Manifesto del partito comunista
by Friedrich Engels, Karl Marx
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Hanno meno di trent'anni Karl Marx e Friedrich Engels, nel 1848, quando scrivono il Manifesto del partito comunista: un pugno di pagine all'inizio senza fortuna, poi destinate a cambiare il mondo. Un testo che nel 1989, anno della crisi ufficiale del comunismo, risulta pubblicato in oltre duecento lingue e in mezzo miliardo di copie. Storia e lotta di classe, borghesia e proletariato, lavoro e libertà, proprietà privata e sfruttamento, partito e rivoluzione, capitalismo e comunismo: questi i nodi cruciali di un'idea di uomo, politica e società che ha segnato la carne viva del Novecento. E che oggi sembra scomparsa dalla faccia della Terra, lasciando campo libero a un capitalismo globale, privo di opposizione organizzata. Gli articoli di fede, rabbia e speranza scanditi nel Manifesto risultano così, insieme, fuori tempo massimo e più che mai attuali. Perché esortano a immaginare che il capitalismo possa ancora venire messo in questione, in un'epoca apparentemente senza alternative.

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Giuseppe C. KaramàzovGiuseppe C. Karamàzov wrote a review
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Uno spettro si aggira per l'Europa...
Il Manifesto del Partito Comunista, di Marx ed Engels, mi ispira sentimenti contrastanti. Da un lato, provo grande ammirazione per la capacità analitica degli autori, ma dall'altro lato non posso che prendere le distanze dal loro tono e dalle conclusioni a cui giungono.
Distinguerei, infatti, l'analisi storico-economica, davvero lucida e scientifica, dalle proposte politiche.
La descrizione del mercato del lavoro affascina e sembra quasi di leggere un libro profetico, perché molte delle storture, che avvengono anche oggi all'interno del mondo del lavoro sono qui ben descritte. E questo è sicuramente un lascito prezioso per i posteri ed ha contribuito a creare una coscienza di classe, rendendo i proletari di tutto il mondo consapevoli della propria forza politica.
Ma quando si passa dal piano descrittivo a quello attivo, quando si deve decidere cosa fare della forza politica del proletariato, io non posso che prendere le distanze. Il tono e le parole del Manifesto del Partito Comunista non lasciano spazio a molti dubbi: per Marx ed Engels la rivoluzione comunista doveva essere imposta anche con la violenza e chi non era d'accordo col nuovo corso sarebbe stato considerato da loro come un ribelle (mentre i socialisti per loro erano stupidi e/o ingenui).
Non va. Perché questi sono i semi del totalitarismo. Il mondo che viene prospettato è un mondo che vuole imporre persino i propri valori, negando l'universalità - e la legittimità - di tutto ciò che ad esso non si confà.
E io non accetterò mai nessun sistema che vuole istituzionalizzare l'inimicizia verso la diversità di fini ed opinioni (quando fini e opinioni non vogliono ledere nessuno).
E benché io sia consapevole che certi toni e parole sono figli di un contesto ben preciso, ritengo, tuttavia, che sia utile criticare questo testo al di fuori della sua dimensione storica... proprio per evidenziare le sue storture ed elogiare, invece, ciò che può essere universalmente accettabile.
Tra l'altro, ciò che non mi è mai particolarmente piaciuto di riflessioni simili (e penso anche alla Repubblica di Platone, oppure all'Utopia di Tommaso Moro etc etc...) è che il filosofo di turno - benché pensare sia il suo mestiere - semplifica troppe cose. Ma la realtà è complessa e anche l'ideologia deve esserlo. Non si può pretendere di piegare la complessità della realtà ai limiti creativi dell'essere umano. Dev'essere il contrario. E' il filosofo che deve espandere la propria semplice ideologia e renderla sempre più complessa.
Questo per dire che non mi si può parlare del proletariato, come se tutti i proletari volessero le medesime cose. E proprio per questo nessun sistema può essere imposto.
Opere simili possono dare delle buone idee, se chi le scrive ha l'umiltà di sperare che non siano mai messe in pratica al 100%.
Ogni ideologia applicata al 100% non è altro che schiavitù.
E non mi si può venire a dire che la schiavitù è la nuova libertà.
Questa è possibile solo in sistemi misti e pluralisti.
Dette queste cose, spunti positivi - come scritto più su - ci sono e me li tengo cari.
Preferendo - personalmente - un socialismo democratico (aperto a buone idee liberiste).
Luca VitiLuca Viti wrote a review
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Posso fare la palombella? Eh? Mario!
Il mio weekend è stato tortuoso.

Ho lavorato molto, e per niente, questa settimana. Tutto ciò che ho fatto, lo dovrò rifare la settimana prossima - tra poche ore, diciamo, scrivo che è domenica notte - perché il cliente era poco soddisfatto.
Faccio il pubblicitario.
Sono un piccolo borghese che lavora per ciò che, negli anni del berlusconismo, ha ridotto questa società ad essere, un indice di gradimento e un prodotto di consumo allo stesso tempo.

Il venerdì alle sei ho tirato un grosso sospiro di sollievo.

Il sabato mattina (come ogni sabato) ho dormito fino a tardi.
Il sabato pomeriggio ho seguito la Premier League e poi la Serie A.
Entrambe le squadre per le quali tifo (Crystal Palace e Inter) hanno vinto.
Ho cenato leggero.

Ho guardato Ecce Bombo...
Poi su Raiplay ho trovato una puntata di Match nella quale Arbasino moderava un dibattito fra Moretti e Monicelli sul ruolo del cinema nella società "di oggi".
È seguita una puntata di Match nella quale Arbasino moderava un dibattito tra Moravia e Sanguineti sul ruolo PRATICO e ATTIVO non teoretico, dell'intellettuale nella società moderna.
Sanguineti faceva, dell'artista, un apologo della burocrazia - Moravia diceva che chiaramente si riferiva al Marxismo - io non capivo.

Domenica mattina ho dormito fino a tardi.
Domenica pomeriggio - orfano di calcio - mi sono deciso. Ho guardato Il Caimano di Nanni Moretti.
Mi è piaciuto molto.
Ho cercato su wikipedia la lista dei processi a Berlusconi. Mi sono fatto spiegare da Travaglio cosa fosse il processo SMI.
Mi sono reso conto della tremenda portata degli scandali sessuali di Berlusconi.

La sera ho guardato Palombella Rossa, di Nanni Moretti.

Dunque ho riguardato il suo intervento del 2002 alla manifestazione dell'Ulivo, al termine della quale imputava a Rutelli e Fassino di essere inoffensivi e poco incisivi - per esser buoni.
Alle undici e quindici ho raggiunto la libreria dei miei genitori e da quella ho sfilato il manifesto del partito comunista.

Ho rinfrescato il concetto di materialismo storico, di lotta di classe, di capitale.
Avrei voluto leggerlo dodici anni fa.

Non torneranno più i pomeriggi di Maggio... Mia madre, il brodo di pollo quand'ero malato, gli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze...
Mendel85Mendel85 wrote a review
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Chi ha paura di Carlo Marx ?
Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del Comunismo

Questo l'incipit di uno dei testi che più hanno avuto influenza nella Storia dell'Uomo. Pochi libri hanno suscitato una più vasta eco, pochi libri hanno smosso più uomini, pochi libri sono stati più combattuti, commentati, condannati, idolatrati come il Manifesto del Partito Comunista.
Ma quanti lo hanno veramente letto, questo pamphlet di poche pagine?? E lo scrivo pensando sopratutto agli uomini che si sono succeduti a Sinistra.
Proletari di tutto il mondo, unitevi! Questa l'esortazione finale che chiude il Manifesto. Viene da sorridere se la compariamo con il percorso della sinistra italiana.
170 anni ci separano dalla prima pubblicazione a Londra e a distanza di tutti questi anni la domanda che mi (e vi) pongo è: Ha ancora senso al giorno d'oggi parlare di Comunismo? Esiste ancora il Comunismo e chi è oggi comunista? Parlando di Comunismo a chi o a cosa ci riferiamo?
All'esperienza storica sovietica e non ? ( e qui mi preme rilevare come Marx e Engels preconizzavano come patria della nascente rivoluzione non la Russia agricola e contadina del primo Novecento ma la Germania industriale e proletaria del XIX secolo. Ma si sa, nessuno è profeta in patria)
Alla dittatura del proletariato ( che per Marx era una fase transitoria)? Ad una visione materialistica e dialettica della Storia? Al socialismo scientifico delle origini ?
Oppure ci riferiamo ad uno stato dello spirito? Ad una missione laica di riscatto e giustizia sociale?
Non so ma

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno lo zio il papà. La mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica. Ahi ahi ahi ahi
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche, lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima, prima prima, era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l'operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l'aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
Qualcuno era comunista perché, la borghesia il proletariato la lotta di classe cazzo.
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava solo Rai 3.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto. Minchia.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il vangelo secondo Lenin.
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia. O cazzo.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c'era il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista perché non c'era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d'Europa.
Qualcuno era comunista perché lo stato peggio che da noi, solo l’Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant'anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica eccetera eccetera eccetera
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos'altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice, solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Sì, qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come, più di sé stesso. Era come due persone in una.
Da una parte la personale fatica quotidiana e dall'altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti, avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l'uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall'altra, il gabbiano senza più neanche l'intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo


Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista
Gauss74Gauss74 wrote a review
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Monsieur Marx, ve ne dovete andare.
Ed ecco che finalmente dopo una vita intera incontro questo barbuto signore di Treviri faccia a faccia. Me la ricordo ancora, la prima volta che ho conosciuto il nome di Karl Marx. Avevo dieci anni, stavo leggendo la storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi: dato che un’ opera destinata ai bambini non si può permettere di esporre il pensiero del grande tedesco neppure per sintesi, si limitava a raccontarne la lotta per migliorare le drammatiche condizioni delle masse operaie, le sue sofferenze, le sue continue peregrinazioni. E mi rimane impressa dopo trent’anni quella vignetta in cui la polizia belga caccia via Marx e Jenny proprio con queste parole “Monsieur Marx, ve ne dovete andare”.

Ecco, quel momento è arrivato anche per me. Perché dopo aver perso le illusioni giovanili (di tipo forse un po’ troppo gucciniano, devo dire), dopo essermi scontrato col mondo del lavoro ed aver toccato con mano le sofferenze ma anche le gravi colpe dei lavoratori, dopo aver affrontato il superamento del comunismo ad opera di Albert Camus, forse era impossibile che “Il manifesto del partito comunista” non mi apparisse vecchio. E non a caso lo stesso Domenico Losurdo nella sua pur interessantissima introduzione con grande sforzo e grandi energie cerca di sostenerne l’attualità: ma è un’impresa disperata.

Ma alla fine cosa c’è che non va nel comunismo? Perché bisogna alla fine che la Sinistra in Italia ma anche nel mondo cerchi una strada diversa? Losurdo ma anche molti politici attuali non capiscono che il problema non è il Gulag o il deteriore socialismo reale che abbiamo conosciuto in Unione sovietica. Per fare chiarezza su quel tema basta leggere “L’uomo in rivolta” del premio Nobel (e attivista di sinistra) Albert Camus. Il punto è che il Comunismo è un’idea politica ottocentesca, che poteva andare bene per l’ottocento ma non per i giorni nostri. Erano gli anni della rivoluzione al quadrato ovvero della rivoluzione borghese che si intrecciava alle sommosse proletarie; l’uomo viveva in un mondo pieno, dove tutto aveva un senso e dove la cultura positivista si sentiva legittimamente autorizzata a dare l’assalto al cielo, a provocare deliberatamente la “morte di Dio.”
Poi sono arrivati la meccanizzazione dell’agricoltura, il predominio della finanza sull’economia, le società per azioni, le lotte sindacali che hanno fornito un reddito anche ai proletari. Sono arrivati Stalin e Hitler. Il cielo si è rivelato troppo grande perché l’umanità potesse riempirlo tutto, e parallelamente la storia è stata capace di superare anche Hegel e Marx, oltre che il positivismo e la borghesia. Oggi abbiamo ben chiaro che non può esistere un’idea politica che possa dar conto di tutta la storia, e questa è la morte culturale del comunismo. Un sistema politico, economico e sociale non si può costruire a tavolino partendo da zero, ancor meno se si pensa di prescindere da una classe dirigente.
Non ho mai capito su quale basi il grande pensatore di Treviri ritenesse che tutte le idee politiche del passato non fossero che momenti della storia in divenire, mentre invece che la propria fosse eterna. Del resto, se Marx era convinto che il sistema borghese stesso stesse distillando il veleno che avrebbe provocato la sua morte, perché mai i comunisti avrebbero dovuto allearsi al sindacato? Meglio sarebbe stato spingere la ingiustizia sociale alle sue estreme conseguenze, come la storia peraltro ha puntualmente dimostrato (le conquiste sindacali sono una fucina di socialdemocratici, non di rivoluzionari).
Cosa resta dunque del Manifesto del partito comunista? Il suo interesse resta quindi soltanto storico (interesse storico che resta comunque colossale, visto quello che è successo dopo, intendiamoci)? A me è servito per definire con grande chiarezza cosa significhi essere di destra ed essere di sinistra anche ai giorni nostri, ed in tempi di feroci minacce a cinque stelle di certo non è banale. E’ impressionante come, da schieramenti opposti, sia Tocqueville che Constant da una parte che Marx ed Engels dall’altra siano concordi su questo punto. Le sofferenze dell’uomo escluso dal reddito economico e quindi escluso anche dalla vita sociale, sono dovute a responsabilità dell’ individuo stesso, o sono interamente da addebitarsi a cause politiche ed economiche molto più grandi dell’individuo stesso? Di conseguenza: l’individuo è di per sé supremo arbitro del suo destino e quindi la sua libertà è da considerarsi sacra, oppure è non solo lecito ma anche necessario organizzarsi in classi sociali per fronteggiare un divenire storico tanto più grande di noi? Nel primo caso si è di destra, nel secondo caso di sinistra. Unirsi è il gesto più rivoluzionario ed antiliberale che ci possa essere.

E si capisce quindi quanto patetica e triste sia la condizione della lotta sindacale nell’Italia di oggi, terra nella quale i sindacati sprecano il meglio delle proprie risorse a dividersi ed a contendersi briciole di potere, laddove avrebbero dovuto obbedire all’ordine con cui il Manifesto si chiude
“proletari di tutti i paesi, unitevi!”

P.S. Io odio il liberalismo. Di un odio purissimo, cristallino. Abbasso la libertà.
Marcel P.Marcel P. wrote a review
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Contenuto
Karl Marx e Friedrich Engels analizzano la storia come lotta di classe, sempre esistita e combattuta tra oppressi ed oppressori. I due sottolineano come questo contrasto non solo sia ancora presente nella moderna società borghese, ma che piuttosto si sia addirittura inasprito, poiché, in seguito a grandi trasformazioni sociali connesse alla trasformazione del modello produttivo, esso è animato da solo due grandi classi: la borghesia e il proletariato. La prima, classe rivoluzionaria in età feudale, dopo aver annientato la struttura economica e politica allora esistente, ormai inadeguata ed obsoleta, si consacrò come classe dominante a tutti gli effetti durante le rivoluzioni industriali. La seconda, nata in seguito alla nascita del modello economico capitalistico, risulta essere quella oppressa ma potenzialmente dominante.
La base su cui la borghesia ha costruito la propria forza è sostanzialmente lo sfruttamento del proletariato, tutelato dai governi, definiti da Marx ed Engels un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese.[1] Tuttavia con lo sviluppo dell'industria la classe operaia, le cui file tendono ad ingrossarsi sempre di più anche di parti della piccola-media borghesia e di borghesia declassata, è destinata a crescere in numero e in forza. La compressione dei salari tende a far sì che le condizioni di vita dei lavoratori diventino man mano sempre più simili, così che essi tendono ad organizzarsi in associazioni permanenti, per difendere i loro diritti. Alla luce di tali premesse, il proletariato risulta essere destinato ad abbattere la classe borghese insieme con il modello economico da essa introdotto.
In seguito alla rivoluzione in cui il proletariato conquisterà il potere politico, dovrà esserci necessariamente una fase di transizione, definita "dittatura del proletariato", durante cui verranno utilizzati dalle associazioni operaie i mezzi di produzione borghese, messi a disposizione dallo Stato, per trasformare radicalmente la società: a uno Stato borghese si sostituirà quindi uno Stato proletario, a una dittatura della borghesia una dittatura del proletariato.