Marocco, romanzo
by Tahar Ben Jelloun
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Il Marocco bisogna intuirlo, immaginarlo, fare attenzione ai particolari, è un enigma da sedurre con garbo: per affrontarlo non serve una guida da scorrere distrattamente ma un libro che ci accolga con la stessa ospitalità dei suoi abitanti. E dato che la vita privata di un paese passa anche per l'immaginario e per le storie che ha ispirato, questo libro dovrebbe essere come un romanzo che ne contiene altri mille - alcuni fedeli alla sua anima, altri splendidamente infedeli. Sembrerebbe un libro impossibile, eppure è esattamente quello che ha scritto Tahar Ben Jelloun: l'autore di "Creatura di sabbia" accompagna il lettore verso l'anima più autentica del Marocco, in un itinerario le cui tappe sono le città e i deserti, i ricordi personali e la storia ufficiale, le leggende della sua terra e le tracce lasciate dagli stranieri che l'hanno attraversata. Si parte da Tangeri, per poi proseguire verso Casablanca, Fes, Marrakech, fino ai sentieri meno battuti della Chaouia o a uno sperduto accampamento ai piedi dell'Atlante. Lo sguardo partecipe e affettuoso di Ben Jelloun non ignora nemmeno le ineguaglianze che ancora feriscono il Marocco. Perché se è vero "che ci sono paesi che ci incantano e altri che ci maltrattano o che sono una pena per gli occhi e ci danno l'emicrania", è anche vero che molto dipende dalla nostra disposizione ad accogliere quello che ci viene presentato: "L'anima non si dà, non si concede, non svela niente della sua intimità. E in noi o non è."

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Penelope48Penelope48 wrote a review
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alessiocalessioc wrote a review
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BenBen wrote a review
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Bè, per non saper né leggere né scrivere, io Marrakech e il Sahara vado a vederli.
Fosse mai che domande, risposte, spiegazioni, paure e coraggio trovino la loro espressione e si incastrino finalmente nel loro giusto ingranaggio, e al prossimo giro ci fosse da levare le ancore per Helsinki, Oslo, Copenaghen, Dublino o anche Capo Nord.....
Io sono pronta.

“Ci sono paesi che ci incantano e altri che ci maltrattano o sono una pena per gli occhi, dipende dalla nostra disposizione ad accogliere quello che ci viene presentato. Impossibile restare indifferenti alla scoperta di un paese: un paese è ciò che siamo nel momento in cui lo visitiamo”

“Il Marocco non si concede, non si dà. Forse bisogna sorprenderlo nel sonno o quando è insonne, in una notte di luna piena. Il Marocco è un enigma da sedurre con garbo”

“Le città di confine si somigliano. Radunano avventurieri, intriganti, ciarlatani, piccoli e grandi imbroglioni, banditi improvvisati, ingenui, sognatori, iettatori, visionari, condannati, evasi e perfino esperti in tutto, ossia in niente. Per questo motivo Tangeri mi ricorda tanto Napoli. Sono due città dove Caravaggio avrebbe amato spingere la propria pazzia all’estremo dipingere.”

“Del resto un porto è sempre un luogo ricco di fascino. E’ la punta estrema da cui si realizzano i sogni”

“Il mare, questo specchio del cielo, è una promessa del desiderio. E’ un’illusione alimentata dai fabbricanti di sogni, dai narratori di storie e dai marinai che hanno trovato in questa immensità l’innamorata. Il mare è ai confini del possibile. Lo guardiamo, lo osserviamo, lo scrutiamo come l’immortalità inscritta nelle leggende. Terra di luce scintillante capace di far brillare i pittori incantati da una bellezza segreta, un mistero fattosi evidenza. Un’ossessione insondabile.”

“La semplicità è una vittoria sull’apparenza: non è semplice chi vuole esserlo, occorre piuttosto possederne le doti e lavorare una vita intera per arrivarci”

“Il Marocco amputato del Sahara perderebbe la sua anima, la sua ragion d’essere. In ogni tempo il deserto è stato il luogo delle radici per eccellenza, il luogo dove tutto comincia, dove l’identità ha fornito le sue origini. La storia di questo paese attraversa le sabbie infinite e traccia la strada verso l’Africa nera”

“Marrakech è un’illusione, soprattutto per la gente venuta dall’Europa a ricreare lì un Oriente mercantile. […]
Place Jamaa El Fna. Una vista panoramica ci mostra una donna che gira in bicicletta in tutta tranquillità portando sulla testa una macchina da cucire Singer; si vedono incantatori di serpenti, cantastorie, sfaccendati, venditori d’acqua, cantanti, acrobati, parrucchieri, cammelli, asini, donne velate, uomini in gellaba, vasai, tintori.”

“Non appena abbandoniamo la grande città, ci dimentichiamo di tutto. Siamo altrove, in un paese dove la meraviglia dei colori e della luce affianca la bruttezza della povertà. I contrasti tra la mancanza d’acqua e la diversità della natura sono flagranti. Donne non velate lavorano nei campi o vanno a prendere l’acqua a fonti lontane. Alcune lo fanno a dorso d’asino, altre a piedi. Si vedono curve sotto balle di fieno destinate al bestiame. Immagine eterna. Donne anonime che camminano a capo chino, a volte cantano vecchi ritornelli del loro paese sperduto; alcune ragazze vanno a scuola, giocano con i maschi, portano tutte un foulard, estate e inverno. Forse proteggono i capelli dalla polvere oppure dallo sguardo degli uomini”

“Ad Agouim, un villaggio a 60 km da Ouarzazate, dei bambini escono da scuola. Sono scuri di carnagione, ma la polvere li ha infarinati. Indossano tutti le scarpe e giocano a calcio in mezzo alla strada. Ridono, gridano, sono tutti ragazzi. Le ragazze si tengono per mano e camminano alla volta del villaggio.”

“Ouarzazate non è una città come le altre. Ha le sembianze di un’immensa scenografia cinematografica. Accanto alla vecchia casba dove risiedeva il pascià El Glaoui quando passava di là, hanno costruito una casba fantasma per turisti. Sembra di essere alle porte del deserto… no, il deserto è ancora lontano. Non è visibile. Si intuisce, ma le sue dune sono solo un miraggio.”

“La traversata del deserto esige preparazione, come una crociera. Intanto occorre tempo, non soltanto il tempo meccanico dell’orologio, ma quello interiore che dà pace e serenità. Poi occorre sapere cos’è quest’avventura. Lasciarsi guidare, abbandonare le proprie manie e le abitudini di vita cittadina, e poi accogliere la cosa migliore o quella meno piacevole, come ad esempio una tempesta improvvisa o una pista sbagliata. E’ escluso avventurarsi da soli.
La bellezza del Sahara è un enigma. Dune si succedono ad altre dune, l’immensità a perdita d’occhio, un orizzonte mutevole e una luce sempre suggestiva. Raccontare il Sahara è come aprire un vecchio manoscritto per orientarsi in un racconto fantastico. E’ un libro illeggibile perché le parole, non appena vi sono impresse, volano via al primo colpo di vento.
C’è la bellezza del giorno e quella della notte. E ne è artefice il sole. Il sole dell’alba è sublime come quello dell’imbrunire, che dipinge il cielo di svariati colori. […]
La luce e le sue ombre. La luce e la sua musicalità. La luce e le sue tinte effimere. E poi la notte e il cielo stellato come una notte di festa. La notte e la sua aria gelida, la notte e i morsi di un freddo che non si può paragonare a quello che cala sulle città. E al mattino l’alba è l’offerta di questa notte buia punteggiata di tante stelle che splendono eterne.”

“Qui non ci vuole né fretta né impazienza. Occorre imparare a non aspettarsi niente, imparare a non fare niente, tornare a sé e isolarsi nel proprio guscio qualunque sia la sua consistenza. Bisogna prendere il tempo come viene, secondo il suo ritmo e il suo umore. Così impariamo il dono della gratuità, entriamo nella bella lentezza dove l’umiltà è l’unica regola.”

“Fra Ait Benhaddou e Télouet imbocchiamo una stradina di montagna sconnessa. Due ore per percorrere i 38 km che separano le due località. Piogge torrenziali hanno distrutto la strada. La decisione di ripararla deve partire dagli uffici comunali di Ouarzazate o Zagorà. Chi ci pensa? Nessuno, nemmeno il servizio turistico.”

“Una ventina di km dopo Télouet scopriamo una fila di montagne che si stagliano su uno sfondo azzurro. Sembra il mare. Lo sfondo dell’atmosfera è rosso malva. Questa luce è unica come il silenzio che cala dal cielo, un cielo avvolto in una brezza leggera che prepara alla notte e alle sue leggende.”

“Le rocce si trovano tra Chegaga e Fom Zguid; le dune raggiungono i 360 metri di altezza. M’hamid non è molto interessante. Case basse, tamerici, sabbia, alberi morti e dune a perdita d’occhio. Lì non ci sono più strade asfaltate, il deserto si annuncia anche da questi segnali. Piste sassose. Chegaga è a una cinquantina di chilometri dalla frontiera algerina. Quattro ore di pista. Avanziamo, avanziamo e non sappiamo dove stiamo andando. L’autista invece lo sa, si dirige a Chegaga senza preoccuparsi della direzione, fa spesso questo tragitto. Gli capita di prendere un’altra pista, senza nessun cartello segnaletico. Ha fiuto. Sa dov’è, noi no.
Siamo a Sudest del paese. Marrakech è a una giornata e mezzo d’auto, il silenzio è potente: lo sentiamo, lo percepiamo. Fa parte di noi. Il paese è ridotto a un paesaggio spoglissimo. Nessuna menzogna, nessuna illusione. Siamo tra le dune, protetti ma esposti al tempo stesso. La guida è contenta, ci prepara un grande fuoco sulla sabbia. Fa un freddo secco. Le stelle sono tutte lì. Il tempo si prende una pausa in questa notte lunga e mite, che non somiglia a nessun’altra. Una notte popolata di sogni che appartengono solo alla sabbia.”

“Da Marrakech a Teroudant la strada non è facile. Tuttavia si apre su paesaggi rossi, verdeggianti, gialli, malva… […]
Teroudant non ha niente di particolare. Qualunque. Banale. Muraglie. Una medina esigua. Bazar, mendicanti, turisti. Un pittore che imita Matisse.”

“Per quanto mi riguarda, come scrittore ho la fortuna di appartenere alla società marocchina. E’ una fortuna perché la società marocchina è così complicata, così ricca, così contraddittoria che fornisce costantemente materia su cui scrivere. Mi ricorda il caso degli scrittori latino-americani che hanno testimoniato spesso e con genialità la loro realtà sociale. Il loro immaginario si nutre di ciò che osservano quotidianamente. E’ stato detto che esagerano. E’ vero, perché è la realtà a esagerare, e lo scrittore non fa altro che rifletterne una minima parte.”

“Eppure Montaigne ci aveva avvertiti: La più grande cosa al mondo è saper appartenere a se stessi

“Il Marocco e le sue luci dense, intense, mutevoli, sottili, nuove, brutali, crudeli, rassicuranti, sbriciolate dal vento o semplicemente dimenticate sul fianco di una montagna che la soggioga e la fa sognare infinitamente.”
*Mony**Mony* wrote a review
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Il Marocco non si concede, non si dà. Forse bisogna sorprenderlo nel sonno o quando è insonne, in una notte di luna piena...
Bello da far sognare. Sogni di mondi lontani, di città vissute nel tempo, di storie da raccontare e da imparare. Immagini ferme, raccontate, di un paese e della sua gente.
John GradyJohn Grady wrote a review
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MauraMaura wrote a review
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