Lo Stato di diritto
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L’espressione “Stato di diritto” – o rule of law, nella dizione inglese ormai divenuta di uso universale – ha conosciuto in tempi recenti un notevole successo. Essa si è diffusa non soltanto nell’ambito della cultura politico-giuridica, ma anche e soprattutto negli interventi dei commentatori politi... More

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Grande sforzo di chiarificazione e comparazione/relativizzazione di uno dei concetti meno appariscenti (perché viviamo al suo interno) della nostra cultura.

«Lo “Stato di diritto” può essere definito come la versione dello Stato moderno europeo che, sulla base di una filosofia individualistica (con il duplice corollario del pessimismo potestativo e dell’ottimismo normativo) e attraverso processi di diffusione e di differenziazione del potere, attribuisce all’ordinamento giuridico la funzione primaria di tutelare i diritti civili e politici, contrastando a questo fine l’inclinazione del potere all’arbitrio e alla prevaricazione.» (p. 45, Teoria e critica dello Stato di diritto, D. Zolo)

«È insomma possibile, in alternativa alle attuali tendenze alla formazione di un diritto comunitario di tipo giurisprudenziale confusamente intrecciato con gli ordinamenti statali, lo sviluppo di uno Stato legislativo di diritto europeo.
[…] dopo il diritto giurisprudenziale, lo Stato legislativo di diritto e lo Stato costituzionale di diritto, un quarto modello, lo Stato di diritto allargato a livello sovranazionale, che non ha più nulla della vecchia forma di Stato. […]
Proprio la prospettiva di questo terzo modello allargato di Stato di diritto, disegnata dalle carte sovranazionali dei diritti, suscita tuttavia, nella cultura politologica, resistenze e dubbi teorici, in ordine sia alla sua possibilità che alla sua auspicabilità. Mancherebbero un popolo, una società civile e una sfera pubblica europea, e più ancora mondiale, che del costituzionalismo e dello Stato di diritto rappresenterebbero gli indispensabili presupposti; […].
Questa obiezione – al di là dell’ipotesi, a mio parere irreale, dell’esistenza di un’omogeneità politica e culturale all’origine dei nostri Stati nazionali – sottintende una concezione della costituzione quale espressione organica di un demos, o quanto meno di legami prepolitici e di un senso comune di appartenenza tra i soggetti per i quali è destinata a valere. Io credo che questa concezione comunitaria debba essere rovesciata. Una costituzione non serve a rappresentare la comune volontà di un popolo, ma a garantire i diritti di tutti anche contro la volontà popolare. La sua funzione non è quella di esprimere l’esistenza di un demos, ossia una sua qualche omogeneità culturale o identità collettiva o coesione sociale, ma al contrario a garantire, tramite questi diritti, la convivenza pacifica tra soggetti e interessi diversi e virtualmente in conflitto. […]
Senso comune di appartenenza e costituzione, unificazione politica e affermazione giuridica del principio di uguaglianza sono d’altra parte, come insegna l’esperienza stessa delle nostre democrazie, intimamente connesse.
[…] è sull’uguaglianza dei diritti, quale garanzia della tutela di tutte le differenze d’identità personale e della riduzione delle disuguaglianze materiali, che maturano la percezione degli altri come uguali e perciò il senso comune di appartenenza e l’identità collettiva di una comunità politica. Si può anzi affermare che uguaglianza e garanzia dei diritti sono condizioni non solo necessarie, ma anche sufficienti alla formazione della sola “identità collettiva” che meriti di essere perseguita: quella da esse fondate sul reciproco rispetto, anziché sulle reciproche esclusioni e intollerenze generate dalle identità etniche o nazionali o religiose o linquistiche.» (pp. 374-376, Lo Stato di diritto fra passato e futuro, L. Ferrajoli)