Nel mare ci sono i coccodrilli
by Fabio Geda
(*)(*)(*)(*)(*)(3,201)
Enaiatollah Akbari, il protagonista, ormai adulto, racconta in prima persona la sua storia di immigrazione clandestina a Fabio Geda, che interviene appena e lo incoraggia, in un monologo lungo e sincero.
Il padre è morto a seguito di un agguato. La madre, per evitare che Enaiatollah venga preso come risarcimento della merce perduta e fatto schiavo dai creditore, lo accompagna in Pakistan, gli fa promettere che diventerà un uomo per bene e poi lo lascia solo.
Da questo tragico atto di amore hanno inizio la prematura vita adulta di Enaiatollah Akbari e l'incredibile viaggio che lo porterà in Italia passando per l'Iran, la Turchia e la Grecia. Un'odissea che lo ha messo in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini, e che, nonostante tutto, non è riuscita a cancellargli dal volto il suo formidabile sorriso.
Una volta in Italia, Enaiatollah riesce a rintracciare un conoscente che sta a Torino. Lì conosce un'assistente sociale che decide di ospitarlo in casa propria facendo una pratica di affidamento.
Enaiatollah è ora rifugiato politico in Italia e può avere una vita serena. La sua storia, per quanto forte e piena di sofferenza, non è una delle più terribili. Molti sono coloro che non possono raccontare le loro storie di disperazione perché non ce la fanno ad arrivare, perché muoiono nel viaggio o vengono ricacciati senza essere ascoltati vedendo i loro diritti calpestati e ignorati.

euridicea's Review

euridiceaeuridicea wrote a review
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(*)(*)(*)(*)(*)
Non lo dimenticherò
Se volete farvi un regalo e far volteggiare con capriole e giravolte i pregiudizi da bar, leggete questo libro.

Il dramma di un ragazzino migrante raccontato in prima persona: profondità sommersa ed ironia imprevista che spiazzano, ti ritrovi - commosso - a sorridere.
Siamo nati nella parte fortunata del mondo, questa è la cruda verità.
Buona vita, Enaiat

Fabio Geda, la tua scrittura è superlativa

"Il talebano, con il fucile, è entrato in classe e ha detto ad alta voce che bisognava chiudere la scuola, punto. Il maestro ha chiesto perché. Lui ha risposto: È stato il mio capo a deciderlo, dovete ubbidire. E se n'è andato senza aspettare una risposta o dare altre spiegazioni.
Il maestro non ha aggiunto nulla, è rimasto immobile, ha atteso di sentire il rumore del motore che spariva lontano e ha ripreso a spiegare matematica dal punto esatto in cui si era interrotto, con la stessa voce e il sorriso timido. Perché il mio maestro era anche una persona un po' timida, non alzava mai la voce e quando sgridava sembrava spiacesse più a lui che a te.
[...] il giorno dopo il talebano è tornato. Hanno fatto uscire tutti, bambini e adulti. Ci hanno ordinato di metterci in cerchio, nel cortile, i bambini davanti, perché eravamo più bassi, e gli adulti dietro. Poi, al centro del cerchio, hanno fatto andare il maestro e il preside. Il preside stringeva la stoffa della giacca come per stracciarla, e piangeva e si voltava a destra e a sinistra in cerca di qualcosa che non trovava. Il maestro, invece, era silenzioso come suo solito, le braccia lungo i fianchi e gli occhi aperti, ma rivolti dentro se stesso, lui che, ricordo, aveva dei begli occhi che dispensavano bene tutt'intorno.
Ba omidi didar ragazzi, ha detto. Arrivederci.
Gli hanno sparato, davanti a tutti.
Da quel giorno la scuola è stata chiusa, ma la vita, senza scuola, è come la cenere."
euridiceaeuridicea wrote a review
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Non lo dimenticherò
Se volete farvi un regalo e far volteggiare con capriole e giravolte i pregiudizi da bar, leggete questo libro.

Il dramma di un ragazzino migrante raccontato in prima persona: profondità sommersa ed ironia imprevista che spiazzano, ti ritrovi - commosso - a sorridere.
Siamo nati nella parte fortunata del mondo, questa è la cruda verità.
Buona vita, Enaiat

Fabio Geda, la tua scrittura è superlativa

"Il talebano, con il fucile, è entrato in classe e ha detto ad alta voce che bisognava chiudere la scuola, punto. Il maestro ha chiesto perché. Lui ha risposto: È stato il mio capo a deciderlo, dovete ubbidire. E se n'è andato senza aspettare una risposta o dare altre spiegazioni.
Il maestro non ha aggiunto nulla, è rimasto immobile, ha atteso di sentire il rumore del motore che spariva lontano e ha ripreso a spiegare matematica dal punto esatto in cui si era interrotto, con la stessa voce e il sorriso timido. Perché il mio maestro era anche una persona un po' timida, non alzava mai la voce e quando sgridava sembrava spiacesse più a lui che a te.
[...] il giorno dopo il talebano è tornato. Hanno fatto uscire tutti, bambini e adulti. Ci hanno ordinato di metterci in cerchio, nel cortile, i bambini davanti, perché eravamo più bassi, e gli adulti dietro. Poi, al centro del cerchio, hanno fatto andare il maestro e il preside. Il preside stringeva la stoffa della giacca come per stracciarla, e piangeva e si voltava a destra e a sinistra in cerca di qualcosa che non trovava. Il maestro, invece, era silenzioso come suo solito, le braccia lungo i fianchi e gli occhi aperti, ma rivolti dentro se stesso, lui che, ricordo, aveva dei begli occhi che dispensavano bene tutt'intorno.
Ba omidi didar ragazzi, ha detto. Arrivederci.
Gli hanno sparato, davanti a tutti.
Da quel giorno la scuola è stata chiusa, ma la vita, senza scuola, è come la cenere."