Le nostre anime di notte
by Kent Haruf
(*)(*)(*)(*)( )(2,503)
È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti

All Reviews

416 + 5 in other languages
valeriavaleria wrote a review
03
(*)(*)(*)(*)(*)
Siate discreti...state entrando in una storia
«E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio.

Inizia così, Le nostre anime di notte, dello scrittore americano Kent Haruf, con una congiunzione e un avverbio che si tengono per mano, dando al lettore la sensazione che non si tratti dell’incipit di una nuova storia, ma di un discorso che prosegue. 
Siamo ancora in Colorado, nella immaginaria cittadina di Holt che l’autore ci ha già fatto conoscere nella sua precedente “Trilogia della pianura”. 
Addie Moore e Louis Waters, vicini di casa da sempre, riservati e discreti, sono entrambi in là con gli anni, vedovi con figli adulti e lontani, feriti dalla vita come tanti, ma ancora in grado di amare e di sognare. E un bel giorno Addie prende l’iniziativa e suona alla porta di Louis per parlargli di una cosa. 
«Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me». 
Una proposta diretta, coraggiosa, audace vista l’età di entrambi, forse scandalosa e imbarazzante per una piccola cittadina moralista come Holt, di sicuro un invito disinvolto e fuori dal comune, proprio come Addie. 
Cosa farà Louis, accetterà? E la provincia americana, conservatrice e un po’ bigotta, come reagirà a questi incontri notturni spiati da dietro le persiane accostate? 
Tra gli abitanti di Holt non mancheranno pettegolezzi e malignità, ma anche un po’ di invidia per queste due persone che, nonostante tutto, hanno avuto il coraggio di tendersi la mano per vincere la solitudine e provare a ritagliarsi un loro ultimo momento di felicità. 
Come si concluderà la storia non è poi così importante, ciò che resta nel cuore del lettore è il sapore agrodolce di quell’intimità notturna (che non scaturisce certo dal sesso) in cui Addie e Louis si scambiano le loro vite, si raccontano le loro anime. 
E noi lettori, riga dopo riga, veniamo sommersi da un sentimento indefinito, fatto di nostalgia struggente intrisa di tristezza, quella che i portoghesi chiamano “saudade” e che non può essere tradotta in un’altra lingua. Antonio Tabucchi a questo proposito scrive: “La Saudade, […], non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla, perché hanno questa parola per dire che ce l’hanno”.  Ma Tabucchi forse sbaglia. Alcuni di noi, non tutti, anche se portoghesi non sono, possono ugualmente sentirla, guardando il mare, se il mare ce l’hanno dentro, oppure leggendo queste 160 pagine perfette che Haruf ci regala. 
 
Una raccomandazione: quando leggerete questa storia, se la leggerete, fate piano, siate discreti…entrate in punta di piedi nelle notti di Addie e Louis, non svegliateli: spegnete l’abat-jour velata da un foulard che hanno dimenticato accesa sul comodino e attraversate la notte con loro, guidati dai loro respiri. 
blanc15blanc15 wrote a review
01
(*)(*)( )( )( )
Madi84Madi84 wrote a review
03
(*)(*)(*)(*)( )
SuniSuni wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)( )
Ogni volta che le pagine di Haruf mi riportano a Holt mi sento a casa.
Non ho ancora finito la Trilogia della pianura ma ho fatto passare avanti questo libro, l’ultimissimo dell’autore e uscito postumo, perché mi chiamava da un po’.
È un romanzo breve e scritto alla solita maniera di Haruf, asciutto, molto dialogato, insomma una lettura potenzialmente veloce, però qui regna un senso di ineluttabilità della fine, e di contro di lotta dei personaggi per ritagliarsi un’ultima possibilità di felicità, che mi ha reso doloroso procedere.
Quando poi questa felicità, che i due anziani protagonisti riescono inaspettatamente a trovare l’uno nell’altra e che non danneggia nessuno, viene osteggiata e portata loro via da altre persone, persone meschine, odiose, incapaci di amare o di riconoscere l’amore, ho sofferto troppo.
Indipendentemente da quello che succede nel finale, a differenza degli altri due romanzi di Haruf che ho letto questo non mi ha lasciato con un senso di pace, anzi, semmai con una specie di rabbia trattenuta, composta e rassegnata.
Ogni volta che le pagine di Haruf mi riportano a Holt mi sento a casa.
Non ho ancora finito la Trilogia della pianura ma ho fatto passare avanti questo libro, l’ultimissimo dell’autore e uscito postumo, perché mi chiamava da un po’.
È un romanzo breve e scritto alla solita maniera di Haruf, asciutto, molto dialogato, insomma una lettura potenzialmente veloce, però qui regna un senso di ineluttabilità della fine, e di contro di lotta dei personaggi per ritagliarsi un’ultima possibilità di felicità, che mi ha reso doloroso procedere.
Quando poi questa felicità, che i due anziani protagonisti riescono inaspettatamente a trovare l’uno nell’altra e che non danneggia nessuno, viene osteggiata e portata loro via da altre persone, persone meschine, odiose, incapaci di amare o di riconoscere l’amore, ho sofferto troppo.
Indipendentemente da quello che succede nel finale, a differenza degli altri due romanzi di Haruf che ho letto questo non mi ha lasciato con un senso di pace, anzi, semmai con una specie di rabbia trattenuta, composta e rassegnata.

PS: non mi aspettavo il momento metaletterario in cui l’autore in un certo senso rompe la quarta parete e fa sì che i personaggi parlino della Trilogia della pianura e si chiedano se chi l’ha scritta l’abbia inventata o abbia riportato fatti reali. In altri casi mi sarebbe parsa un’autocelebrazione ma qui è tutt’altro, è un ulteriore modo di chiudere il cerchio, di dare una cornice alla produzione letteraria di tutta una vita che chi scriveva sapeva essere giunta al capolinea.