Luce d'estate ed è subito notte
by Jón Kalman Stefánsson
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“A volte nei posti piccoli la vita diventa più grande”, a volte la lontananza dal rumore del mondo ci apre al richiamo del cuore e dei sensi, ci insegna ad ascoltare i messaggi dei sogni. È questo intenso sentire a erompere da ogni battito di vita in un paesino di quattrocento anime sperduto nella campagna islandese, dove la luce infinita dell’estate fa venir voglia di scoperchiare le case e la notte eterna dell’inverno accende la magia delle stelle. Un microcosmo che è come una lente di ingrandimento sull’eterna partita tra i desideri umani e le impietose trame del destino, tra i limiti della realtà e le ali dell’immaginazione. Il direttore del maglificio che all’improvviso, per decifrare la frase di un sogno, si immerge nel latino e nell’astronomia fino ad abbandonare tutto per i segreti dell’universo, l’impiegata delle poste avida di vita che legge ogni lettera per poi rendere pubblici i più piccanti affari privati dei compaesani, l’impeccabile avvocato che crede che il mondo si regga sul calcolo ma poi scopre che non può contare i pesci nel mare né le sue lacrime. Ogni sentiero dell’animo umano sembra trovare spazio in un caleidoscopio di storie che abbraccia le pulsioni più torbide e i sentimenti più puri, il palpito dell’unica breve estate vissuta dagli agnelli prima di finire al macello e il brivido di un antico rudere che sembra aver risvegliato i fantasmi, o il bisogno di mistero che è nell’uomo. Combinando l’incanto della poesia e un umorismo implacabile ma pieno di tenerezza per le debolezze umane, Jón Kalman Stefánsson cerca una risposta alla domanda “Perché viviamo?” e la insegue immergendoci nel fiume in piena della vita. Ogni storia è un mondo sospeso tra la terra e il cielo, come un mito universale, una parabola dell’esistenza, ogni pagina è una rivelazione che ci tocca nel profondo e ci stupisce, ci fa ridere, piangere, arrossire, sognare.

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PoBuPoBu wrote a review
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Miss KamalaMiss Kamala wrote a review
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Giogio53Giogio53 wrote a review
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Boreali 2 - 13 dic 20
Era il primo libro della collana uscita da Iperborea e confluita nelle uscite del Corriere “La grande letteratura del Nord”, indicata brevemente con “Boreali”. Devo subito dire che mantiene, ed alla grande, le premesse di una buona letteratura. E di una buona letteratura islandese. Un paese cui fin dall’inizio delle mie frequentazioni ho affermato con forza la mia ammirazione. Un paese necessariamente slow, piccolo com’è, con tante minuzie che ognuno si industria a fare mille cose.
Come il nostro Jón, che prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, ha fatto l’impiegato in un macello e nell’industria ittica, il muratore, il bibliotecario e l’ufficiale di polizia aeroportuale. Intanto scriveva poesie, che ritiene un modo musicale alternativo di esprimersi. Poi fa uscire questo splendido romanzo, ed è subito amore per la parola.
Dico subito che non è un romanzo di cui si possa definire una trama. Se lo avessi letto prima, avrei detto che “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout ne copiava l’idea di fondo. Se fossi più colto, come dicono amici in rete, ha un rimando a libri come “Winesburg, Ohio” di Sherwood Anderson. Perché, in realtà, sono una serie di racconti, concatenati dai personaggi di questa ignota ma comune città islandese. Personaggi che entrano ed escono, a volte sono centrali, a volte marginali. Per poi essere presi dall’autore onnisciente, commentati e portati alle loro giuste dimensioni. Un romanzo, quindi, che più che altro indica una direzione, una strada da percorrere, una mera da traguardare, per cavalcare fino in fondo i nostri sogni, quelli che ci rendono temerari e chi danno la voglia di vivere. E che in realtà si costruisce intorno ad un’unica domanda posta da una moribonda: «Per quale motivo viviamo; si può rispondere a domande del genere?».
Piccole frasi che entrano nel cuore e non escono più. Come quelle che riporto perché mi hanno colpito dentro. Come questa che mi rimane ma che non vi dico a che punto esce fuori: "Due sono le cose che faccio - respirare e pensare a te".
In questo sperduto paesino islandese, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni si susseguono. Un tipo posto islandese dove viene buio presto e l'inverno tutto avvolge nella sua luce mancante. Come dice bene il titolo, come vidi io in un bellissimo giugno di qualche anno fa: una luce d’estate, che tutto permea, che non fa dormire per giorni e giorni. Che poi scompare, per lasciare spazio alla subitanea notte. Appunto montaliano e poetico nel mio immaginario: ed è subito sera o è subito notte. Un paese che si era raccolto intorno alla sua unica industria, il Maglificio. Ma che sembra non avere più storia né futuro da quando il Maglificio ha chiuso e di lavoro sembra non essercene più. Eppure, ogni abitante ha la sua storia, intensa, allegra, triste, d’amore, d’amicizia, forse con qualche punta di insoddisfazione. Ma tutte le storie, tutti gli abitanti hanno la giusta dignità di essere ascoltati e seguiti. La storia di Agústa che lavora all'ufficio postale e che si diverte a leggere le cartoline di tutti, per esempio. La storia del vecchio proprietario del maglificio, che ha speso tutti i suoi risparmi in libri in latino che gli permettono di studiare e osservare meglio le stelle, e quella di Hannes e di suo figlio Jonas, felice solo con un pennello in mano. Quella d'amore, tra Mathias ed Elisabeth e tra Benedikt e la donna dalla valigia marrone, o quella del tradimento tra Asdis e Kajartan. C’è l’avvocato che basa il suo mondo sul calcolo, ma si arrende nello scoprire di non poter contare i pesci del mare. C’è chi ritorna al villaggio dopo anni di vagabondaggio per il mondo alla ricerca di qualcosa di più grande della ragazza che aveva lasciato. E invece la sua anima gemella era proprio lì accanto a lui. C’è chi si lascia sedurre dal vulcanico rissaiolo e decide di sposarlo, mettendo da parte le proprie aspirazioni da geologa.
Tanti sono gli spunti. Tanta la bellezza di una prosa lieve, e che però non ti lascia mai. Che ti culla, che ti fa pensare. Un libro veramente interessante. Un autore che forse sarebbe altrettanto interessante leggere ancora. Perché siamo sempre lì, di fronte a cose grandi, ma soprattutto piccole, a domandarci se questo sia il mondo (ed il modo) in cui sia giusto vivere.
Una curiosità finale: a pagina 222 i protagonisti del brano bevono “il vino rosso di Foggia”. Capirei se fosse “un vino”, ma qual è “il vino” in questione?
“Il vecchio medico … non ci poté fare nulla, aveva un tumore al colon … contro la morte non sei nessuno, la luce del mondo si spense, … perse la moglie, il figlio … la madre, e noi la cosa più fine che i nostri occhi avessero mai visto.” (50)
“Chi piange a un funerale, piange … la propria morte …, perché tutto muore e alla fine non resta niente.” (58)
“Cosa saranno mai le storie, se non solo delle storie, un passatempo, certo a volte ti smuovono qualcosa dentro … ma nessuna ha la forza di mutare le leggi della vita e della morte.” (89)
“Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole e grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa … la ricerca stessa è lo scopo, il risultato ce ne priverebbe. E ovviamente è la ricerca che ci insegna le parole per descrivere lo splendore delle stelle, il silenzio dei pesci, il sorriso e lo sconforto, la fine del mondo e la luce dell’estate. Abbiamo un compito, a parte baciare labbra; sai per caso come si dice «ti desidero» in latino? E come si dice in islandese?” (151)
“Il tempo passa e noi diventiamo vecchi, o come recita la poesia, i giorni vengono, i giorni vanno e poi moriamo.” (255)
MagratheaMagrathea wrote a review
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E le stelle ci stanno a guardare
Ogni tanto, nel bel mezzo delle vite forzatamente frenetiche delle città densamente popolate, nel mito del produrre a tutti i costi, dell'agitarsi come se fosse l'unica manifestazione del nostro essere vivi, in qualche remoto angolo di questo variegato pianetino, fuoriescono piccole sacche di anarchia, romantica, semplice, surreale e controcorrente.
Sono i posti che non sembrano essere di questa terra che, nonostante quello che ci vogliono far credere, il pulsare dei giorni, la luce e il buio, l'abbandono di una via per ritrovare la propria voce, ci restituiscono una boccata di ossigeno. Stefansson e gli strani individui di un villaggio che, nell'era dello stay-connected senza tregua, sembrano un anacronismo e non realtà, sono un bene prezioso da coltivare e difendere, la bussola per fermare la deriva degli animi.
Ovviamente non è tutto fantastico, non è una favola. A certe latitudini, il clima è duro, a volte estremo. La vita bisogna plasmarla a mani nude, fra un colpo d'ascia e un riemergere da acque ghiacciate. Ma è senza ansie e frustrazioni da sovrastrutture e strategie. Il vento è sincero e porta i sentori della stagione, la gente è spigolosa, ma non complicata. Potrà sembrare un luogo claustrofobico, ma non lo sono anche le immense città, a ben guardare?
In fin dei conti, la misura delle cose siamo noi con i nostri stati d'animo, la nostra voglia di alzare gli occhi al cielo e contare le stelle. Siamo noi e soltanto noi a dover lottare per non allontanarci dalla bellezza che ci circonda. E ci bastano i nostri 5 sensi, senza espansioni e dispositivi elettronici aggiuntivi. Non dobbiamo dimenticarcene mai. E' il merito di questi piccoli angoli di mondo. E' il merito di Stefansson e di tutti quelli che tirano fuori dalle pieghe del tempo il semplice rumore della vita.
UbikUbik wrote a review
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”Per quale motivo ho vissuto? Che questi racconti di vita e di morte nel nostro paese e nelle campagne intorno siano una sorta di risposta a quella domanda e al senso di incertezza che ne deriva?”

Non vorrei dilungarmi troppo, perché di fronte alle pagine di Stefansson le mie facoltà critiche e analitiche puntualmente tendono a sfaldarsi. La poesia e il fascino dei suoi romanzi creano infatti un incantesimo, impediscono di sezionare, classificare, individuare corrispondenze o analogie e sembrano perciò valutabili, per usare un luogo comune, molto più col cuore che col cervello prestandosi di conseguenza a percezioni alquanto soggettive.

Un oggettivo punto fermo è rappresentato dall’Islanda, una terra che di persona non ho mai visto (e credo non vedrò mai) in grado di stimolare emozioni che Stefansson sa interpretare mescolando la particolarità del paesaggio con quella degli individui, soprattutto qui, un villaggio anonimo “di quattrocento anime più forse altre cinquecento nelle campagne vicine…” sui fiordi nord-occidentali del paese, rivolto verso il mare che lo separa dalla lontana Groenlandia.

Un elemento che sottilmente caratterizza “Luce d’estate” rispetto agli altri quattro romanzi di S. che ho letto è costituito dall’uso della prima persona plurale, un “noi narrante” che rafforza l’impressione di una comunità che parla all’unisono e ci introduce alla vita dei personaggi di un mondo appartato raccontando, non senza toni accattivanti, le loro emozioni, eccentricità, drammi ma anche speranze, poiché “illudere sé stessi è una delle prerogative dominanti dell’essere umano”