Libro del sangue
by Matteo Trevisani
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Matteo Trevisani un giorno di primavera riceve una mail con un albero genealogico della propria famiglia. Questa genealogia rispetto a quella conosciuta dal protagonista ha però una particolarità: a un certo punto le famiglie degli avi divergono, si distanziano, lasciando apparire nelle pieghe delle nascite e delle morti accadimenti terribili sconosciuti, segreti e naufragi ricorrenti. Inoltre questo albero non riporta soltanto nomi e date di nascita e di morte degli antenati di Matteo, ma anche il suo nome e la sua data di morte: 21 settembre 2021. Poco dopo uno strano episodio turba ulteriormente la vita dello scrittore: il giornale con cui collabora pubblica un articolo firmato da Matteo ma che lui non ricorda di avere scritto, anche se in esso riconosce il proprio stile e anche i suoi stessi pensieri. La ricerca sulla propria linea familiare, che Matteo aveva compiuto anni prima insieme a un genealogista scomparso da poco, si intreccia dunque improvvisamente, attraverso i pochi giorni che, secondo l'albero, lo separano dalla propria morte, a questa nuova, spasmodica e repentina, su cosa si celi davvero dietro questi eventi. Intanto lo spettro di un'altra vita, e di una balena mitica, che tormenta la famiglia del protagonista da generazioni, aleggia sul tempo del passato e su quello a venire, breve o lungo che sia. E Matteo si trova così impegnato in una corsa affannosa lontano da Melissa, la donna che ama, e da Cosmo, il loro figlio di pochi anni, per cercare di capire cosa gli stia accadendo e chi sia il misterioso mittente che sembra conoscere il destino che, forse, lo attende...

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teresateresa wrote a review
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SamueleSamuele wrote a review
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Quello della mia famiglia, almeno per me, più che un albero genealogico è un cespuglio: la memoria arriva a stento ai nomi dei nonni. Il resto è nebbia e oblio. E' quindi con un certo sguardo che ha quasi una venatura di esotico quello con cui ho letto "Libro del sangue" di Matteo Trevisani, con tutta la sua attenzione verso la genealogia e il sangue.
Nonostante sia un libro molto denso, dove si sferrano attacchi abbastanza viscerali al concetto stesso di realtà, tempo e identità, se dovessi racchiudere ciò di cui parla il libro in una parola (cosa che nessuno m'ha chiesto di fare), nonostante tutti i concetti profondissimi e altissimi che si vanno a toccare, quella parola sarebbe paternità. Per me, "Libro del sangue" è un libro su cosa significhi diventare padri, su quello che significa smettere di essere la fine (il fine) di un albero genealogico e diventarne uno dei tanti rami. E' in questi momenti, per me, che "Libro del sangue" prende veramente vita, in un modo che spezza il cuore. "Poi lo presi e lo sollevai, trovando in quei poveri dieci chili di carne un peso che il mondo avrebbe trovato insopportabile, lo alzai sopra la mia testa, dando a quella verticalità il senso del mio, di peso".
In un connubio particolarissimo di fiction e auto-fiction, dove la biografia di autore e personaggio, si confondono in un gioco di specchi, "Libro del sangue" racconta di Matteo, scrittore che è appena diventato padre, ossessionato dagli alberi genealogici e dalla convinzione che la propria famiglia è perseguitata da una specie di maledizione, che fa morire tutti i primogeniti affogati. Per rompere la maledizione, vista anche la nascita di un figlio, ristringe i rapporti con Giorgia, figlia di Alvise, suo maestro di genealogia e con cui aveva avuto una storia. Ma tutta la storia può essere racchiusa in un passaggio del romanzo: "Era chiaro che avrei fatto meglio a finirla lì e accettare di vivere per sempre nell'inconsapevolezza del mio passato, di chi ero, da dove venivo. Ma avrebbe significato l'impossibilità di saperlo anche per mio figlio, se volevo liberarlo da quello che in ogni famiglia c'è di più terribile".
Quando dico che "Libro del sangue" è, per me, un libro sulla paternità intendo dire due cose: innanzitutto, che è un romanzo sull'accettare di essere una parte di mezzo, di non essere più il fine di qualcosa, ma soltanto una parte centrale fra le tante, quindi forse, in parte, morire, se può avere senso una parola simile. Ma poi, soprattutto, che è un romanzo sulla responsabilità che hanno i padri nei confronti dei figli riguardo il passato. Generare un figlio è non soltanto continuare la linea del sangue, il nostro albero genealogico, ma passargli anche le nostre maledizioni e i nostri traumi, che solo Dio sa da quanti millenni ci tramandiamo. La ricerca di Matteo, allora, di rompere la maledizione, di scoprire quello che si nasconde nel sangue non è soltanto un vezzo egoistico, ma diventa un vero e proprio gesto disperato di amore paterno: soltanto spezzando il passato, i figli potranno essere (relativamente) liberi. "Mio figlio doveva essere libero da tutto questo, costruire nuovi miti, munirsi di nuovi stemmi, prendere su di sé la responsabilità di una nuova generazione del sangue".
"Libro del sangue", per me, è caratterizzato da una vertigine inedita, che in alcuni momenti ha travalicato il libro stesso e mi ha colto mentre facevo altra roba, e non è che sia stato proprio piacevolissimo. Non tanto l'impressione che il passato non sia passato per un cazzo, che tutto accada sempre contemporaneamente, che "in un secondo c'è tutta una vita, e tutta la vita, tutto il tempo del mondo passa in un attimo. La mia nascita, e la guerra di Troia, e la catastrofe di Toba e i primi fiori spinosi che vincendo la gravità salivano dal terreno verso il cielo, in un'aria satura di gas, e la battaglia di Lepanto e Napoleone che cavalca a Jena". Cioè, per carità, anche quello, assolutamente, e Trevisani riesce a rendere pura narrazione questa concezione filosofica montando il racconto con le sue diverse linee temporali in un modo che appaiano accadere tutte contemporaneamente, prive di qualsiasi appoggio temporale conseguenziale, ma dove anzi il lettore si sente piuttosto temporalmente sperduto. No, la vera vertigine, per me, è stata la considerazione che il sangue è antico, che nei miei occhi e nei miei geni stanno centinaia di padri e madri ormai dimenticati, ma mai perduti, che il sangue, quello che mi scorre ora nelle vene, è diverso eppure uguale a quello che scorreva nelle vene di gente che camminava per le antiche vie etrusche, che i miei occhi sono gli stessi occhi di chi cercava di capire il futuro guardando il volo degli uccelli. La vertigine che riesce a dare "Libro del sangue" è quella della genetica, delle centinaia di persone che ci hanno precedute, e che, beh, non se ne sono mai andate, ma sono state tramandate, con i loro traumi e le loro maledizioni.