Manituana
by Wu Ming
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1775, all'alba della rivoluzione che generò gli Stati Uniti d'America. Lealisti e ribelli si contendono l'alleanza delle Sei Nazioni irochesi, la più potente confederazione indiana. Nella valle del fiume Mohawk, indigeni e coloni convivono da decenni. Scelte laceranti travolgono il futuro di una com... More

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MorenoMoreno wrote a review
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GenfruscianteGenfrusciante wrote a review
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Giuseppe C. KaramàzovGiuseppe C. Karamàzov wrote a review
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In sintesi: così così.
Manituana, del collettivo bolognese Wu Ming, è un romanzo che mi ha lasciato un po’ interdetto. Mi è piaciuto solo a metà e più nelle intenzioni che nello svolgimento. Finita la lettura, ho avuto la triste impressione che la mole di studi, che gli autori si sono auto-imposti, per dare vita a questo progetto, non abbia poi avuto un ruolo così rilevante ai fini della scrittura del libro. Tanta fatica, tanto documentarsi e studiare non hanno portato alla luce una creatura letteraria degna di così tanto impegno.

Il libro brutto non è, ma avrebbe potuto essere molto di più. Nel complesso, intrattiene ed è piacevole. E l’idea di affrontare la rivoluzione americana – e la nascita degli Stati Uniti – dalla prospettiva degli irochesi e degli inglesi è interessante e aiuta il lettore ad avere una visione storica più completa ed ampia. Posso dunque dire che Manituana fa riflettere. Ma forse questo è l’unico grande pregio che ha: ed è un'idea, l'argomento. Per quanto riguarda il resto, non ho molto gradito la scrittura. Troppe volte ho avuto il sentore di stare leggendo un buon esercizio di stile.

Mi dispiace dirlo, ma non ci sono molte tracce della genuinità che trovai ai tempi di Q, quando ancora il collettivo andava sotto il nome di Luther Blissett. Tutto mi è parso un po’ artificioso e meno approfondito di quanto mi sarebbe piaciuto; sia a livello di personaggi che di storia (quella con la S maiuscola). Ed anche i dialoghi e i pensieri – soprattutto quelli dei nativi – mi sono sembrati forzosamente ricercati e ad effetto, messi nelle loro bocche e nelle loro menti, per farli sembrare mistici, saggi etc etc… il tutto in maniera un po’ troppo facile e col solo risultato di far sembrare un intero popolo prodotto con uno stampino. Solamente gli Europei sono tutti diversi, con i loro caratteri etc etc? Gli indiani sono tutti uguali? Mah... che ci sia qualche involontario pregiudizio, che appiattisce la nostra visione delle altre civiltà? (Ai posteri l'ardua sentenza).

Insomma, credo che da un romanzo che aspira ad essere epico e di così ampio respiro sia lecito aspettarsi qualcosa di più.

Durante la lettura, ho pensato spesso ad un altro grande romanzo – terminato da poco – Via Col Vento. Mi è venuto naturale farlo perché, proprio come i Wu Ming, anche Margaret Mitchell si è occupata di una grande guerra, affrontandola dal punto di vista degli sconfitti. Quanta tristezza e quanta violenza nella storia dell’umanità, in generale, e del continente americano, in particolare (non che gli altri siano oasi di pace, tutt'altro)! Già solo considerando questi due eventi storici, il fiume di sangue e sevizie è impressionante! Che sia la Rivoluzione Americana, oppure la Guerra di Secessione, che si tratti degli Stati Uniti, delle Sei Nazioni Irochesi, dell’Impero Britannico o di Timbuctù… è davvero triste che per motivi politici, gli uomini, le creature più razionali e rare dell’universo conosciuto, debbano scannarsi nei modi più vari e sadici, quando non sanno giungere a un compromesso. Historia magistra vitae? Se si, ancora per troppe poche persone!
FilMiFilMi wrote a review
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Difficile.
Un libro di cui, ne sono certo, ho perso tanti dei particolari in esso raccontati. E la ragione è in uno stile di scrittura che troppo spesso, a mio parere, si concentra su se stesso, a discapito della narrazione: un esercizio di stile che non mi convince, soprattutto se (in “Manituana”, ma lo stesso potrei dire anche di “Q”) prevarica il gusto del racconto.
Presi singolarmente alcuni capitoli sono scritti con grandissima abilità, con tecnica indiscutibile (il capitolo 32 della seconda parte, Mohock Club, l’ho trovato geniale ed esilarante), ma l’alternarsi degli stili dà la nitida sensazione delle diverse mani o “umori” degli autori Wu Ming, che sembra quasi gareggino tra di loro.
E la trama? La storia? È un di cui.
La materia che si narra è ricca, interessante, importante. Ma è faticoso afferrarne le redini. Viene dato per scontato sin dalle prime righe (di quasi tutti i capitoli e del libro, in generale) che il lettore sappia da subito “di che cosa e di chi si stia parlando”, senza premesse, senza “presentazioni”. Il contesto narrativo e i personaggi che lo riempiono li si deve percepire e costruire nel corso della lettura, con uno sforzo che (e torno alla mia premessa) fa perdere per strada particolari e sfumature preziose.
Ho fatto un “esperimento”: appena finito il libro, l’ho ricominciato subito a leggere dalla prima pagina, fermandomi ai primi capitoli. L’avevo fatto già in passato con altri libri, ma solo per motivi “sentimentali”, ossia per non abbandonare una storia o un personaggio a cui mi ero particolarmente affezionato. In questo caso, invece, l’ho fatto per mettere alla prova la mia reazione di fronte ad un testo letto una prima volta “a scatola chiusa” e verificare la differenza di percezione e di gusto di lettura a fronte di un secondo passaggio più consapevole e preparato: abissale (a favore, naturalmente, del secondo passaggio).
La soluzione, quindi, sarebbe semplice e immediata: rileggere daccapo “Manituana”. Ma adesso, caro Wu Ming, mi chiedi troppo!