Manituana
by Wu Ming
(*)(*)(*)(*)( )(2,556)
1775. In Massachusetts la tensione tra impero britannico e colonie del Nordamerica diventa guerra aperta.

Nella colonia di New York le Sei Nazioni - o "Confederazione della Grande Pace" - devono scegliere se combattere, e con chi.

Nella valle del fiume Mohawk vive un mondo meticcio. E' una grande comunità di indiani, irlandesi e scozzesi, fondata da Sir William Johnson, Sovrintendente agli Affari Indiani nominato da re Giorgio. I rumori della guerra arrivano da Boston e si fanno più vicini, antichi legami si rompono, la terra che Sir William chiamava "Irochirlanda" diviene teatro di odio e rancori.

Il capo di guerra Joseph Brant Thayendanega dovrà scegliere e partire, condurre il suo popolo lontano, spingersi oltre il mondo che ha sempre conosciuto.

Dagli autori di Q e 54, un romanzo epico sulla nascita di una nazione e lo sterminio di molti mondi possibili.

All Reviews

377 + 24 in other languages
Andrea F.Andrea F. wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)( )
Un romanzo storico di grande respiro
Primo romanzo del "Trittico Atlantico" (seguito poi dal favoloso "L'Armata dei Sonnambuli", il terzo ancora non è stato pubblicato), Manituana è un affresco ampio, monumentale, della fine delle "Sei Nazioni", la popolazione indiana del nordest degli Stati Uniti schieratasi dalla parte sbagliata nel corso della Guerra di Indipendenza americana.
Come sempre i Wu Ming scrivono degli ultimi, degli sconfitti, delle minoranze eroiche calpestate dalla Storia. Una narrazione scritta dal punto di vista di indiani lealisti, fedeli al Re inglese nel tentativo di mantenere l'idilliaco equilibrio raggiunto dopo la guerra franco-inglese, è sicuramente qualcosa di originale e divergente rispetto alla retorica Yankee della quale è intrisa tutta la cultura pop proveniente da oltreoceano. Come di consueto la ricostruzione storica è maestosa, e i Wu Ming si confermano i più abili autori di fiction storica che lo stivale abbia mai prodotto.
Il romanzo tuttavia non è esente da difetti, a partire da scelte stilistiche talvolta autocompiaciute, ostentatamente poetiche, che rallentano il corso degli eventi e tolgono il ritmo che un romanzo di avventura, come in definitiva è questo, dovrebbe avere. I salti stilistici sono spesso bruschi, ma anche questa non è una novità. I Wu Ming non hanno mai fatto grossi sforzi per uniformare le diverse penne che compongono il collettivo, nei loro testi non si ha mai l'impressione di essere di fronte a un solo autore. Il risultato talvolta è straniante, e lo stesso personaggio può prendere coloriture anche molto diverse in un modo che, più che essere ricco, risulta sicuramente barocco se non incoerente. Ma questo difetto atavico degli autori si perdona volentieri di fronte al grandioso respiro storico e letterario di questa come di tutte le altre loro opere "maggiori".
MorenoMoreno wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)(*)
GenfruscianteGenfrusciante wrote a review
01
(*)(*)(*)( )( )
Giuseppe C. KaramàzovGiuseppe C. Karamàzov wrote a review
16
(*)(*)(*)( )( )
In sintesi: così così.
Manituana, del collettivo bolognese Wu Ming, è un romanzo che mi ha lasciato un po’ interdetto. Mi è piaciuto solo a metà e più nelle intenzioni che nello svolgimento. Finita la lettura, ho avuto la triste impressione che la mole di studi, che gli autori si sono auto-imposti, per dare vita a questo progetto, non abbia poi avuto un ruolo così rilevante ai fini della scrittura del libro. Tanta fatica, tanto documentarsi e studiare non hanno portato alla luce una creatura letteraria degna di così tanto impegno.

Il libro brutto non è, ma avrebbe potuto essere molto di più. Nel complesso, intrattiene ed è piacevole. E l’idea di affrontare la rivoluzione americana – e la nascita degli Stati Uniti – dalla prospettiva degli irochesi e degli inglesi è interessante e aiuta il lettore ad avere una visione storica più completa ed ampia. Posso dunque dire che Manituana fa riflettere. Ma forse questo è l’unico grande pregio che ha: ed è un'idea, l'argomento. Per quanto riguarda il resto, non ho molto gradito la scrittura. Troppe volte ho avuto il sentore di stare leggendo un buon esercizio di stile.

Mi dispiace dirlo, ma non ci sono molte tracce della genuinità che trovai ai tempi di Q, quando ancora il collettivo andava sotto il nome di Luther Blissett. Tutto mi è parso un po’ artificioso e meno approfondito di quanto mi sarebbe piaciuto; sia a livello di personaggi che di storia (quella con la S maiuscola). Ed anche i dialoghi e i pensieri – soprattutto quelli dei nativi – mi sono sembrati forzosamente ricercati e ad effetto, messi nelle loro bocche e nelle loro menti, per farli sembrare mistici, saggi etc etc… il tutto in maniera un po’ troppo facile e col solo risultato di far sembrare un intero popolo prodotto con uno stampino. Solamente gli Europei sono tutti diversi, con i loro caratteri etc etc? Gli indiani sono tutti uguali? Mah... che ci sia qualche involontario pregiudizio, che appiattisce la nostra visione delle altre civiltà? (Ai posteri l'ardua sentenza).

Insomma, credo che da un romanzo che aspira ad essere epico e di così ampio respiro sia lecito aspettarsi qualcosa di più.

Durante la lettura, ho pensato spesso ad un altro grande romanzo – terminato da poco – Via Col Vento. Mi è venuto naturale farlo perché, proprio come i Wu Ming, anche Margaret Mitchell si è occupata di una grande guerra, affrontandola dal punto di vista degli sconfitti. Quanta tristezza e quanta violenza nella storia dell’umanità, in generale, e del continente americano, in particolare (non che gli altri siano oasi di pace, tutt'altro)! Già solo considerando questi due eventi storici, il fiume di sangue e sevizie è impressionante! Che sia la Rivoluzione Americana, oppure la Guerra di Secessione, che si tratti degli Stati Uniti, delle Sei Nazioni Irochesi, dell’Impero Britannico o di Timbuctù… è davvero triste che per motivi politici, gli uomini, le creature più razionali e rare dell’universo conosciuto, debbano scannarsi nei modi più vari e sadici, quando non sanno giungere a un compromesso. Historia magistra vitae? Se si, ancora per troppe poche persone!