Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
by Philip K. Dick
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Aiace salì in terrazzo, al pascolo pensile coperto dove la sua pecora elettrica 'brucava'. Dove quel complesso marchingegno automatico ruminava ebbro di soddisfazione simulata, riuscendo a infinocchiare gli altri inquilini del palazzo.

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A Guidi LippyA Guidi Lippy wrote a review
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Fallire il test Voight-Kampff
Dopo molti anni sono tornato a leggere un romanzo di fantascienza di Philip K. Dick ovvero: “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” (Do Androids Dream of Electric Sheep?), in Italia anche tradotto come “Il cacciatore di Androidi”, che è probabilmente il suo lavoro più noto, ed è stato adattato, pur con molte differenze e semplificazioni, nel famoso film, “Blade Runner”
Il film lo avevo visto diverse volte ma non avevo mai affrontato il romanzo da cui è tratto.
Come anche nel film capolavoro di Ridley Scott con Harrison Ford e Rutger Hauer, racconta fondamentalmente la storia del cacciatore di taglie Rick Deckard, il cui compito è "ritirare" gli androidi rinnegati che sono fuggiti dalle colonie esterne.
Ma se ne differenza molto nei particolari e nello sviluppo, Il libro è addirittura molto più cupo del film, ed è più intricato con molte sotto trame come ad esempio la presenza di una ipotetica futura religione dell'empatia sviluppata intorno al profeta Wilbur Mercer.
Nel complesso, “Ma gli androidi ...” è un libro incredibilmente profondo e complesso che offre una lettura molto interessante con diversi livelli. Superficialmente, potrebbe sembrare come una qualsiasi altra avventura di genere fantascientifico, ma qui Philip riesce narrare un'immagine desolante e incredibilmente realistica di una Terra futura, con descrizioni di personaggi credibili in quel cotesto.
Dall’opera traspare molto di come si immaginava il futuro distopico all’epoca, con: la terza guerra mondiale, la desolazione post-apocalittica, la natura devastata ed in declino finale, il collasso dell'ecologia terrestre, il degrado dell'umanità e la lotta disperata per mantenere la propria identità di esseri umani.
Scritto nel lontano 1968, il romanzo ha avuto un effetto straordinario sul genere fantascientifico nel suo insieme, e qualsiasi fan sfegatato di fantascienza dovrebbe assolutamente leggerlo anche solo per confrontarlo col famoso film tratto da esso.
A parte gli appassionati di fantascienza, consiglierei questo romanzo a chiunque ami leggere un libro per qualcosa di più del semplice intrattenimento. In un certo senso, Il romanzo è a tratti molto più filosofico che avventuroso, fatto non molto comunemente associato ad un romanzo di fantascienza.
Laura MarottaLaura Marotta wrote a review
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Spoiler Alert
EscamarEscamar wrote a review
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In un futuro alternativo al nostro (il libro è ambientato nel 1992 ma è stato scritto nel 1968), dopo l’ennesima guerra mondiale, il pianeta è afflitto da piogge di polvere radioattiva, gli animali si stanno estinguendo e buona parte della popolazione terrestre è emigrata su altri pianeti. Rick Deckard, in una California in gran parte spopolata, è un cacciatore di taglie, incaricato di rintracciare ed eliminare quegli androidi che, inizialmente costruiti per aiutare gli umani nella colonizzazione di altri pianeti, sono scappati e tornati sulla Terra.
Una distopia ben costruita (ambientazione, personaggi, progressi tecnologici), una trama che cattura (tipo giallo poliziesco) e diversi spunti di riflessione.
Androidi che ignorano di essere androidi, umani che dubitano di essere umani. L’empatia pare essere l’unico criterio per distinguere i primi dai secondi (oltre all’analisi del midollo osseo, ma non la puoi fare a ogni persona che incontri). E la differenza si fa via via più sottile, mentre gli androidi più evoluti hanno reazioni emotive che non si discostano da quelle degli umani se non per frazioni di secondo e gli umani vanno disumanizzandosi, dipendendo sempre più dal modulatore umorale (apparecchio che induce artificialmente stati d’animo a richiesta) e dalla scatola empatica (strumento di accesso a una specie di religione artificiale empatizzante). Un mondo lontanissimo dal nostro, ma con analogie che danno da pensare.
Trama, caratteri, atmosfere del libro non coincidono interamente con quelli del film, per cui ogni puntata riserva qualche sorpresa. Le differenze consentono comunque di apprezzare entrambi, anche se per motivi diversi.
Buona la lettura di Cavalcoli.
“Pensò, anche, al suo bisogno di un animale reale; dentro di lui si manifestò ancora una volta un vero e proprio risentimento nei confronti della pecora elettrica, che lui doveva tenere e curare come se fosse viva. La tirannia di un oggetto, pensò. Non sa nemmeno che io esisto.”
[Radio 3. Ad alta voce. Tempo: circa 8 ore e mezza. Traduzione di Riccardo Duranti. Lettura di Marco Cavalcoli.]
torrion28torrion28 wrote a review
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KobayashiKobayashi wrote a review
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Ho appena riletto con attenzione “Le bateau ivre” di Rimbaud perché lo sta studiando mia figlia a scuola.

Intanto mentre torno da lavorare, da qualche settimana a questa parte, sto ascoltando “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” su radio 3.

E per una pura coincidenza, mentre leggevo “Il battello ebbro”, ho avuto la folgorazione (magari è risaputo ma io non lo sapevo) che il monologo del film Blade Runner è fortemente ispirato alla poesia di Rimbaud.

Leggevo quei versi
“ho visto ciò che l’uomo ha creduto di vedere! [...]
Ho visto il sole basso, maculato di mistici orrori, illuminare lunghi coaguli violacei [...]
Ho sognato le notti verdi dalle nevi abbagliate [...]
Ho visto arcipelaghi siderali ed isole i cui cieli deliranti sono aperti al vogatore [...]
ho pianto troppo!

e pensavo, ecco perché è rimasto così inciso nella mente di tutti “ho visto cose che voi umani ... “ bla bla bla, c’era dietro lo spessore di un poeta.

Comunque per me è stato un segno più che sufficiente.
Ho riletto il libro “delle pecore”, che è proprio bello, pur nella sua naïveté. Di una bellezza commovente se penso per esempio, alla letteratura pre-coloniale.

Dick racconta di scrittori che narrano di viaggi spaziali, quando questi ancora non esistevano, in un modo che gli sembra evidentemente straordinario e cioè usando l’immaginazione. Gli androidi rubano quei libri dalle biblioteche terrestri e li sparano su Marte a bordo di razzi automatici. “Di notte si vaga nei vasti spazi deserti e all’improvviso si vede una fiammata ed ecco lì il razzo, spaccato a metà, e le riviste di narrativa pre-coloniale sono sparse tutt’intorno”. E invece sulla Terra la letteratura fantascientifica non vale niente, la moda non ha mai veramente attecchito, fa dire Dick mestamente a un suo personaggio.

Mi piace anche che il cacciatore di androidi Deckard si senta profondamente cambiato dopo aver fatto l’amore con una Nexus 6, che si faccia finalmente delle domande. Ci sarebbe da riflettere sul virtuale, su Baudrillard etc. etc.

Ai droidi di nuova generazione è stato installato un sistema di memoria sintetica per cui può anche capitare che essi non sappiano di essere artificiali.
Quando ne sono consapevoli però, stanno “male” perché comunque sono biologicamente vivi, organici, non sono fatti di circuiti a transistor. Hanno solo una durata molto breve. Molto breve in confronto alla vita media di una persona naturalmente, dato che siamo a termine e lo sappiamo da subito anche noi. Forse è per quello che siamo accompagnati dalla tristezza per tutta l’esistenza. Non ci rassegniamo ad essere mortali.

Non è semplice tra l’altro definire in che cosa si differenzino da noi. Anima? Pensiero? Empatia? È solo questione di tempo, da qualsiasi punto di vista li stanno continuamente migliorando. E, contemporaneamente, stanno rincoglionendo le persone attraverso i programmi televisivi e altre amenità nel libro. Con mezzi peggiori nella nostra realtà.

Ad un certo punto Deckart insegue una umanoide al museo che sta guardando un quadro: l’Urlo di Munch “mostrava una creatura calva e angosciata, con la testa che pareva una pera rovesciata, le mani premute sulle orecchie e la bocca aperta in un immenso urlo muto. [...]

secondo me è così che deve sentirsi un drone”. E spesso anche tanti esseri umani.