Malinverno
by Domenico Dara
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Ci sono paesi in cui i libri sono nell'aria, le parole dei romanzi e delle poesie appartengono a tutti e i nomi dei nuovi nati suggeriscono sogni e promesse. Timpamara è un paese così, almeno da quando, tanti anni fa, vi si è installata la più antica cartiera calabrese, a cui si è aggiunto poco dopo il maceratoio. E di Timpamara Astolfo Malinverno è il bibliotecario: oltre ai normali impegni del suo ruolo, di tanto in tanto passa dal macero, al ritmo della sua zoppia, per recuperare i libri che possono tornare in circolazione. Finché un giorno il messo comunale gli annuncia che gli è stato affidato un nuovo, ulteriore impiego: alla mattina sarà guardiano del cimitero e al pomeriggio starà alla biblioteca. Ad Astolfo, che oltre a essere un appassionato lettore possiede una vivida immaginazione, bastano pochi giorni al cimitero per essere catturato dalla foto di una donna posta su una lapide. Non c'è altro; nessun nome e cognome, nessuna data di nascita e morte. Col tempo Astolfo è colto da un quasi innamoramento e si trova a inseguire il filo del mistero racchiuso in quel volto muto. Attorno a lui si muovono i lettori della biblioteca, gli abitanti di Timpamara e i visitatori del cimitero, estinti e in carne e ossa, con le loro storie comiche, tenere, struggenti - dal "resuscitato" alla ragazza rimasta vedova alla vigilia delle nozze, che tinge l'abito nuziale di nero e chiede ad Astolfo di unire lei e il trapassato in matrimonio.

All Reviews

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CiaCia wrote a review
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Mauro Torquati57Mauro Torquati57 wrote a review
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SaturdaycureSaturdaycure wrote a review
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Inizio con un mea culpa .Non avevo mai letto nulla di questo scrittore e considerando che sono suo corregionale il tutto è ancora più grave. 
Attratto da recensioni in giro per la rete , vero , ma soprattutto dal titolo e dal fatto che il tutto si svolge nel comune di “ Timpamara “. Mi affascinava l’assonanza con la parola Timpa , che esprime in dialetto calabrese la parola “ dirupo o collina “ , con un vecchio proverbio che recita   “Va trovannu finucchj i timpa”. Mi incuriosiva il fatto che un avesse lo stesso nome di un buon vino che si produce dalle mie parti.
Ora finita la divagazione del tutto personale , che dire del libro: D’istinto direi , dolce . Una dolcezza triste , melanconica , come quando ascolti una nenia e ti lasci cullare . “Buono come il pane appena sfornato”.
Un libro dove sembra che la morte , la fine , il precipizio ,  sia il motivo predominante .
Astolfo che si sforza ogni volta di scrivere un finale dove il protagonista dei libri che ama deve morire. Perché un libro , per essere perfetto deve per forza dare una morte al suo protagonista.
Quasi se solo do fronte la morte si trova compimento e non in quello che facciamo durante la vita terrena .
Ma è solo un trucco di un giocoliere. Quasi venerare l’atto finale , la morte di ognuno , con i suoi dolori , per parlare in realtà della vita.
Quella vita apparentemente inutile , fatta di sconfitte e solitudini e di giorni che si susseguono ad altri giorni
E di riscatto , perché in ogni fiaba alla fine c’è un riscatto , una presa di posizione , una vittoria .
Solo che in questo libro , il riscatto , per tanti motivi è amaro. Come amara è la vita a volte quando respiriamo a pieni polmoni .
Semplicemente bello . 
MaristellaMaristella wrote a review
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MALINVERNO

“Malinverno” (Feltrinelli 2020) di Domenico Dara, scrittore calabrese, è un libro struggente ed evocativo che si dispiega lentamente sotto gli occhi del lettore in un mosaico di storie che hanno il sapore della vita ma anche quello del limite della morte, dei sogni e della realtà, della magia dei libri e del potere salvifico della Letteratura, degli amori mai vissuti, solo sfiorati o perduti per sempre, delle scintille di ogni desiderio irrealizzabile, dell’incanto delle parole, dei destini racchiusi in un nome.

Il paese di Timpamara ha lo stesso profumo dei libri, della carta. E’ il “paese della carta”. Proprio là, per le alterne vicissitudini dei proprietari è stata costruita una cartiera e un macero dal quale il vento attinge fogli di carta per distribuirli, come pioggia dal cielo, su tutti gli abitanti diffondendo così, al tempo stesso, il morbo della lettura. Saranno proprio quei fogli pieni di nomi e di storie a far sì che i timpamarani cominciassero a chiamare i figli come gli eroi di carta in essi contenuti: Gargantuà, Pantagruel, Verter, Ortis, Mopassàn, Fiammetta, Astolfo e tanti, tanti altri.

Astolfo Malinverno è il bibliotecario di Timpamara. Zoppo, a causa di una gamba più corta dell’altra, ha alle spalle una vita piatta e infelice. Lo salva soltanto il suo immaginario, lo salvano i suoi sogni nutriti dai libri che gli permettono di vagabondare in una terra sospesa dalla realtà, di intrecciare vite parallele che non sono la sua ma che lo innalzano in pensieri e inventiva.

Abitudinario e metodico, vedrà la sua quotidianità sconvolta da un nuovo incarico che, per motivi casuali, gli verrà dato dal Sindaco in persona: la mattina sarà il guardiano del cimitero del paese e la sera sarà l’unico e indiscusso bibliotecario di Timpamara.

I due lavori che a prima vista sembrano inconciliabili, in realtà non lo sono affatto. Con la morte dobbiamo imparare a convivere perché è essa stessa parte della vita, la fine è ovunque, nelle cose, nell’amore perduto, in quello che non abbiamo mai ricevuto, nel pianto di chi è rimasto solo, negli strappi che siamo costretti a subire, a volte violenti, spesso inaspettati e anche nelle storie dei nostri libri più amati dove viene sempre il momento dell’epilogo.

Davanti a una lapide senza nome, senza data di nascita né di morte, davanti alla fotografia di una donna bellissima con la pelle bianca come il marmo su cui è incastonata e i capelli neri raccolti sul capo, Astolfo si innamora. Decide di chiamare Emma quella defunta sconosciuta che tanto lo attrae, come Madame Bovary, di cui ravvede la stessa tristezza nello sguardo. Ma un giorno, in carne ed ossa, Emma gli comparirà davanti e Astolfo Malinverno dovrà decidere da solo cos’è vero e cosa non lo è, perché quella donna diventa il centro della sua vita, delle sue azioni, dei suoi pensieri e dei suoi sogni più  estremi.

Scritto in una lingua viva, che cattura e coinvolge, questo libro è pieno di malinconia, di emozioni, di sogni e rimpianti, di pensieri pieni di profondità e spessore, spesso allestiti in quel mondo onirico che fa parte di tutti noi, all’interno di quella facciata che presentiamo al mondo, in un’intimità inconfessata che tanto bene sappiamo nascondere, qualcuno anche più degli altri. Un libro ricco di personaggi meravigliosamente imperdibili, ognuno rappresentato da una narrazione originale, ora commovente, ora ironica, ora tristissima. E di tutte le nostre vite cosa potrà restare quando non ci saremo più? Forse resteranno le nostre storie, quelle che potranno essere raccontate, saranno proprio loro tutto ciò che rimarrà di noi. E non sono storie anche i libri che leggiamo? Non sono forse vita e morte che si intrecciano, si mescolano, si sovrappongono fino a condurci all’eternità?   

 


CiccioenriCiccioenri wrote a review
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Sei stelle (anche sette, dai)
Immaginate l'atleta che deve spiccare un salto (in lungo, in alto, con l'asta, ecc.). Prepara la rincorsa, effettua lo stacco, prende elevazione e atterra il più delle volte con successo.
Questa specie di parabola vale un po' anche per i libri, quelli belli. Ci vogliono un tot di pagine prima che carburi un certo di tipo di ritmo narrativo e che possa regalare emozioni.
“Malinverno” non è come questi libri. Li surclassa addirittura.
“Malinverno” non ha bisogno di rincorse o di stacchi.
Parte alto già di suo fin dalla prima pagina e non atterra mica alla fine.
Tutto viene ambientato a Timpamara, paese del profondo sud in controtendenza rispetto a quello che si potrebbe pensare. Tutto viene raccontato in prima persona dall'io narrante, il Malinverno che dà il titolo al volume.
La narrazione è caratterizzata da un linguaggio ricercato che però non vuole essere assolutamente fine a se stesso. E' il mezzo con il quale Dara è capace di dare una sorta di atemporalità alla vicenda e di costruire atmosfere impalpabili nelle quali è bello immergersi. E anche quando ci sei entrato vorresti trovare la maniera per scandagliare maggiormente la profondità di queste magie create dall'autore.
Ricorre, come filo conduttore, la tematica della morte. Il tono con cui se ne parla, tuttavia, non è troppo serioso così come non è neanche scanzonato. E' una tappa della vita. Va affrontata senza essere troppo spavaldi o superbi ma senza nemmeno essere troppo pavidi.
All'interno del romanzo, questo discorso è collegato più volte all'amore e al sentimento.
Sono perfettamente consapevole che, fin dai tempi antichi, la produzione letteraria abbondi di titoli o trattazioni in merito. Eppure, senza particolari artifici o stratagemmi, in “Malinverno” il risultato del connubio risulta assolutamente qualcosa di spontaneo e piacevole da leggere perché sapori amari, acidi e un po' più dolci si mescolano con percentuali variabili lungo tutto il corso del plot.
C'è poi un aspetto che rende “Malinverno” ancora più speciale. Nel dipanarsi delle vicende, la trama riesce a verbalizzare alcuni dettagli quotidiani che di norma vengono considerati non razionali e quindi trascurati perché privi di un fondamento oggettivo. Il parlarne, crea un parallelismo alla realtà che nel complesso non assume risvolti inquietanti, anzi.
Sentirete dire anche che “Malinverno” è un omaggio alla letteratura, ma non nel modo in cui lo si è già detto/letto altrove. In questa occasione il concetto di letteratura comprende anche la scrittura, l'immaginazione, l'assaporare le storie, il saperle continuare dentro di noi una volta terminate, oppure trasformarle se non sono di nostro totale gradimento. Comprende anche il legame che unisce gli eventi presenti nei libri alle nostre vite
Se vi addentrate in “Malinverno” vi accorgerete, alla fine, che sarà come saper cogliere la bellezze caleidoscopiche che fuoriescono dalle sfaccettature dei diamanti.
Gingolph65Gingolph65 wrote a review
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Anne_of_green_gablesAnne_of_green_gables wrote a review
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Malinverno: già il titolo possiede la suggestione di una vicenda dagli evidenti connotati fiabeschi, sospesa in uno spazio–tempo dal carattere volutamente indefinito, oscillante tra la realtà così come la conosciamo e delicate atmosfere dal sapore antico e rassicurante, che non aspira certo ad essere perfetta mimesi del reale, ma soltanto a donare al lettore quella rarefatta levità che solo appartiene al sogno o alla favola.


Infatti il paesino di Timpamara – nel quale sono calate le vicende dei bizzarri personaggi che lo popolano – appare sospeso in una dimensione eterea e surreale, la cui identità così unica e originale spicca grazie alla presenza di una cartiera ove si produce carta e un maceratoio ove si macerano quei libri quei e giornali considerati ormai vecchi e inutilizzabili. Ogni tanto capita però che alcune di queste pagine sfuggano al loro triste destino che le condannerebbe alla macerazione e al riciclo, andandosi a posare svolazzanti (grazie alla complicità di un vento amico), sopra le teste o sui nasi degli abitanti del paesello, riempiendo così di stupore e casuale meraviglia la quotidianità dei “timpamariani” i quali – ghermiti dal fascino delle parole – iniziano a conservare le pagine dei romanzi più belli e a chiamare i propri figli coi nomi ispirati agli eroi della letteratura, vivendo tutt’uno con le suggestioni dei grandi autori: Hugo, Cervantes, Melville, Flaubert, ecc.


Lo stesso protagonista si chiama Astolfo, come il cavaliere ariostesco che per primo andò sulla luna a recuperare il senno del fiero Orlando, smarritosi in quel luogo ove vanno a finire tutte le cose perdute dagli uomini.


E il nostro Astolfo è appunto un personaggio che, per certi versi, ricorda la luna, per “l’ottica stralunata” con cui egli osserva il mondo; ciò che più colpisce di lui è un candore che lo avvicina all’infanzia e che gli permette di abbandonarsi con genuina incredulità alle invenzioni letterarie, così vere e intimamente sentite nella sua testa da divenire esse stesse presenze reali, pura essenza che sa farsi carne, donando nuova linfa vitale all’esistenza, che da grigia si tinge all’improvviso delle sfumature insite nella miriade di creazioni romanzesche che guidano, orientano, offrono ideali, stimolano a superare il noto, per restituire una nuova prospettiva sul mondo a chi non rinuncia ad essere “un folle visionario”, così come lo fu Don Chisciotte. Come i mulini a vento diventano per l’hidalgo dei giganti da sconfiggere, così la presenza filiforme ed elegante di una donna ignota si trasforma, agli occhi dell’idealista Astolfo, nella leggendaria Madame Bovary.


Malinverno è il rappresentante per eccellenza di una cittadina che vive di suggestioni letterarie, in quanto egli è il bibliotecario zoppo che custodisce con cura i libri che da sempre ama e a cui viene affidato, a un certo punto, anche l’incarico di guardiano del cimitero, a simboleggiare il sottile legame che invisibile aleggia tra il mondo immaginifico contenuto nei libri e quello dei morti, cioé di coloro i quali - avendo varcato il sottile confine tra “essere” e “non essere” - possiedono ormai la medesima consistenza evanescente di una realtà immaginata e che trova dimora solo all’interno del pensiero, della memoria o della fantasia, così come accade per le invenzioni libresche, sospese tra verità e finzione, tra realtà e irrealtà.


Questo romanzo appare innegabilmente un grande omaggio al potere della letteratura e della parola scritta, che grazie alla sua intima forza sa evocare mondi altri, che tanto separati dal nostro poi non sono, ma anzi ad esso s’intrecciano, lo rischiarano di nuovi significati, permettendo di salvare dall’oblio tutto ciò che è soggetto a caducità. Come le opere letterarie preservano le idee e le storie dall’oblio, allo stesso modo le tombe aiutano a tenere vivo il ricordo di coloro che un tempo furono, consci della grande lezione di Foscolo.


E l’autore di “Malinverno”, con questo tenero e delicato romanzo, sembra volerci ricordare quale sia il legame invisibile che lega da sempre la vita, la morte e l’arte del raccontare, dato che spesso ciò che “un tempo fu” può potenzialmente trasformarsi in storia da narrare, come ci suggerisce lo stesso Isaac Singer in una sua bellissima raccolta di racconti e che ben si adatta allo spirito del romanzo di Dara:

Quando un giorno è passato non c'è più. Che cosa ne rimane? Niente più di una storia. Se non raccontassero le storie o non si scrivessero i libri, gli uomini vivrebbero come bestie alla giornata […] Oggi siamo qui che viviamo, ma domani il nostro oggi sarà soltanto una storia. Il mondo intero, l'intera vita dell'uomo è una storia”.