Mangia prega ama
by Elizabeth Gilbert
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Liz è bella, bionda, solare; ha una grande casa a New York, un matrimonio perfetto, un lavoro invidiabile. Eppure, in una notte autunnale, si ritrova in lacrime sul pavimento del bagno, con l'unico desiderio di essere mille miglia lontana da lì. Quella notte, Liz capisce di non volere niente di tutto quello che ha, e fa qualcosa di cui non si sarebbe creduta capace: si mette a pregare. Come reagireste se Dio (o qualcosa che gli assomiglia) venisse a toccarvi il cuore e la mente, non per invitarvi alla pazienza e alla rassegnazione, ma per dirvi che avete ragione, quella vita non fa per voi? Probabilmente fareste come Liz: tornereste a letto, a pensarci su. A raccogliere le forze, perché il bello deve ancora venire. Un amarissimo divorzio, una tempestosa storia d'amore destinata a finir male e, in fondo, uno spiraglio di luce: un anno di viaggio alla scoperta di sé. In questo irresistibile diario-confessione, Elizabeth Gilbert ci racconta le tappe della sua personalissima ricerca della felicità: l'Italia, dove impara l'arte del piacere, ingrassa di 12 chili e trova amici di inestimabile valore; l'India, dove raggiunge la grazia meditando in compagnia di un idraulico neozelandese dal dubbio talento poetico; e l'Indonesia, dove uno sdentato sciamano di età indefinibile le insegna a guarire dalla tristezza e dalla solitudine, a sorridere e a innamorarsi di nuovo. "Mangia prega ama" è la storia di un'anima irrequieta, con cui è impossibile non identificarsi.

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Diego Della RivaDiego Della Riva wrote a review
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Stef765Stef765 wrote a review
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Stef765Stef765 wrote a review
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MagratheaMagrathea wrote a review
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Standby
Mesi difficili. Libro passatempo.
Avendo visto il film, di cui non ricordo esattamente nulla, mi son presa una pausa dopo il mastodontico "4321" di Auster, giusto per arieggiare le stanze della camera cranica.
Il libro mi è stato prestato, per fortuna. Avendo il vuoto, dopo la visione del film, non avrei acquistato un altro buco nero, vista l'esiguità di spazi che mi affligge.
Cosa dire? Il libro è il racconto di un lungo periodo in giro per il mondo che l'autrice compie dopo il suo divorzio, alla ricerca di sè stessa e dei cocci da rimettere insieme. Concordo con chi ha scritto che la prima parte (il libro si divide in tre grossi capitoli, che coincidono con i tre viaggi fatti dall'autrice), quella del soggiorno italiano, è la peggiore: scontata, superficiale, piena di luoghi comuni sul nostro paese. Sembra che per gli americani non ci sia proprio verso di andare oltre il fascino posticcio costruito a tavolino dalle guide turistiche. Ma andiamo oltre.
Gli altri due capitoli raccontano il periodo trascorso in India, in un ashram, e l'ultimo quello a Bali.
Qui si riprende un pò, come se si fosse inserita un'altra persona nella narrazione. Qualcosa che cattura l'attenzione, senza cadere nella prosopopea mitizzata degli yogi, dei ritiri spirituali ed altre amenità, c'è.
Lo stesso per il periodo balinese, dove si dipanano personaggi in linea con tradizioni molto lontane dall'occidente riuscendo ad essere inquadrati nella loro realtà senza essere ridicolizzati o idolatrati.
La Gilbert riesce qui a mostrare la sua intelligenza e scaltrezza da donna di un paese capitalista e ad usarla a fin di bene. Tutto sommato, l'oriente le ha dato molto in termini di equilibrio e consapevolezza, e lei ripaga il debito con gentilezza e rispetto.
Nonostante la Gilbert fosse una giornalista di professione, probabilmente non è a suo agio con la scrittura di un romanzo. Scorre, per la sua leggerezza, ma non è una scrittura che mi convince, povera di immagini, banale nell'esposizione, infantile nella mancanza di esperienza.
Una distrazione. E va bene così.
FrancyFrancy wrote a review
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Federica De GiorgiFederica De Giorgi wrote a review
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ElanorElanor wrote a review
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Ma io non sono così!
Bestseller arcinoto, da cui quindi verrebbe immediato a) diffidare e b) dissociarsi. L’ho letto senza aver visto il film, e trovo dopotutto che ci siano cose che si salvano. Forse e soprattutto, l’autenticità.
Mi pare chiaro che la Gilbert non è una scrittrice come io non sono un battitore di football, ecco. Però trova i modi e le parole per raccontare senza tanti fronzoli qualcosa che le è successo, e che proprio per questo tocca così tanti lettori. Perché è qualcosa che molti di noi hanno vissuto. Smarrirsi, soffrire, vagare senza risposte.
Sta di fatto che con questa figura protagonista alla fine si interagisce parecchio, ci si confronta. Io ad esempio sono assolutamente invidiosa delle seguenti cose di Liz:
a) Che abbia i soldi (non tanti, eh), lo stomaco, il coraggio di stare un anno da sola in giro per il mondo.
b) Che nell’ashram in India riesca a raggiungere l’illuminazione. Da yogista apprendista da una volta alla settimana non ci arriverò mai! Ogni lezione è ancora una lotta con la mente e chissà per quanti secoli andrò avanti così
c) Che quando trova un uomo, ovviamente è un dio del sesso e del romanticismo (boh, forse bisogna andare a Bali per trovare tale felice congiuntura astrale).
Nel libro finisce tutto bene, ovviamente; nella vita invece, Liz l’uomo se l’è sposato, ma poi ha divorziato dopo 12 anni per sposare la sua migliore amica (che è morta di cancro), e dopodiché pare che ora abbia già un nuovo compagno.
Siccome il libro era il racconto di un’esperienza reale, allora viene un po’ da farle le pulci alla nostra Liz: ma come, non avevi trovato un equilibro? Cosa ne è stata dell’illuminazione yoga? Il vero titolo del libro doveva essere AMA, DIVORZIA, RIAMA, RIDIVORZIA etc etc in loop? Mistero.
Giogio53Giogio53 wrote a review
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Donne di (alto) gradimento - 14 apr 19
Non so a che titolo l’ottima Giulia Fiore lo consiglia, ma sicuro che può essere un libro che rende non dico più felici, ma forse più sereni, soprattutto se preso per il suo giusto verso. Io ne avevo già visto la versione cinematografica, uscita una decina di anni fa, perché interpretata dall’ottima Julia Roberts. Un film non eccelso, ma lo ricordavo godibile. Per questo, al termine di un viaggio asiatico, in cui sono riuscito molto a rilassarmi, aspettando una coincidenza a Seoul, e non avendo trovato niente che mi convincesse su Giappone o Corea, ho pensato che come “libro da viaggio” questo potesse essere un buon surrogato. Si svolge per 2/3 in Asia, e ricordavo che, almeno nel film, c’erano alcuni momenti di riflessione personale della protagonista che potevano valer la pena. La lettura si è poi persa in alcuni meandri di aspettative di altro. Ora ne riprendiamo le fila, prima di tutto scordandoci completamente il film, e dedicando i nostri piccoli neuroni al testo. Anche all’autrice, direi, che quest’anno ne fa cinquanta, e quindi all’epoca della scrittura era una 37enne già dedita a belle scritture. Questo libro tripartito narra poi, in maniera poco velata, ma con qualche nascondino qua e là, le vicissitudini dell’autrice stesse. Giornalista, sposata, nel 2002 attraversa un difficile divorzio, ha una relazione con un suo coetaneo americano, con cui si prende e si lascia continuamente. Fino a che, sull’onda di un consiglio ricevuto da un uomo di medicina indonesiano, e seguendo i dettami del suo Guru spirituale indiano, decide di dedicare un anno della sua vita alla ricerca di qualcosa. Di sé stessa, forse, di tutto, anche, o come dice lei stessa, di Dio, anche se usa questo termine in termine più generali. Oserei trasformarlo in una deità di riferimento. Quando deve organizzare questo viaggio, decide di dividerlo in tre parti, ognuna di 4 mesi. La prima alla ricerca del piacere. La seconda alla ricerca della devozione. La terza alla ricerca di un bilanciamento tra le prime due. Le sue riflessioni (e le indicazioni sopraesposte) la portano ad individuare tre paesi per queste tre esperienze. Tutti e tre, stranamente (vorrà dire qualcosa a qualcuno), iniziando con la lettera “I”: Italia, India e Indonesia. La scrittura scorre veloce, le sensazioni si accumulano, anche se il coinvolgimento emotivo non è grandissimo. Alla fine, per me lettore un po’ sempre disincantato, anche un andamento sbilanciato. Molto poco coinvolgente il piacere italiano. Alcune punte di interesse nella devozione indiana. Meglio il finale bilanciato, più prospettico, più sereno forse. Qualcuno, che vuole molto bene all’autrice, dirà che il finale bilanciato è merito dello sbilanciamento delle prime parti. Può essere. Tuttavia, il piacere, in Italia, per la scrittrice, oltre al fatto che fin da quando era in America aveva interesse alla cultura ed alla lingua italiana, dicevo questo piacere si riversa tutto sul cibo. Devo senz’altro convenire che il cibo italiano è di gran lunga più piacevole di molte cose che avvengono in giro per il mondo. Ma lo stare a Roma, il girare alcune città (piacevole la puntata napoletana su cui torno), poteva essere condito da ben altro sugo. Certo, Elizabeth dice che, proprio perché uscente da un matrimonio e da una relazione faticose non cerca uno sfogo sessuale, anche se si sente una tensione verso. Le cose migliori sono per me l’attacco, che commento sotto. E la visita alla pizzeria di Michele a Napoli, quella che fa solo Pizza Margherita, e che, nonostante o proprio per questo, è uno dei locali più affollati di tutta Napoli. Un piccolo accenno di ricordi personali: Elizabeth incontra il suo mentore di italiano in un Internet Point vicino al cinema Barberini. Confermo, in quegli anni, lì ce n’era uno, con le pareti arancioni, dove sono andato anch’io a volte. I quattro mesi indiani servono a farci entrare nel mondo dello Yoga duro e puro. Quattro mesi di ashram, di meditazioni, di sanscrito. Quattro mesi di polvere, di parole, di silenzi. Questa doveva forse essere la parte che andava in profondità verso la ricerca di “altro”, della deità di qui sopra, forse. Riesce a farci capire che pensando e ripensando, riesce a staccarsi dalle pene americane. Ma non riesce a comunicarcelo. Come al solito, non bastano le parole soltanto per dire e per dare. In Italia la descrizione del cibo non dava il piacere di mangiarlo. In India la descrizione della devozione non ci dà gli strumenti per capire il percorso della scrittrice. Come dicevo, si va meglio in Indonesia. Anzi, per la precisione a Bali. Dove incontra finalmente solo persone solari: Ketut, il suo uomo di medicina, Wayan, la sua sorella spirituale, e Felipe, che riuscirà a bucare la corazza di Elizabeth, riportandola sulla terra. Sempre con la capacità (si intuisce nelle pieghe dei discorsi) di continuare a meditare, a pensare, a riflettere, su sé stessa, sugli altri, e sul rapporto tra queste due entità e tra questi e il mondo. Mentre le prime due parti passano con qualche accenno, qui, anche se più condensati, ci sono molti avvenimenti. Che non descrivo, in cui non entro, che vi lascio leggere (o vedere nel film, se preferite). Comunque, la parte indiana avrebbe dovuto dare una svolta al testo, invece a me è più piaciuta la parte balinese, soprattutto per quei pochi, ma non banali, ragionamenti sull’amore. A cui bisogna aprire il cuore ma soprattutto la mente. In fondo, alla fine, è più quello che mi dà l’idea del libro che il libro stesso. Per finire alcune altre chicche, oltre quella sopra riportata su via Barberini. Spesso Elizabeth ed i suoi amici italiani si salutano con questo giochetto molto english: “See you later, alligator!” cui si risponde “In a while, crocodile!”. Una piccola imprecisione ci sarebbe a pagina 45: a piazza del Popolo si correva a cavallo nel Medioevo; quello che cita l’autrice sono le corse dei carri, che invece si svolgevano a Piazza Navona. Altro punto, forse un po’ di parte: a pagina 47 viene citato come il miglior gelato quello di “San Crispino”. Forse la nostra autrice dovrebbe anche provare cioccolato e pistacchio di via dei Gracchi! Ovvio che la parte “romana” mi ha divertito, pur se nel complesso, come detto, ha una sufficienza molto, molto risicata.
“I wish Giovanni would kiss me.” [si capisce anche se non la traduco, e quanto ho pensato che qualche donna me lo dicesse!] (7)
“I thought of how many people have had siblings or friends or children or lovers disappear from their lives before precious words of clemency or absolution could be passed along.” [Ho pensato a quante persone hanno avuto fratelli o amici o figli o amanti che sparivano dalle loro vite prima che preziose parole di clemenza o di assoluzione potessero essere scambiate] (247)
“I like that he’s traveled through over fifty countries in his life, and that he sees the world as a small and managed place.” [Sono contenta che abbia viaggiato in oltre cinquanta paesi nella sua vita e che consideri il mondo un posto piccolo e gestibile] [mia nota: io ho viaggiato in più di ottanta paesi…] (367)
Georgiana1792Georgiana1792 wrote a review
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Siamo tutti una cosa sola, la divinità è dentro di noi - in ciascuno di noi, in uguale misura. Benissimo. Ma prova a vivere partendo da questa idea. Cerca di mettere in pratica quello che hai capito, ventiquattr’ore al giorno. Non è così facile. Per questo si dà per scontato che ci sia bisogno di un maestro yoga. A meno che non nasci santo e già perfettamente realizzato, avrai bisogno di qualche ammaestramento sulla via dell’illuminazione.

Ho cominciato a leggere questo libro un po' prevenuta, perché avevo iniziato a vedere il film, ma dopo una ventina di minuti mi ero stufata, forse perché si riduceva a una serie di abbuffate in Italia (l'autrice dice infatti che nella sua prima tappa, nei primi 4 mesi, ha preso ben 12 chili senza il minimo senso di colpa. Forse perché sapeva che, nelle due successive tappe li avrebbe persi?)
Invece la scrittura scorrevole di Elizabeth Gilbert mi ha subito coinvolta, per quanto la meditazione sia molto lontana da me. Ho trovato la seconda parte - quella ambientata in India - più ostica, infatti, e la Guru Gita - l'inno purificatore dell'ashram indiano fatto di centottantadue versi in sanscrito - quasi una violenza.
Ma poi, negli ultimi quattro mesi, quando Elizabeth si trasferisce in Indonesia - a Bali, per la precisione - ho trovato tutto molto più interessante, soprattutto per la figura di Ketut Liyer, lo sciamano che aveva predetto a Elizabeth che sarebbe tornata in Indonesia, che ho trovato davvero fantastico. Ecco, con lui studierei volentieri meditazione.
Mi sento a mio agio con il vecchio sciamano, tranquilla come se fosse mio nonno. Mi dà la mia prima lezione di meditazione balinese. Mi dice che ci sono molte vie per trovare Dio, ma la maggior parte di esse è troppo complicata da seguire per gli occidentali, per questo lui mi insegnerà un tipo di meditazione più facile. Essenzialmente bisogna fare cosi: sedersi in silenzio e sorridere. Mi piace.
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«Perché chi fa yoga è sempre tanto serio? Se fai faccia così seria spaventi l’energia buona. Per meditare devi solo sorridere. Sorridi con la faccia, sorridi con la mente, e l’energia buona verrà da te e laverà via l’energia sporca. Sorridi anche con fegato. Fai esercizio questa sera all’albergo. Non troppa fretta, non troppo sforzo. Se tu troppo seria, diventi malata. Puoi chiamare energia buona con sorriso. Finito per oggi. See you later, alligator. Torna domani. Sono molto felice di vederti, Liss. La tua coscienza è la tua guida. Se hai amico occidentale che viene a Bali, portalo da me per lettura della mano. Sono molto vuoto nella banca da quando è scoppiata la bomba».