Maschere per un massacro
by Paolo Rumiz
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"Ci fu un attimo di silenzio e si sentirono solo le cicale. Poi dalla gola di Drago uscì un lungo grido isterico: ‘Ma come cazzo fa un cristiano a proteggere gli infedeli?'. L'uomo in mimetica si mise a battere il calcio del mitra sul terreno. Fermo sull'uscio, Gojko guardava muto, con le mutande abbassate. Dentro, qualcuno piangeva, probabilmente donne. Quando partì la raffica e il vecchio si accasciò di traverso sulla stuoia con la scritta Dobrodošli, "benvenuti", l'espressione di disarmato stupore gli si era già fissata, definitivamente, sulla bocca e sugli occhi. […] Drago e il vecchio Gojko divennero per me l'immagine stessa del dualismo chiave di quella guerra: la spavalda astuzia del male e l'inerme cecità del bene. Da allora, tutto ciò che avevo visto in Bosnia si illuminò di significato nuovo e semplice. Ricordai improvvisamente di avere incontrato molte altre volte, in mezzo alle moltitudini, quei due inconfondibili tipi umani. La maggioranza era come Gojko, con lo stesso sguardo di sorpresa. In gran parte erano profughi: ne avevo visti passare tanti, in quella surreale primavera del 1992. Pensai che di animali da preda come Drago, invece, ne avevo incontrati pochissimi. Sì e no una decina. Ne trassi una doppia conclusione: il bene prevale numericamente sul male, ma non sa fiutare il pericolo."

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paperopappaperopap wrote a review
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SpioneSpione wrote a review
12
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L'importanza della consapevolezza
Ottimo libro, che ha il non comune pregio di confutare in maniera molto efficace la tesi di comodo con cui quasi tutti hanno sempre cercato di far pace con l'idea che i nostri vicini si massacrarono di gran lena per un decennio buono: quella della riemersione quasi inevitabile, dopo essere rimasto sopito durante la dittatura, di un presunto odio etnico che da quelle parti (i mitici "Balcani") sarebbe endemico.
Non è così, dice Rumiz: tra Belgrado e Zagabria c'era in quegli anni un rapporto paragonabile a quello esistente tra Napoli e Bologna. Le ragioni che portarono a quel lunghissimo sprofondamento nell'Underground della barbarie sono diverse, e soprattutto potrebbero ripresentarsi anche altrove. Anche da noi, perché no.
In perfetta aderenza con le leggi fondamentali della scienza della politica, dalla lettura emerge chiaramente come i vari Milošević, Tuđman e compagnia macellante non abbiano fatto altro che buttare il cerino acceso sul pagliericcio, mentre l'incendio non avrebbe mai potuto attecchire senza la connivenza delle decine di migliaia di persone che non videro l'ora di lasciarsi contagiare dall'ardore ideologico. Lo stesso che prospera un po' dappertutto e in qualsiasi epoca. Non è un caso che le tifoserie della Stella Rossa e della Dinamo abbiano avuto un ruolo così importante nello spargere le scintille dell'odio: il principio è lo stesso che trova la sua più libera espressione nella curve degli stadi, quello cioè che nasce dal riflesso primordiale del "Noi siamo i Buoni e abbiamo sempre ragione; gli altri sono delle zecche/fasci/fr*ci/ne*ri/rubentini/pidioti/grullinidimmerda".
In fondo in Jugoslavia non è successo niente di diverso da quello che l'homo sapiens ha sempre fatto da che esiste: formare piccoli gruppi contrapposti ad altri sulla base di finzioni (per esempio lo Stato-nazione) e massacrare i propri simili. Per rendersene conto basta studiare la storia lasciando per un attimo da parte i meccanismi di difesa che ci spingono a negare una realtà così inaccettabile. Non c'è nemmeno bisogno di motivazioni concrete per creare contrapposizioni: è stato più volte dimostrato sperimentalmente come sia agevolmente riproducibile anche in laboratorio, per esempio dividendo soggetti che non si sono mai visti in due gruppi in base a un criterio del tutto casuale (per es. mediante sorteggio). Dopo pochi minuti si osservano già atteggiamenti positivi verso i membri del proprio gruppo e negativi nei confronti dell'altro. Siamo fatti così, non c'è niente da fare. Siamo fatti male, e la cosa migliore che possiamo fare è cercare di esserne consapevoli. Anche leggendo libri come questo.