non abbia mutuato solo il nome…) è insieme a Batum il vero protagonista del romanzo, che l'autore caratterizza conferendole una carica di ambiguità risultato delle diverse pressioni cui è drammaticamente sottoposta: la pressione di un potere pervasivo che penetra sin nella sua famiglia, nel quale tuttavia da un certo punto di vista ella crede e di cui (forse) è complice, contrapposto alla pressione data dall'evidenza dell'incommensurabile distanza tra gli slogan e la realtà. Sonia non può sopportare che Adil bey le sbatta in faccia la realtà delle cose, e finché può reagisce rifugiandosi dietro il muro delle risposte ufficiali, rifiutandosi di confrontarsi davvero con la realtà; più tardi, quando questo muro difensivo si sgretola, non può che cercare di annientare chi lo ha sgretolato, perché il dolore e la rabbia che prova per ciò che finalmente non può non vedere è insopportabile, ma anche a causa del sentimento di sufficienza e superiorità con cui Adil bey tratta lei e il mondo in cui vive. Il sentimento di amore/odio che Sonia nutre per Adil bey è speculare al sentimento di amore/odio che nutre per la società in cui vive, capace di suscitare gli ideali più gloriosi per tradirli del tutto nella quotidianità. Sonia è quindi il personaggio nel quale si amalgamano più drammaticamente i due piani principali lungo i quali è costruito il romanzo: quello più propriamente politico, di descrizione dal di dentro della realtà di miseria di quella parte dell'URSS, che per Simenon diviene occasione di denuncia del modello, e quello più legato alle conseguenze esercitate da quella realtà sui singoli, sui loro sentimenti, sulla loro vita: in ciò, nella fatica che fa il lettore a comprendere ed accettare la psicologia di Sonia, costretta a tentare di uccidere le cose che ama, è a mio avviso il punto più alto del romanzo, e non a caso Adil bey inizia ad amare davvero Sonia proprio nel momento in cui lei gli confessa di avere cercato di avvelenarlo.
Le finestre di fronte è quindi qualcosa di più e di diverso di un romanzo di denuncia delle condizioni di vita nella periferia dell'URSS dei primi anni '30. Azzardando un improbabile confronto, si può dire che riveli strane affinità con il grande romanzo che Boris Pasternak scriverà qualche decennio dopo; è infatti anche una drammatica storia d'amore, nella quale Simenon è riuscito a scavare, avvalendosi della sua prosa scarna, nella coerente contraddittorietà dell'animo umano, vittima del rapporto inestricabile tra ciò che lo circonda e ciò che sente dentro di sé, donandoci il piccolo, grande, enigmatico personaggio di Sonia, il cui mistero resta impresso nella mente del lettore, mentre lo stupido Adil bey, sulla nave che lo riporta in Turchia, già non riesce più a pensare a lei.
Attilio FacchiniAttilio Facchini wrote a review
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7 palloncini su 10
Oltre a questo romanzo, di Simenon ho letto, per ora, solo il bellissimo “I fantasmi del cappellaio”. La sua è una biografia sconfinata e, davvero, non si sa da dove iniziare. Qualche settimana fa, mi trovavo in libreria e, per puro caso, ho posato gli occhi sulla copertina misteriosa di questo libro dal titolo molto bello, che peraltro mi ha subito ricordato un film di Oztepek. Ne sono stato attratto, neanche fosse lui calamita e io ferro o viceversa, e la sera stessa ho dovuto interrompere la, laboriosissima, lo ammetto, lettura di Infinite Jest per iniziare a leggerlo.

Beh, è stata una buona lettura.

Intanto, si tratta di un piccolo libro (specie se confrontato al romanzo di Foster Wallace di cui sopra!). Inoltre, lo stile di Simenon è talmente semplice ed efficace che le pagine scorrono via che è una bellezza.

Il libro racconta alcuni giorni della vita di Adil Bey, console turco chiamato a sostituire il suo predecessore, misteriosamente morto, nella città portuale di Batumi, sul Mar Nero, nell’Unione Sovietica della fine degli anni ’20.

L’uomo si accorge subito che qualcosa non va. Vieni visto da tutti con sospetto. Gli unici che lo trattano senza una certa indifferenza sono gli stranieri che però si comportano in modo molto strano: vivono a Batumi come se si trovassero ancora nel loro Paese di origine, isolandosi nel lusso e ripagando l’indifferenza degli autoctoni con altrettanta indifferenza verso la loro triste sorte.

Sì, perché la gente di Batumi vive in condizioni di estrema povertà. Le scorte alimentari sono frazionate e vengono consegnate ai cittadini direttamente da rappresentanti del Governo locale, solo che si tratta di scorte molto limitate, con la conseguenza che la gran parte della popolazione soffre la fame.

Nonostante il degrado e la sofferenza, però, nessuno protesta. Anzi, tutti accettano con fatalismo il proprio destino. Sanno che è inutile porsi contro il potere, un potere che ha occhi e orecchie dappertutto.

Così vive Sonia, la segretaria di Adil Bey.

Lui si innamora di lei, riesce ad averla facilmente, ma la sente sempre distante. Lei sembra messa lì, nel suo letto, per dovere verso la Patria e per controllarlo.

Più passano i giorni, più Adil Bey si sente a disagio. In un mondo che non accetta e dal quale non viene accettato, tutta quell’inerzia, quell’indifferenza da parte di un popolo sofferente gli sembrano assurde. Gli fanno rabbia, addirittura, perché non riesce a comprenderne la ragione. Inoltre, si sente poco bene e più passa il tempo, più si sente male, tanto che inizia a sospettare che vogliano avvelenarlo.

Il romanzo di Simenon è claustrofobico.

L’azione si svolge interamente in questa città portuale, ma lo spazio in cui il protagonista riesce ad agire e a interagire è ancora più limitato. Dopo ogni pagina, quello spazio sembra sempre più compresso, fino a stringerglisi addosso e ad aderire perfettamente alla sua persona, quasi fosse una seconda pelle, di un colore più scuro. Così, anche se Adil Bey va da una parte all’altra di Batumi, la sensazione è che rimanga sempre nello stesso metro d’aria e che quest’aria, a poco a poco, si faccia sempre più rarefatta.

Nonostante il romanzo sia piuttosto breve e lo stile dell’autore renda la lettura veloce, a un certo punto si avverte la pesantezza di una vicenda con pochi sbocchi. Per quanto il personaggio principale sia costruito molto bene, il punto di vista bloccato dà l’impressione di una trama ristagnante, e l’interesse, specie nella parte centrale, sfuma. Sul finale, in seguito ad alcune svolte, l’interesse torna a crescere e con esso l’amarezza per una vicenda tanto incredibile quanto ispirata alla realtà di certi regimi passati e attuali.



Genere: mainstream con punte di giallo.

Tempo di lettura: 4 sedute da un’ora ciascuna.

Valutazione: 7 palloncini su 10
MickdemariaMickdemaria wrote a review
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Simenon in Russia
Batumi, sul Mar Nero, estrema propaggine della URSS stalinista, 1932
Questa l'ambientazione di questo breve e potente romanzo di Simenon: Un porto. Quindi anche una "porta", una soglia da cui entrare o uscire, ma come spesso avviene una soglia difficile da varcare. Una porta che si contrappone alle finestre del titolo: dalla porta/porto si passa, alle finestra si sta.
Le finestre sono l'occhio, lo spiraglio da cui vedere ed essere visti; ci si può stare più o meno nascosti ma sempre con quella consapevolezza che ti fa dire "guardo quindi sono guardato".
È qui che arriva il nostro nuovo console turco Adil bey, senza conoscere il russo o i russi, o i costumi, o il lavoro, un altro agrimensore K. che si presenta in terra ostile (so che i riferimenti Kafkiani sono abusati ma evidentemente il buon Franz ha influenzato gran parte degli autori europei che lo hanno seguito).
La storia è molto semplice, ma tanto nel romanzo resta oscuro. Ed è questo oscuro che ci mette un senso di disagio, che ci toglie l'aria, che ci fa sentire il peso degli occhi addosso. Perché il console non parla Russo? Perché non c'è la cameriera?, Perché hanno portato via il grammofono? Perché questa gente è in fila? Perché questo pesce ha un gusto strano? Perchè mi hanno chiuso il rubinetto? Perché il vecchio console è morto? Adil bey vagherà alla ricerca di risposte tra petrolieri e faccendieri, agenti della GPU ed ubriaconi, feste al consolato e poveri che ripuliscono la spazzatura, ed imparerà solo che è meglio non chiedere. Il console è uno spione ed uno spiato, uno che sosta davanti alle finestre, ma anche uno che si aggira per le strada, sbircia nei vicoli, spia da dietro gli angoli... uno di quelli che può dare la chiave della porta con un timbro su di un passaporto. Eppure non è uno di quelli che decidono. Chi è che decide? Chi esegue gli ordini e chi li dà? Di chi ci si può fidare?
Questa angoscia è la vera protagonista del romanzo, la forza che spinge avanti nella lettura. Nello stesso tempo grande motore narrativo ma anche efficace ricostruzione del clima claustrofobico di una società sotto dittatura, in cui amici ed amanti possono celare spie e delatori, dove nessuno può sentirsi al sicuro perché nessuno capisce davvero quali sono le parti che contendono.
Simenon pare perfettamente a suo agio nel costruire un romanzo angosciante dal quale non si riesce ad uscire, personalmente preferisco questo Simenon così sfuggente a quello di Maigret.
Una vicenda oscura dove niente si può dire ma tutto si intuisce, che porta inevitabilmente verso l'unico finale possibile. O no?
"Tutto era finito ma senza una vera fine. O meglio sembrava essere finito male, però non c'era ancora nulla di definitivo...."
Voto: 7,5