Madre notte
by Kurt Vonnegut
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Israele, 1961. In un carcere di Gerusalemme un ufficiale tedesco è in attesa di essere processato per crimini di guerra. Adolf Eichmann, accusato della morte di milioni di ebrei nei campi di sterminio nazisti, non è però l'unico criminale di guerra ospite di quel carcere. In una cella vicina alla sua ce n'è un altro che si chiama Howard W. Campbell junior e si è consegnato spontaneamente alla giustizia in preda ai rimorsi della propria coscienza. Un criminale di guerra americano? Possibile? Possibilissimo. Campbell, trasferitosi in Germania prima della seconda guerra mondiale, vi ha messo radici, è diventato un famoso commediografo, ha sposato la figlia del capo della polizia di Berlino ed è stato accolto nella cerchia dei principali collaboratori di Hitler, conquistandosi un posto tra i responsabili del genocidio. Nella brillante carriera di quest'uomo senza scrupoli e senza ideali c'è stato però uno strano incontro in un parco berlinese che gli ha rivoluzionato la vita. E ora che Campbell rischia una condanna a morte, come Eichmann, l'averla accettata potrà forse salvarlo dal patibolo.

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FrahorusFrahorus wrote a review
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Un uomo è quel che finge di essere
Finalmente riesco a leggere un'altra opera di Vonnegut, che ho apprezzato tantissimo nel suo celebre Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini. Se in Mattatoio veniva affrontata la tematica della guerra, in questa opera si affronta il nazismo e la sua folle propaganda. In entrambe le opere è chiaro il messaggio dell'autore: la guerra è sempre una pessima idea, meglio non farla. E in questo romanzo scritto sotto forma di memorie, ha una morale come ci ricorda all'inizio lo stesso Vonnegut: questo è l'unico dei miei racconti di cui conosca la morale. Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere.

La genialità di Vonnegut è quella di riuscire a narrarci eventi tragici e complessi come la seconda guerra mondiale in modo diretto e semplice, e soprattutto ironico, cosa non facile per tutti. Anzi, per pochi. E poi il suo stile è davvero inimitabile.

Il protagonista è una spia nazista addetta alla propaganda antisemita che si pente di quello che ha fatto e decide di auto accusarsi facendosi arrestare. Quindi, in carcere, in attesa di sapere se verrà condannato o meno, decide di scrivere un libro di memorie, formato da brevi capitoli che riassumono tutto quello che ha vissuto. E Vonnegut ci farà riflettere proprio su questo: è lecito perdonare una persona che ha fatto tanto male? Quali sono i confini che ci fanno determinare se una persona è buona o cattiva?
Dite quel che volete del sublime miracolo di una fede senza dubbi, ma io continuerò a ritenerla una cosa assolutamente spaventosa e vile.


Questa opera ci fa riflettere sul lato umano delle persone, naziste o meno che siano state. Howard può essere contemporaneamente un eroe e un mostro, un buono e un cattivo.

Curiosità: il protagonista del romanzo, Howard W. Campbell, è ispirato alle figure realmente esistite di William Joyce e di Ezra Pound.
ScigheraScighera wrote a review
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Alfonso76Alfonso76 wrote a review
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(versione illustrata su capitolo23.com/2017/07/22/madre-notte-un-capolavoro-firmato-kurt-vonnegut)

Guardate qui:

(foto)

ok, ci sono due possibilità. Se non avete mai visto Criminal Minds (e stento a crederlo), vi starete chiedendo chi siano quei due. Se le avventure dei profiler più famosi della televisione popolano o hanno popolato le vostre serate, beh, avrete riconosciuto Emily Prentiss e (il compianto) Derek Morgan. E cosa ci azzeccano due agenti FBI con la recensione di Madre notte, magnifico romanzo di Kurt Vonnegut? Semplice: nel sedicesimo episodio della seconda stagione viene citato il passo “tu sei uno che fa finta di essere, quindi stai attento a ciò che fingi di essere”. Un brano tratto da Madre notte, naturalmente.

Madre notte racconta, con un io narrante particolarmente coinvolgente, la storia di Howard W. Campbell Jr., rinchiuso in un carcere israeliano per essere stato la voce della propaganda nazista in lingua inglese. Trasmissioni cariche d’odio che superavano l’oceano e facevano proselitismo antisemita aldilà dell’oceano con un mare montante di provocazioni razziali, di sconcertanti teorie sul dominio sionista del mondo, di giustificazione dell’orrore che si stava sviluppando entro i confini germanici e oltre. Un personaggio abbietto, orribile, dunque? Forse, perché l’intera narrazione è velata da una ipotesi nemmeno troppo nascosta: e se Campbell fosse stato un agente dello spionaggio USA installato nel cuore della capitale nemica e vicino alle sue massime gerarchie?

Lontanamente ispirato a vicende reali (celebre, in questo senso, il caso di Ezra Pound, condannato negli States per collaborazionismo e internato per quasi 15 anni in un manicomio), Madre Notte è un romanzo che riesce nel sottile miracolo di unire pagine di grande emozione e passaggi di enorme ironia satirica, senza mai perdere una struttura narrativa coerente e intrigante che mostra persino qualche venatura gialla.

"Come mi sono trovato in manicomio? Piuttosto male. Ma in quale altro posto si poteva vivere in America?
Ezra Pound"

Come in altre letture di Vonnegut che ho affrontato, vivi – e superi perfettamente, altro miracolo – un piccolo disagio: quello di sentirti dipingere sul volto una sorta di mezzo sorriso nonostante gli argomenti trattati. E’ una sensazione strana, quasi irreale, quasi tangente al senso di colpa. Una di quelle emozioni purissime che solo la lettura di un grande romanzo sa regalare.
ZimuZimu wrote a review
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Nel 1961 si celebra a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann. Hannah Arendt, com’è noto, ne ricava un libro pensoso, celebre e discusso. Un promettente scrittore di fantascienza ne trae invece lo spunto per immaginarsene un altro, di processo, un po’ più problematico e paradossale (e così facendo, effettua la sua prima sortita in un genere letterario talmente particolare che per certi aspetti nasce e muore con lui). Al gabbio troviamo qui Howard W. Campbell, che di nascita è americano, ma emigra con la famiglia in Germania negli anni ’20 e finisce a lavorare per il ministero della Propaganda del Terzo Reich, dove diventa titolare di una rubrica radiofonica che smercia al pubblico anglofono tutto il becerume ideologico nazista. Il fatto è che quest’uomo d’apparato, dalle velleità letterarie e con un oggettivo talento da imbonitore, è al tempo stesso una spia americana, nei cui sproloqui pubblici si annidano messaggi cifrati per i comandi Alleati. Ha solo un problema: non lo può dimostrare – e non lo potrà dimostrare neanche dopo la guerra, da cui esce senza un graffio, ma anche senza medaglie, con una ferita nel cuore e una reputazione compromessa che lo costringe a una vita di sostanziale autosegregazione nel cuore di New York. Su questo paradosso si regge un primo livello di lettura. «Come speaker radiofonico – dice a un certo punto il nostro protagonista – avevo sperato di essere soltanto ridicolo, ma viviamo in un mondo in cui essere ridicoli non è facile; ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare. Troppa gente aveva voluto credere in me». E così, una cosa iniziata senza particolare malizia diventa di fatto aperto collaborazionismo. Vonnegut stesso esplicita la morale della favola con una formula che sembra un gioco di parole, ma se ci pensi un attimo è un frammento di lucida verità: «noi siamo quello che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere» (Campbell non è il solo che più o meno consapevolmente finge di essere qualcun altro, in questo libro; Eichmann stesso a un certo punto compare nel libro, e con poche micidiali battute se ne fa emergere tutta la sua sconfinata mediocrità: possibile che la parte che ci troviamo a interpretare nella commedia della vita, che è a suo modo una fiction, una narrazione, possa avere conseguenze materiali tanto devastanti sui nostri simili? Sì, ed è spaventoso: pensate alle ricadute concrete che ha sulle persone la scelta di battere su un certo tema per pura tattica politica, mica perché ci si crede davvero, ma solo per continuare a essere “qualcuno”: «se avesse cominciato a disfarsi di tutti quegli omicidi, allora sarebbe scomparso anche Eichmann, cioè l’idea che Eichmann aveva di se stesso»).

Su questa premessa si imbastisce una specie di farsesca spy-story in cui entra in scena tutto un sottobosco di personaggi che fanno il paio coi nazisti dell’Illinois (solo che qui si chiamano Guardia di ferro dei figli bianchi della costituzione americana, ed è tutto detto). Basta il ritratto del loro leader per capirci: un reverendo odontotecnico che scrive saggi per dimostrare scientificamente che la mascella di Cristo quale si può ricostruire dai suoi ritratti non può essere una mascella di tipo ebraico, dunque Cristo non è ebreo... Ed è qui che, con la leggerezza di chi sembra che stia allestendo solo una scanzonata commedia noir, Vonnegut restituisce una micidiale fenomenologia della personalità autoritaria quale la possiamo ritrovare quotidianamente sotto i nostri occhi nei babbei che si fanno il servizio fotografico al Cara di Mineo o negli studenti fuori corso che, dall’alto della loro nullità, studiano per diventare premier di questo scalcagnato paese (e in tutti i rispettivi adoranti seguaci, beninteso, che disprezzano lo studio perché non capiscono la complessità del reale e dicono, a te!, “ma documentati, va” quando hanno un’unica, oracolare, fonte di informazione). La loro mentalità, «può paragonarsi a un sistema di ruote dentate con dei denti mancanti, uno qua e uno là. Un meccanismo di pensiero così sdentato, guidato da una libido media, o anche sotto la media, ruota su se stesso con la medesima sussultante, rumorosa, vistosa inutilità che avrebbe all’inferno un orologio a cucù. (...) Quel che più spaventa in una mentalità totalitaria di stampo classico è che una qualsiasi ruota dentata, anche se mutilata, presenta sempre, lungo la sua circonferenza, tratti di denti interi che si conservano a lungo senza morchie e possono funzionare senza alcuna imperfezione. Da qui l’orologio a cucù che segna il tempo all’inferno... scandisce regolarmente il tempo per otto minuti e ventitré secondi, poi scatta in avanti di quattordici minuti, quindi riprende a battere perfettamente per sei secondi, e poi ne salta due, riprende a funzionare perfettamente per due ore e un secondo, e poi scatta in avanti di un anno. I denti mancanti sono, naturalmente, delle verità molto semplici, ovvie addirittura, verità che nella più parte dei casi le capirebbe anche un ragazzino di dieci anni. La volontaria eliminazione dei denti della ruota, l’ostinata volontà di agire pur senza possedere alcune informazioni elementari...». La logica ferrea dell’illogicità, che non accetta critiche perché non è neanche in grado di capirle. Non c’è niente da aggiungere. Ps. Anzi, una cosa da aggiungere c’è. Questa frase: «Ci sono centinaia di buoni motivi per combattere ma neanche uno per odiare senza riserve, e per credere che Dio onnipotente sia d’accordo con noi. Dov’è il male? É quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. É quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente qualsiasi genere di brutalità. É la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire, e gode a fare la guerra».