Meridiano di sangue
by Cormac McCarthy
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A metà Ottocento, al confine tra Messico e Stati Uniti, una banda di killers professionisti annienta tutto quello che trova sul suo cammino. Un ragazzo del Tennessee, fuggito di casa, si unisce a una banda di cacciatori di scalpi. La banda ha un regolare contratto per sterminare gli Apaches e lascia dietro di sé una scia di sangue che sembra apparire all'orizzonte come un tramonto infuocato. Fino a quando i massacri diventano imbarazzanti per quelli stessi che li avevano commissionati. Trent'anni dopo l'uomo del Tennesee che da ragazzo aveva attraversato il "meridiano di sangue", ritroverà il giudice Holden, uno della banda, chiamato a leggere la sua ultima, definitiva sentenza.

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glucapuppeglucapuppe wrote a review
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Andrea MonsagratiAndrea Monsagrati wrote a review
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fireworks anywhere
I fuochi d'artificio alla festa del porto sono belli perchè si fanno una volta all'anno. Cormac McCarthy li fa ad ogni singolo capoverso ed il libro, dopo cento (ottime) pagine, diventa stupefacente come uno zucchero filato intriso di caramella mou ed acido lisergico. Intendiamoci: McCarthy scrive molto bene ed ha una visione cinica e profonda dell' Essere ben diversa da quella, fatta di cartone e di niente, di tanti mediocrissimi scrittori americani elevati a campioni di vendite, però, cazzo, dopo un po' non se ne può più e tutta questa ostentazione di tecnica e di estetica diventa faticosa, poi penosa ed, infine, insostenibile. Ho finito meridiano di sangue solo a colpi di cinque pagine per volta, in piedi, nel cesso, mentre mi lavavo i denti la mattina. Non ne avevo più, sfinito da ogni singola frase nella quale era racchiusa l'essenza ultima di qualcosa, anzi di qualsiasi cosa. Peraltro, questo incedere, alla lunga diventa ingombrante e, tutti i personaggi del libro e la storia stessa, finiscono annichiliti dalla weltanschauung di McCarthy che tutto illustra, mirabilmente, ma nulla più racconta. Resta il Giudice, sorta di Marlon Brando ante litteram e sto benedetto ragazzo che, anch'esso, scompare dalla storia per due terzi del libro salvo poi ricomparire nel finale per cercare di dare un verso a qualcosa che un verso non ha. Lo stesso titolo dell'opera, se ci si pensa, è un falso: nessuno si muove davvero, da est a ovest, lungo un meridiano ma, ovviamente, il libro non si poteva chiamare "latitudine di sangue" altrimenti sarebbe sembrata la biografia di un cartografo di Caserta. Devo assolutamente smettere di leggere romanzi americani. Devo assolutamente smettere di leggere libri che altri mi consigliano. Devo assolutamente smettere di comperare i libri dell'Einaudi.
SamueleSamuele wrote a review
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La miglior descrizione di "Meridiano di sangue" di Cormac McCarthy la dà il Giudice Holden nelle ultime pagine del romanzo - e lo decontestualizzo perché sta parlando di tutt'altro: "il destino di ogni uomo è grande come il mondo che abita, e contiene in sé anche tutti gli opposti". "Meridiano di sangue" è, infatti, contemporaneamente romanzo storico e romanzo allegorico, profondamente realistico e crudo, quanto simbolico e metafisico. Di più: McCarthy utilizza la realtà stessa per portarci nella metafisica. Proprio perché la sua non è una filosofia astratta, ma qualcosa di vivo e puzzolente, allora ne esce soltanto che rinforzata dall'adesione ai diari scritti da Samuel Chamberlain. Le 300 e passa pagine, che raccontano le efferatezze condotte dalla banda Holden, fra scalpi, uccisioni, stupri e violenza insensata, sono una vera e propria discesa negli abissi dell'animo umano che cominciano più o meno alla decima riga ("Non sa leggere né scrivere, e già gli cova dentro un gusto per la violenza insensata") e non hanno mai fine. "Se molte cose nel mondo erano misteriose, i confini di quel mondo non lo erano: era infatti illimitato e smisurato e conteneva in sé creature ancora più orribili e uomini di altri colori ed esseri su cui nessun uomo ha mai posato lo sguardo, e ciò nonostante nessuno di questi era più estraneo di quanto lo fossero i loro stessi cuori, qualunque deserto o foresta e qualunque belva contenesse quel mondo".
La duplicità che si diceva all'inizio del romanzo di McCarthy si ritrova anche nella sua prosa, capace di rendere mitologica la realtà concretissima del West di metà '800. Per esempio, ci sta la descrizione - credo una delle primissime - di un attacco indiano che sembra presa di peso da un'allucinazione neolitica e che non vi copio solo perché è lunga più di una pagina. O, ancora, il modo in cui è descritta la Natura, fondamentalmente priva di tempo, crudele e indifferente all'uomo. O, prendete 'sta descrizione della banda di Holden: "Spettrali cavalieri, bianchi di polvere, anonimi nell'arsura smerlata. Sopra ogni altra cosa sembravano totalmente alla ventura, primitivi, precari, privi di ordine. Come esseri scaturiti dalla roccia assoluta e mandati, senza nome e senza potersi distinguere dal proprio miraggio, a errare, rapaci e condannati e muti come gorgoni sulle brutali distese del Gondwana in un'era precedente la nomenclatura e le distinzioni". I personaggi stessi, in particolare il ragazzo e il Giudice, smettono di essere personaggi e divengono archetipi. Perché, ecco, McCarthy utilizza il western, genere mitologico per definizione americano, quello su cui gli Stati Uniti hanno creato la propria mitologia, i propri miti e i propri eroi, per strutturare una nadir mitologico, dove la frontiera non è più il limbo delle possibilità (tanto pericoloso quanto carico di opportunità per l'identità), ma diventa un abisso dove esistente e non-esistente si incontrano. Dove la realtà diventa contemporaneamente iper-realtà e irrealtà. Il che detto così sembra una roba complicatissima e di cui non si capisce nulla, ma quello che voglio dire è che McCarthy sfrutta la qualità per definizione liminale della frontiera per farci sprofondare nell'oscurità del cuore umano. Proprio perché "tutte le cose del mondo sbocciano, maturano e muoiono, ma in quelle dell'uomo non c'è tramonto e il mezzodì del suo fiorire è già l'inizio della notte. Il suo spirito si esaurisce nel momento stesso in cui raggiunge l'acme. Per lui il meridiano è insieme il crepuscolo e la sera del giorno". E c'è un momento, particolarissimo, in cui questa commistione diventa, per me, lampante e straziante: dopo l'ennesima razzia, la banda si nasconde in un fienile, e per qualche oscuro, incomprensibile motivo inizia a emettere una specie di bagliore, "le braccia che si sollevavano nell'atto di togliere i vestiti erano luminose, e ognuna di quelle anime oscure era avviluppata dentro una percettibile sagoma di luce, come se fosse sempre stato così". Oscurità e luminosità, insensatamente, incomprensibilmente unite nell'animo umano.
In questo Inferno spettrale, si diceva, si muovono principalmente due archetipi - tre, considerando, Glanton e la sua tanto oscura quanto totale rivendicazione di libertà ( "e se anche la sua sorte fosse stata iscritta nella roccia primordiale, rivendicava il diritto di agire e così diceva, e avrebbe guidato il sole implacabile fino al suo oscuramento finale come se fosse stato lui a ordinare tutto questo in ere remote, prima che ci fossero sentieri in qualche luogo, prima che ci fossero uomini o soli a percorrerlo"). Comunque, i due archetipi principali sono il Giudice Holden e il Ragazzo. Il Giudice Holden è il cuore nerissimo del romanzo. Una figura mefistofelica, una specie di Falstaff perverso, un essere vagamente umano, gigante e privo di peli. Convinto che il suo compito sia quello di conoscere l'intero creato per poterlo dominare. Le sue azioni sono prive di qualsiasi ragione. E' anche quello che si trova meglio nel mondo fra tutti - e la scena finale del ballo fa presagire che continuerà a trovarsi sempre meglio, per tornare pure al discorso fondante del western. Ciò che sconvolge è che non si può rimanere affascinati (e disgustati e terrorizzati) da questa figura. Il Giudice Holden è letteralmente, concretamente, il Male personificatosi e ha fascino.
Ora, se il Giudice Holden, pur con tutto il suo fascino e complessità, è un archetipo piuttosto manicheo nella sua oscurità, molto più sfaccettato e difficile da inquadrare risulta quello del Ragazzo. E' lui, infatti, che viene descritto con un gusto per la violenza insensata che gli cova dentro, ma che, contemporaneamente, alla fine del libro è definito dal Giudice con "un difetto nella stoffa del tuo cuore. [...] Solo tu hai conservato nell'anima un cantuccio di clemenza verso i pagani". Il Ragazzo, allora, è forse l'archetipo dell'uomo che contiene dentro di sé la violenza e la capacità di resistervi, il Male e - non dico il bene - il non-Male. In quel deserto metafisico (e concretissimo, ci tengo a sottolineare quanto tutto sia concreto, materico, reale nel racconto di McCarthy) tutto assurge a un orrore cosmico ed esistenziale e la vita diventa la Vita.
La scena finale, tanto misteriosa quanto meravigliosa, con l'uomo che fa i buchi nel terreno, è la chiusa perfetta del romanzo. Tutti i piani, tutte le letture si sovrappongono ed esplodono l'una sopra l'altra. Perché, ecco, al di là della forza filosofica e metafisica del romanzo, ciò che rimane impresso sono le immagini che McCarthy riesce a creare e che non hanno fondamentalmente bisogno di parole, di spiegazioni, per lavorare nella mente del lettore. Per piantarci qualcosa - non necessariamente qualcosa di buono - e lasciare che marcisca o germogli o che so io.