Morte di un commesso viaggiatore
by Arthur Miller
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Andato in scena a New York nel febbraio del '49 per la regia di Elia Kazan, Morte di un commesso viaggiatore costituisce forse il più clamoroso successo teatrale del dopoguerra - un successo che, dagli Stati Uniti, dilaga in tutto il mondo. Partendo dall'idea di descrivere, in chiave quasi comica, quanto si agita all'interno della testa di un uomo, Miller lavorò sin dall'inizio sull'ipotesi di restituire - non solo letterariamente, ma anche e soprattutto sul piano della scrittura scenica - il coesistere di presente e passato nella vita di un essere umano. Willy Loman, l'esausto commesso viaggiatore vittima di un sistema fondato sulle leggi inesorabili della produttività, è stato ed è non solo il rappresentante di un'America già percorsa dai primi brividi del maccarthismo, ma anche un eroe tragico di straordinaria efficacia.

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AK-47AK-47 wrote a review
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Spoiler Alert
Il lato oscuro del sogno americano
Stati Uniti, 1949. Willy Loman, 63 anni, da quasi quaranta infaticabile commesso viaggiatore che gira per le ditte di tutto il Paese a vendere i prodotti dell'azienda di cui è dipendente, ospita nella sua modesta a casa che non ha ancora finito di pagare e in cui vive con la moglie casalinga, i due figli, ormai più che trentenni, per passare qualche giorno insieme. Qui, tra colloqui che si fanno via via più drammatici, e azioni che fanno improvvisamente chiarezza su situazioni prima oscure, Willy prende a poco a poco coscienza del suo fallimento totale come individuo. La ditta per cui ha lavorato per una vita, giungendo quasi a identificarsi con essa, vedendo che non è più "produttivo", lo lascia senza stipendio fisso (gli propone di continuare pagandogli solo una provvigione minima sulle vendite concluse, come a un principiante), di fatto licenziandolo, ma soprattutto, i due figli si rilevano pienamente come il suo più grande insuccesso. Biff, il maggiore dei due, in cui il padre aveva riposto tutte le speranze e a cui aveva cercato d'inculcare l'etica del "cerca di piacere alla gente, di fare colpo, lavora duro e raggiungerai il successo", non riesce a reggere alla delusione di una bocciatura in matematica al college e, da quel momento, abbandona i sogni di carriera e diventa una specie di vagabondo, mantenendosi con lavori saltuari (accuserà, nel drammatico confronto finale, l'educazione paterna di avergli montato la testa, inducendolo a credere che non dovesse tollerare di prendere ordin da nessuno e la bocciatura era stata quindi come il momento in cui questa "montatura" era andata in pezzi). Quanto all'altro figlio, Harold detto Happy, è un superficiale gozzoviglione, dedito solo alle donne e al godimento immediato dei piaceri. Nel drammatico finale, al culmine della consapevolezza del fallimento (Biff ha chiesto un appuntamento con un suo ex-compagno di college ora a capo di una grande azienda, per chiedergli un posto di lavoro, ma quello non lo ha nemmeno voluto ricevere), Willy Loman si toglie la vita.
Un dramma potente, che trasforma un uomo assolutamente normale, al limite pure ridicolo (i suoi slogan da piazzista, che ripete come fossero dogmi di fede per orientarsi nella vita, l'atteggiamento bonariamente servile verso chi è più ricco e potente) in un eroe tragico: l'uomo comune inserito nella società dominata dalle leggi del libero mercato- questo, almeno, è quanto ho capito io del senso del dramma - non può che uscire stritolato, annichilito, dopo che, avendo speso tutte le proprie energie per adeguare se stesso, e la vita dei propri figli a un modello di vita basato sulla massima produttività, sul piacere e fare colpo sugli altri, sulla ricerca spasmodica del successo, deve constatare il fallimento dei propri obiettivi: il suicidio pare l'unica soluzione possibile. In uno dei momenti più toccanti del dramma, Willy, la cui vita è già andata in pezzi di fronte al fallimento suo e dei figli, scende in giardino e inizia a vangare il terreno, per piantared ei semi di carote e piselli e dice "Non c'è niente di seminato nel mio pezzetto di terra. Il mio giardino è senza piante". Quale metafora più angosciosamente efficace di questa potrebbe descrivere lo stato d'animo di un uomo che si rende conto di quello che è l'incubo peggiore di ogni genitore, di non essere cioè stato in grado di avere "seminato bene", di avere educato dei figli bravi e capaci di realizzarsi (nel senso più ampio di "realizzare pienamente le proprie possibilità", non nel ristretto senso di "avere successo")?
Da un punto di vista scenico e teatrale, il dramma mescola passato e presente (scene di Biff bambino e giovane adulto, apparizioni di Ben, il fratello morto di Willy, che qui incarna il prototipo dell'uomo realizzato negli affari, visto che è emigrato in Alaska e ha fatto fortuna con l'oro), sogno e realtà, concreta rappresentazione della confusione nella testa del protagonista, ma ciò non ostacola la comprensione della storia al lettore: anche questo è un altro merito, di un'opera che è certamente un caposaldo del Novecento, in una storia potentemente drammatica che fonde elemento sociale (il sistema che spreme gli individui e quando sono meno produttivi lì getta via) e fallimento individuale e psicologico-educativo. Quattro stelle e mezzo.
KoluberKoluber wrote a review
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HolmesHolmes wrote a review
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The Grand WazooThe Grand Wazoo wrote a review
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Vincap2002Vincap2002 wrote a review
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ho amato mio padre
si può scrivere di rigetto?
scrittura cuneiforme nei miei ricordi:


ho amato mio padre e mia sorella ha chiesto proprio a me di scrivere un necrologio su mio papà. gli (lui mi correggeva in "le" col sopracciglio) ho risposto: se posso sgrammaticare mi sta bene: pensavo fosse facile mettere giù due parole… si guarda l'immagine nel ricordo e si abbellisce. dunque, mio padre mi ha schiaffeggiato una sola volta nella vita. allora ho lapidato con un puntello di zucchero: "cazzo, è morto e i parenti non sanno come ricordarlo". mia sorella (più piccola) non sa come si schiaffeggia un fratello più grande, ma gli sguardi, i sopraccigli, i silenzi misteriosi solo coi mariti funzionano. volevo spiegare la bellezza del necrologio, l'apprezzamento del defunto con cui l'educazione del de cuius sparisce, con cui la tolleranza non emerge. allora scrivo per me visto che lei non mi ascolta. mio padre nella sua vita mi ha dato solo uno schiaffo… ho fumato spinelli, ho messo la maria nel risotto agli spinaci di mia madre, ho preso zero meno al tema d'italiano (con annesso vaffanculo al depresso mancato dottorante), sono fuggito di casa 1 e mille volte, ho scopato nel talamo genitoriale con evidenti tracce, ho detto sì 1 e mille volte facendo il contrario, ho sbattuto la paghetta dei nonni nel cesso, sentivo jimi l'hendrix alle quattro del mattino, insomma ero un potenziale figlio da spaccare la faccia. mai papà ha sfiorato il capello intrecciato alla moda. eppure un solo giorno e ricordo il sole sparito dalla mia luce con quell'unico schiaffo che mi ha condotto a rileggermi la letteratura inutile dei latini. eravamo a tavola, corazzato dall'amore materno, stavamo nella comune dialettica del nano fanfani e lui (che alla fine dei suoi giorni ha votato renzi) mi spiegava la necessità del corsera di essere paragovernativo. "cazzo papà, come si fa?" e lui imperturbabile mi ha chiesto: "cosa significa cazzo in questa tavola?" ed io (da vero coglione) nell'improvviso l'ho tradotto in latino… è partito un tgv che ha scaraventato nella merda tutti i no-tav. è stato l'unico schiaffo che ricordo di lui... è stato il piacere di essere suo figlio con tutti i suoi difetti e le mancanze. come faccio a dire a mia sorella che scrivere cazzo è, sul necrologio, il miglior riconoscimento che potessi fargli? a certe domande non c'è risposta.

youtube.com/watch?v=GeBucF6420k

(et intellexi quod animadverti multa a lacrimis in faciem... perdonami l'ultimo scherzo che non può più tradursi con uno schiaffo.
chiedo scusa a chi ha letto...)

a volte bisogna perdonare la confusione della percezione come una disorganizzazione mentale: una necessità di ribellione nell'ordine inscatolato delle parole della mente che usano un linguaggio inusuale come rappresentare un vaffanculo adoperando il tempo per entrare e non uscire dalla vita con strumenti borghesi e convenzionali.
il tema della menzogna come verità acquisita è sinonimo del "grande sogno" (omni politico, sociale e religioso) che, anche se non si avvera, esiste radicato nella rappresentazione teatrale di questa confusione mentale... e la fatica diventa drammatica, galleggiante nel sangue versato, nella trasmigrazione da padre in figlio, fino al giorno della resurrezione nella ribellione.
esistono effettivamente dei "luoghi geometrici" dove vivono le "teste", e dai quali queste non trovano alcuna via di fuga e il lettore è risucchiato prepotentemente nella spirale individualistica di ogni personaggio dove miller riproduce (millimetricamente) quello stato di frammentazione dato da un mondo che non esiste più e che dunque non può più essere adeguatamente rappresentato se non nella perpetrazione infinita della stessa situazione.

"non riesco a capire coloro che si rifugiano nella realtà perché hanno paura di affrontare la droga". (tom waits - the wrong side of the road)
Elisa IacoElisa Iaco wrote a review
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Spoiler Alert
Se non avessi visto lo splendido film “Il cliente” del regista iraniano Asghar Farhadi, probabilmente non mi sarebbe mai venuta la curiosità di leggere questo che – scopro ora – è un capolavoro teatrale del dopoguerra americano.
Nel film (vedetelo, vale davvero!) i due protagonisti stanno mettendo in scena proprio “Morte di un commesso viaggiatore.”
Un sogno americano alla rovescia, quest’opera teatrale, o forse la realtà – la vera realtà- che vi si nasconde dietro. Una vita d’illusioni,di sogni di grandeur, di successo e fama per sé e per i figli. E poi, lo scontro con la vita. Che toglie, indifferente. Che umilia e ti stronca.
Willy, il protagonista, è un commesso viaggiatore che ha sempre voluto credere caparbio nei suoi sogni, desiderando anche per i figli la fama e il successo che –soli – rendono un uomo degno di considerazione.
Biff, il figlio preferito, non ha terminato gli studi e lo odia (se ne scoprirà alla fine il motivo), preferendo fare il vagabondo piuttosto che affrontare il confronto con le aspettative del padre; l’altro figlio, Happy, è un conformista indifferente, che sa solo fare lo sciupa femmine.
Willy è deluso. Dai figli e dalla propria vita trascorsa facendo un lavoro faticoso e spesso umiliante. I soldi non bastano mai. Alla fine, ormai sessantenne, si ritrova a fare migliaia di chilometri, da New York a Boston, senza riuscire a vendere niente. Comincia il suo vaneggiamento. Poetico, lirico.
Alla fine Willy troverà il guizzo di dignità che gli farà rifiutare un lavoro elemosina da parte di un amico. Linda, la moglie, paziente e amorevole, capisce che il marito ha intenzione di suicidarsi e chiede l’aiuto dei figli. Questo aiuta non ci sarà.

Il requiem finale è toccante.