Morto che cammina
by Irvine Welsh
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Brutale, comico e commovente: ecco il fantasmagorico ritorno della gang di Trainspotting.

Mark Renton ha fatto bingo: i deejay della sua agenzia fanno ballare i ragazzi sulle due sponde dell’oceano e un bel po’ di soldi entrano in cassa, ma non riesce a sentirsi davvero appagato di una vita passata fra sale d’attesa e stanze d’albergo. Seduto a bordo di un volo che lo riporta a casa, butta giù un tranquillante dopo l’altro per smaltire i postumi della serata precedente, quando all’improvviso incrocia un paio di occhi impossibili da dimenticare: quelli di Frank Begbie. L’ex psicopatico di Leith ora è un artista famoso e sembra non nutrire più alcun proposito di vendetta per quella brutta storia della truffa sulla vendita dell’eroina. Sono passati tanti anni, ma Renton non si fida, vorrebbe saldare il suo debito e teme che Begbie stia tramando qualcosa… Nel frattempo alle orecchie di Sick Boy e Spud, occupati in nuovi «progetti», giunge voce che i vecchi amici bazzicano di nuovo Edimburgo: prospettiva stuzzicante riunire i soci come ai bei tempi. Ma quando i due si avvicinano all’oscuro mondo del traffico di organi, le cose prendono rapidamente una brutta piega per tutto il gruppo. In balia ognuno delle proprie dipendenze, costretti alla resa dei conti con un passato che non può più aspettare, Renton, Begbie, Sick Boy e Spud saranno travolti da un fiume in piena di assurdi imprevisti. Uno di loro rischia di non vedere l’ultima pagina del romanzo: chi è il morto che cammina?

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Nood-LesseNood-Lesse wrote a review
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L'amoralità

Ho scoperto per caso “Morto che cammina” imbattendomi ne “L’artista del coltello”. Consiglio di leggere prima quel romanzo, a mio avviso è indispensabile per apprezzare questo. Saputo che a Sick-Boy, Murphy-Boy, Rent-boy, Beggar-Boy era dedicato un libro che raccontava della loro adultità, mi sono goduto l’attesa (eravamo nell'estate 2020) imponendomi di farne la prima lettura del 2021. Pochi libri hanno a che fare con il piacere di leggere (del tutto personale) come quelli di questa saga; mi ritrovo a girare le pagine con un ghigno beffardo, mi vien da credere che più di me si sia divertito solo il loro autore a scriverli. Sono una sorta di catarsi, però potrebbero funzionare anche qualora ci si volesse sentire persone migliori: difficilmente qualcuno potrà ritenersi peggiore di un drogato, bastardo, manipolatore, privo di principi morali; di un drogato ladro e accattone; di un drogato traditore seriale; di un alcolista psicopatico e folle. Quattro personaggi egoisti, bugiardi, infidi e proprio in virtù di ciò, amici per (farsi) la pelle.
Il fatto che Welsh sia riuscito a scrivere migliaia di pagine su di loro anche dopo aver esaurito il giacimento autobiografico, lo colloca fra gli scrittori più prolifici nella categoria -buoni a trattare un solo argomento-. In “Morto che cammina” ci sono camei da “Colla”, “La vita sessuale delle gemelle siamesi”, “Godetevi la corsa”… in questo come in tutti gli altri romanzi di Welsh, il sesso, la droga, la violenza e l’amor-alità sono ingredienti imprescindibili. Una quota del divertimento la si deve al traduttore Massimo Bocchiola che oltre ad essersi inventato un linguaggio, per Welsh ha abolito il congiuntivo. Provate a scrivere rinunciando completamente al congiuntivo, è una fatica cane (o più precisamente cagnolo), si tratta di dover rimettere mano alla scrittura e peggiorarla ad arte.

Dove se non in un romanzo un detenuto psicato può intortare la propria psicologa (ovviamente gran fica) fingere si essersi redento, sposarla, avere due figlie con lei pur rimanendo il solito folle psicato?

Dove se non in un romanzo il figlio titubante annuncia la propria omosessualità al padre erotomane che gli risponde:
«Tu vuoi dire gay, completamente gay, non bisex, giusto?»
«Esatto, mi piacciono solo i maschi. Le ragazze, niente.»
«Grande! Questa è la più grande notizia della storia, cazzo! Evviva!» Brindo alzando il bicchiere.
Lui sembra basito, ma lo tocca col suo. «Io credevo che tu… ecco…»
Caccio giù una sorsata di Stella (Artois - N.D.N.) schioccando le labbra. «Mi sa che se eri gay-etero io sarei stato un filo geloso, perché avresti avuto più possibilità di chiavata di me» gli spiego.


Dove se non in un romanzo, un barman asporta un rene ad un donatore ignaro seguendo un tutorial su youtube?

La versione adulta dei Leith-boys va dall’inverosimile all’impossibile, le situazioni in cui vengono calati sono paradossali, ma da loro coetaneo sublimo la mia (discutibile) normalità e la mia (presunta) correttezza divertendomi un sacco. Peccato ancora una volta per il finale splatter (già successo ne “L'artista del coltello”), i primi capitoli sono molto più godibili degli ultimi.
Mi sgomenta un po' adesso iniziare un nuovo romanzo, ho riso parecchio per alcuni passaggi, ho rallentato perché la lettura durasse il più possibile.
Welsh non è autore per tutti, che sia lasciato a noi bastardi potenziali che lo abbiamo nominato portavoce.

Colonna sonora:
Sembra che passa un secolo, ma alla fine David Grazy torna fuori e alza la coppa. Ci scoppia a tutti una canzone, ed è Sunshine on Leith. Mi viene in mente che, dopo tutto ’sto tempo di distacco, è la prima volta che io, Franco, Sick Boy e Spud la cantiamo proprio insieme. Uno per uno, anni e anni ce l’abbiamo avuta tutti di fisso a matrimoni e funerali. Ma eccoci qua a urlarla noi quattro e cazzo, mi sento da dio!
youtu.be/JdP_KK75ThI
L’evento
youtube.com/watch?v=OcLhUiYrZhA

SAGA:
Trainspotting 1993
Porno 2002
Skagboys 2013
L’artista del coltello 2016
Morto che cammina 2018
l'uomo nerol'uomo nero wrote a review
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UbikUbik wrote a review
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Le Capocce di Leith

“Le Capocce di Leith” è il titolo di un’installazione artistica, improbabile prodotto dell’irrazionale ma ben redditizia attività di Francis Begbie che, come abbiamo potuto constatare in “L’artista del coltello”, ha fatto un bel po’ di strada dal violento e alcoolizzato teppista cresciuto nelle strade dei sobborghi di Edinburgo, personalità che tuttavia riaffiora di quando in quando dalla psiche imprevedibile di Francis.

L’ultima sua opera suggella l’occasionale rimpatriata a Leith, un quarto di secolo dopo, con gli altri tre superstiti del gruppo di Trainspotting provenienti dalle più svariate residenze (chi da Londra, chi dalla California, chi in tournée per il mondo, chi infine non s’è mosso dalla città natìa) e dalle più estreme esperienze di vita.

Li ritroviamo baciati (tre su quattro) dal successo economico e “professionale”, anche se in professioni poco ortodosse come agente di DJ di fama mondiale o titolare di un’agenzia di escort di alto bordo…, ma sempre impegnati a cogliere ogni chance di trasgressione o di cospicuo guadagno (” Godiamoci i benefici del neoliberismo prima che vada a culo facendoci finalmente scoppiare sotto i piedi questo sventurato pianeta”), incasinati e instabili nonostante l’età ultracinquantenaria che comincia a chiedere il conto al loro fisico, in storie di sesso, di droga e, all’occorrenza, violenza.

I rientri alla vecchia Edinburgo per far visita ai brandelli di famiglia rimasti in patria, sono doverosi ma sempre più penosi in occasione di ricorrenze vissute con acredine e distacco (…in un miscuglio incessante di motivi pop natalizi dei Settanta e Ottanta ormai diventati un tale tormentone a ogni ritorno delle festività, che la gente bofonchia le parole sottovoce, come militari congedati per stress post-traumatico). Ma la sorte riserva un ultimo momento di estasi ai quattro, attoniti e increduli sugli spalti dello stadio dove l’Hibernian di Edinburgo vincerà la coppa di Scozia (dopo 114 anni!) sconfiggendo con un goal al 92° gli odiati atavici rivali del Glasgow Rangers (fatto storico: 21 maggio 2016).

Ma non solo i quattro protagonisti appaiono invecchiati in modo più o meno consapevole (… più invecchi e più è dura combattere contro la tua sgradevolezza sociale, si diventa più facili alle esplosioni di emotività narcisa); anche lo stesso Welsh, per quanto si ingegni ad inventare nuove “avventure” sempre più sordide, perfide e scellerate, sconta il passare degli anni così che questo romanzo risulta troppo lungo, in alcune parti annoia e, duole ammetterlo, mostra una ripetitività che compromette gran parte della partecipazione che gli episodi precedenti suscitavano.

Non aiuta in tal senso la consapevolezza di avere a che fare, non più con i baldi strafottenti giovanotti dei clamorosi esordi, ma con versioni attempate che rifiutano di crescere, rinchiusi in un loop di accumulo di eccessi che, per il più fragile di essi, è giunto (ahimé) al definitivo irreversibile congedo.
MollaMolla wrote a review
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