Le mani piccole
by Andrés Barba
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Marina ha sette anni quando entra in orfanotrofio dopo la morte dei genitori in un incidente, ma è molto diversa dalle altre bambine. Sulle compagne esercita un fascino oscuro che le attira almeno quanto le respinge. Il desiderio di qualcosa che non si comprende si sovrappone alla sofferenza di non ... More

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Manuela OldaniManuela Oldani wrote a review
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MaristellaMaristella wrote a review
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LE MANI PICCOLE
“Le mani piccole”(La nave di Teseo 2020) dello scrittore madrileno Andrès Barba racconta una storia molto triste. Marina ha sette anni ed è l’unica superstite della sua famiglia dopo un incidente nel quale sono morti entrambi i suoi genitori. Ferita nel corpo e nella mente, la bambina viene, dopo un certo tempo, trasferita in un orfanotrofio dove trova tante altre bambine di varie età. Ma lei si sente diversa da tutte ed effettivamente lo è. Le sue compagne, fino a allora abbastanza serene nella loro vita scandita da piccoli momenti di semplice felicità quotidiana, provano verso la nuova arrivata sentimenti ambivalenti: amore e odio, invidia e voglia di emulazione, rifiuto e ammirazione. Il piccolo microcosmo dell’orfanotrofio viene così sconvolto dalla sua presenza che crea disagio tanto da far dire a qualcuna di loro “Noi eravamo state felici prima che arrivasse Marina col suo passato”.
Finchè un giorno l’immaginario di Marina si traduce in un gioco strano che, coinvolgendo tutte le altre, sfocia in una agghiacciante crudeltà infantile.
Il libro, per fortuna breve, è nebuloso, astratto, a tratti incomprensibile e noioso perché non si comprende dove l’autore voglia davvero andare a parare. L’empatia è ai minimi termini, lo stile è piatto, inefficace nella sua evidente smania di ricercatezza, i significati interpretabili ma molto sottintesi e ogni più piccola emozione che si affaccia timidamente tra le pagine viene immediatamente revocata man mano che si prosegue nella lettura. Totalmente deludente e per questo non da me consigliabile.
marinafmarinaf wrote a review
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Ho iniziato a conoscere lo scrittore spagnolo Andrés Barba con il suo libro la “ Repubblica luminosa “ pubblicato in Spagna nel 2017 e tradotto in Italia per La nave di Teseo nel 2018 da Pino Cacucci. Già con la lettura di quel libro ero rimasta molto colpita dalla capacità dell’autore di trattare un argomento così complesso come può essere quello dell’infanzia e riuscire ad avvicinarsi a quel mondo spesso segreto e insondabile con una attenzione profonda e disincantata, e soprattutto con grande rispetto. Già Michele Mari ci aveva avvertiti, quasi ammoniti, – e non soltanto lui, naturalmente – che l’infanzia può essere anche sanguinosa: “ Tu, sanguinosa infanzia “. Nel complesso il libro di Andrés Barba mi era piaciuto molto , con qualche sporadica riserva per alcune pagine. Questa volta però l’autore con questo suo “ Le mani piccole “ è andato ben oltre le mie aspettative. Pubblicato quest’anno dalla Nave di Teseo , nel mese di novembre, sempre con la traduzione di Pino Cacucci, è un libro che in Spagna è uscito nel 2008, quindi prima di “ Repubblica Luminosa “ che è del 2017. Constatare questo mi ha creato alcune perplessità perché ho trovato “ Le mani piccole “ un lavoro perfetto e lo avrei considerato, evidentemente sbagliando, successivo all’altro; un’elaborazione più precisa, più limata, senza sbavature. Un racconto lungo in tre parti – per me è un racconto, non so se invece sia considerato un romanzo - che funziona meravigliosamente bene, che si legge senza interruzioni, e proprio per questo arriva dritto dritto senza alcuna deviazione là dove deve arrivare, tra mente e cuore: ha la potenza esplosiva di un racconto eseguito alla perfezione. Doveva mettermi in guardia la fotografia in copertina, la fissità vitrea di quello sguardo in contrasto con il roseo candore di un volto infantile, forse di bambola. La fissità di un sorriso incapace di provare emozioni, o forse, che non vuole più provarne, e che può essere mite o inquietante a seconda dello stato d’animo di chi lo osserva. Ma all’immagine di copertina ci ho ripensato dopo, a lettura conclusa e l’ho trovata perfetta!

Il racconto inizia subito con un incidente stradale, mortale. In una famiglia composta da tre persone, si salva solo la bambina di nove anni. Il trauma per lei sarà enorme, insostenibile. Inesprimibile . Una bambina di quell’età non può possedere ancora gli strumenti per elaborare un lutto così devastante. Non avendo parenti a cui affidarla , viene messa in un orfanatrofio assieme ad altre bambine della sua età. E’ con la differenza che c’è tra lei e loro - il mondo conosciuto da lei è completamente estraneo alle altre cresciute sempre all’interno dell’istituto -, che si crea la dinamica, il movimento del racconto, tra attrazione e repulsione, affetto e odio, seduzione e fragilità. Con la memoria devastata da quel silenzio dopo la tragedia e da una sete implacabile che come filo esilissimo la lega alla vita, “ un’acqua astratta che si fa corpo solido “ , lei ricomincia la sua seconda vita, da sola. Anche il suo nome odora di acqua, lei si chiama Marina. Una psicologa le regala una bambola, che guarda caso ha il suo stesso nome , e come lei si “ romperà “. Due Marine fragili, con ferite, una di carne l’altra un giocattolo, ma un giocattolo capace di trasformarsi in fedele compagna per un gioco tremendamente vero. Un gioco diverso da quello che conoscono le altre bambine dell’orfanatrofio, abituate a muoversi su un terreno conosciuto, stabile, a saltare con la corda sulla sabbia, o a nascondersi dietro gli alberi nell’attesa di essere scoperte. Il secondo capitolo inizia con il punto di vista di queste bambine, alle quali viene data la notizia che c’è una nuova ospite tra loro e che dovrà essere ben accolta. Un elemento “ diverso “ entrerà a far parte della loro piccola comunità alterandone gli equilibri e i punti di vista. L’immaginazione creerà differenze, chiederà allo sguardo di adattarsi al cambiamento, infrangerà e spezzerà la solidità del gruppo. Innescherà comportamenti di difesa e di attacco, una guerra sottile, spesso inconsapevole ma feroce verso quella bambina così “ simile “ ma anche così diversa da loro, quella bambina con “ occhi da bambina oscura “, insondabile e impenetrabile, sempre in compagnia della sua bambola, una bambola troppo simile a lei, tanto da sembrare animata e con la sua stessa dolorosa sete. Una bambola con gli “ occhi rotti “ e Marina spiegherà alle altre, in un linguaggio per loro troppo poco chiaro , incomprensibile, che proprio per questo la bambola non è più in grado di chiuderli , è necessario leccarglieli con la lingua perché lei riesca a vedere di nuovo. Marina porta - come unica conseguenza fisica di quell’incidente - , una cicatrice sulla spalla, e le cicatrici non sono ben viste in quel mondo protetto di bambine, le costringono a raffrontarsi troppo presto con se stesse, con il corpo e con la loro vita. Le sospingono troppo oltre la loro visione del mondo e solo quando dormono, quando si addormentano, riescono a conquistare un aspetto di “ predatori dormienti “, una loro unicità , che Marina osserva con molta attenzione , ogni notte . Si alza di proposito per osservarle una ad una e ognuna le appare diversa, e proprio per questo, davvero bella, mentre di giorno sono tutte uguali, un piccolo esercito schierato nella solidità delle azioni e dei pensieri. Ma l’attrazione reciproca si fa portavoce di momentanee tregue, di perdoni improvvisi, di quasi amore. Peccato solo per quella sua vita “ prima “ di loro, così dura da comprendere e da accettare che sprigiona un risentimento violento, un furore simile all’odio che si inasprisce sull ‘orgoglio ostinato di Marina, mai completamente accessibile, mai davvero vinta dalle altre. Mai simile, mai amica. Anche lei si scopre così diversa solo con il diretto raffrontarsi, prima era semplicemente una bambina, figlia di genitori che la amavano e la proteggevano dal resto del mondo. Adesso però è da sola, il mondo va conquistato, le ferite vanno tenute nascoste perché nessuno le vuole e non sono amate, spaventano, incutono paura, quindi bisogna imparare a sedurre, ad avere quel potere lì, conquistarsi il dominio perché quei due mondi, così simili, così vicini ma così diversi, possano finalmente compenetrarsi. E lei possa venir accettata, possa entrare dentro il cerchio. Così inizia il gioco, “ quel “ gioco “ che Marina ha ideato: “ Il gioco è molto facile e dura vari giorni, perché ogni giorno ognuna di noi è il gioco. E ogni giorno è diverso. “ Ognuna di loro, e soltanto per una notte, diventerà , si trasformerà per tutte le altre, in una bambola. Immobile, senza opporre resistenza alcuna , si lascerà vestire , truccare, toccare, riceverà le confidenze, i segreti di ognuna di loro senza batter ciglio. Tutte così saranno costrette a “ svelarsi “, inermi e impotenti. Saranno nude, e sole. Saranno come bambole nel sonno con le labbra tinte di rosso. Ma non illudetevi, i giochi dei bambini non sono mai così innocenti. Possono diventare molto crudeli, a volte.

Piaciuto davvero molto! Bravissimo Andrés Barba.

L'edizione che ho io non è questa, ma la nuova uscita da poco per La nave di Teseo , anche il titolo in traduzione è leggermente diverso da questo: “ Le mani piccole ", che mi piace molto molto di più. Anobii è lentissimo a caricare i libri nuovi, purtroppo! Ma noi fedeli, continuiamo ad amarlo molto ugualmente....
atmospherelibriatmospherelibri wrote a review
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Giochi pericolosi per scoprire il buio freddo e inspiegabile della violenza tra i bambini.

Il romanzo fa parte di una lista selettiva a cui appartengono I ragazzi terribili di Jean Cocteau, Il signore delle mosche di William Golding e Agostino di Alberto Moravia, ritratti senza compiacimento dell'infanzia, ma ugualmente commoventi e inquietanti.
Marina, unica superstite di un incidente stradale in cui ha perso entrambi i genitori, viene accolta in un orfanotrofio. Con il suo arrivo, il piccolo mondo delle bambine, circoscritto fra le pareti dell'altero edificio e il perimetro del giardino nel quale campeggia la statua nera di Sant'Anna, viene sconvolto per sempre: "Noi eravamo state felici prima che arrivasse Marina con il suo passato" .
La presenza dell'intrusa fa vacillare non solo le loro fragili sicurezze, ma la loro stessa gioia di vivere, fondata fino ad allora su piaceri semplici: il bagno mattutino, il cibo, le canzoni, i giochi, il profumo delle lenzuola pulite che adesso, nel confronto con l'esperienza di vita di Marina, da lei rievocata con innocente perfidia, divengono insignificanti. L'iniziale senso di disagio nei confronti della nuova arrivata si trasforma a poco a poco in un'ostilità aperta fino a culminare nella crudeltà.
Tuttavia, gli stati d'animo che sottendono la narrazione, come tutti i sentimenti di forte intensità, non sono mai univoci, ma oscillano incessantemente fra opposti estremi: rancore e ammirazione, paura e desiderio, da una parte, e consapevolezza sdegnosa della propria diversità, ma anche bisogno di sentirsi amata, dall'altra.

È nella rappresentazione di questa ambivalenza che la prosa di Andrés Barba, voce tra le più originali della narrativa spagnola contemporanea, raggiunge i suoi esiti migliori. È una scrittura scarna, priva di ogni artificio descrittivo, adatta a evocare i grovigli interiori dei personaggi senza mai dipanarli.
Il lettore segue le vicende delle bambine dapprima con una vaga inquietudine e poi con un senso di autentico orrore, quando gli eventi, apparentemente innocui dell'inizio, si fanno più incalzanti e tesi fino a degenerare nel perverso gioco finale della bambola.

Andrés Barba è incluso dalla rivista letteraria GRANTA tra i migliori scrittori contemporanei di lingua spagnola.