Nelle terre estreme
by Jon Krakauer
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Nell'aprile del 1992 Chris McCandless si incamminò da solo negli immensi spazi selvaggi dell'Alaska. Due anni prima, terminati gli studi, aveva abbandonato tutti i suoi averi e donato i suoi risparmi in beneficenza: voleva lasciare la civiltà per immergersi nella natura. Non adeguatamente equipaggiato, senza alcuna preparazione alle condizioni estreme che avrebbe incontrato, venne ritrovato morto da un cacciatore, quattro mesi dopo la sua partenza per le terre a nord del Monte McKinley. Accanto al cadavere fu rinvenuto un diario che Chris aveva inaugurato al suo arrivo in Alaska e che ha permesso di ricostruire le sue ultime settimane. Jon Krakauer si imbattè quasi per caso in questa vicenda, rimanendone quasi ossessionato, e scrisse un lungo articolo sulla rivista "Outside" che suscitò enorme interesse. In seguito, con l'aiuto della famiglia di Chris, si è dedicato alla ricostruzione del lungo viaggio del ragazzo: due anni attraverso l'America all'inseguimento di un sogno. Questo libro, in cui Krakauer cerca di capire cosa può aver spinto Chris a ricercare uno stato di purezza assoluta a contatto con una natura incontaminata, è il risultato di tre anni di ricerche.

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MauriziaMaurizia wrote a review
03
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Riflessione non mia ma ricordo che mi piacque
Ho trovato, per caso, questa riflessione di un ragazzo che parlava della sua vita e di "Into the wild". Mi è piaciuta molto e mi sembra il giusto commento al lavoro di Krakauer.

-Finalmente sei arrivato.
-Sì, una macchina si era parcheggiata proprio sui binari del tram, subito dopo il ponte, dove passa la circolare insomma.
-Mh, ho capito. Era una macchina blu?
-Come diavolo fai saperlo?
-Non lo sapevo, ho provato a indovinare. E ho indovinato.
-Ma hai mangiato?
-No.
-Che ci fai col bicchiere vuoto?
-Aspettavo te per la terza birra.
-Terza? Guarda che ho solo venti euro.
-Allora una tu e una io.
-...
-...
-...
-...
-...
-Te la offro io però.
-Ma non eri senza soldi?
-Tu vali l'investimento.
-E questo cos'è? Una sorta di dimostrazione d'affetto?
-Chiamala come vuoi. Io la chiamo birra. Bionda o rossa?
-Rossa.
-Fai schifo anche nella scelta della birra.
-La bionda è per ragazzini.
-Allora è fatta apposta per me. Valle a prendere tu però. Non sono più in grado di alzarmi.
-Ok.
-Ma tu l'hai visto "Into the wild"?
-Il film del tizio che legge sopra un camioncino?
-Sì.
-Sì, l'ho visto. M'è piaciuto.
-E cosa t'è piaciuto di quel film?
-Mh, non lo so.
-Diamine Ale, se cominci ad argomentarmi così le tue risposte, tanto vale che torni al monologo che hai interrotto pochi minuti fa su come uccidere Salvini o perché esiste il family day.
-Ma non puoi parlarmi della ragazza di oggi pomeriggio?
-No che non posso, te ne ho già parlato prima al telefono. Con gli auricolari. Che grande invenzione gli auricolari! Per di più è passata con una sua amica pochi minuti fa. Le ho fatto cenno, alzando il bicchiere di birra verso di lei e la sua amica, ma credo non mi abbia visto.
-Potevi chiamarla no?
-Ma se non so nemmeno come si chiama.
-Un “hey” sarebbe stato sufficiente! E c'era anche un'amica! Era bella?
-Ero troppo impegnato a sentirmi un coglione. Sai quando vedi qualcuno che conosci e dai per scontato che quel qualcuno incrocerà il tuo sguardo, il quale è rivolto solo verso l'ancora ignaro destinatario e basta, e inizi a fare smorfie strane, ti muovi in modo inconsueto e ti agiti come un coglione. Ero qui, con la birra in mano, la testa abbassata, il labbro rialzato, convinto che avrei facilmente attirato la sua attenzione e invece no. E in quel preciso istante ti senti un imbecille senza dignità, deriso da tutte le persone intorno a te che hanno assistito impietosamente alla scena e ne hanno riso ad alta voce senza alcuna remora. Le orecchie mi sono diventate rosse e ho sentito una lacrima scendermi dall'ascella destra. Avrò toccato i 40° gradi. Hai presente no? Devi esserti sentito così un sacco di volte.
-Quindi non era bella.
-Cosa vuoi che ne sappia? Non ci ho nemmeno parlato.
-Non farmi l'intellettuale su questo argomento.
-E su cos'altro potrei farlo? Sono un intellettuale solo per te.
-Un sacco di altra gente lo pensa.
-E chi?
-Sai quella mia amica, Luisa, che è venuta a casa l'altro giorno?
-Sì
-Entrando in salotto ha detto: “Certo che ne legge di libri, ha proprio l'aria da intellettuale."
-Ah.
-Visto.
-Ebbè, e poi è una sola. Comunque Into the wild? Cosa ti è piaciuto?
-Cosa vuoi che mi sia piaciuto di quel film? Il fatto che lui abbandoni tutto, che preferisca vivere in una roulotte abbandonata, a leggere libri, a fregarsene del resto, vivere a contatto con la natura. Cazzo, hai visto in che bei posti è stato? Dev'essere bellissimo visitarli almeno una volta nella vita. Poi cavolo, quelle autostrade, l'autostop, sarebbe bellissimo farlo.
-Ma alla fine muore.
-Eh sì, non me lo aspettavo.
-Cosa ti aspettavi da un rachitico viziato e intellettualoide che molla tutto per andarsene a vivere in Alaska da solo?
-Appunto, lo rende reale.
-E perché non lo emuli? Cosa ti frena dal mollare tutto e andartene?
-Ma come cosa mi frena? Mi piacerebbe farlo ma non potrei. L'università, i miei genitori, mia sorella, il cane. Non ce la farei a mollarli così da un giorno all'altro.
-E a te non ci pensi? E poi in realtà non lo hai già fatto? Non vivi più con i tuoi. Se non sbaglio hai passato il capodanno ad Amsterdam con la tua ex e tornare a casa per la cena di Natale era per te più una sofferenza che una gioia. Però se si tratta di andare in Alaska in uno stupido furgoncino a mangiare alci non puoi lasciarli. Mi spieghi un attimo cosa cambia?
-Non si può mica fare sempre quello che si vuole nella vita. Cosa succederebbe se dicessi a mia madre che me ne vado a vivere in Alaska e non ho alcuna voglia di scriverle?
-Come pensi che abbia preso la notizia di te ad Amsterdam?
-È diverso.
-Per me è la stessa cosa. Il problema sei tu ma cerchi di dare la colpa agli altri.
-Non vuoi capire.
-Allora spiegami.
-Non posso prendere e lasciare tutto. Il viaggio ad Amsterdam includeva anche un ritorno. Sarebbe bello, ma non posso.
-Puoi farlo, solo che potresti morire di fame in un furgoncino in Alaska ed essere ritrovato due settimane dopo da qualche sconosciuto, probabilmente pieno di larve e di colore marrone.
-Era necessario?
-È che dici sempre una marea di cazzate Ale. Mi intristiscono questi discorsi, "non posso farlo" è proprio una di quelle frasi che mi fanno vomitare. Questo cosa del viaggiare è sopravvalutata. I "giovani" affermano sempre più spesso che amano viaggiare. Ogni tanto mi capita di guardare quelle stupide interviste su 
fanpage.it. Io direi che a loro piace tornare. Che poi viaggiare in che senso? In vacanza? Per un mese? Per tre anni? Che poi viaggiano e condividono le foto di casa con scritte in inglese ‪#‎miss‬ ‪#‎home‬, si fanno paladini di una terra che hanno abbandonato per qualche cocktail in più e con la speranza che Tinder funzioni meglio. C'è una bella differenza. Un viaggio secondo me non contempla un ritorno. Un viaggio significa sentirsi a casa in un altro posto. Cesare Pavese lo aveva capito. Ti ho mai consigliato di leggere "La luna e i falò"? In caso lo sto facendo adesso. La gente dice che parte per cercare delle risposte, la verità è che viaggiare ti aiuta solo a porti più domande, e le domande sono importanti tanto quanto le risposte Ale. Viaggiare ti fa solo apprezzare quello che hai abbandonato, ti fa dire "mah, in fondo non stavo poi così male", a meno che tu non venga dalla guerra, ma non è che poi qui sia tutto rose e fiori. Hai notato che in tutto il film Alex non riesce ad abbandonare l'orologio? Quindi secondo me, in sintesi perché inizio ad avere sete e sto parlando troppo, puoi viverla in due modi questa cosa del viaggiare e di conseguenza del vivere: se in fondo non è diverso da dove sei partito, o sarà sempre una merda, o impari a godere di quello che hai e starai bene ovunque e con chiunque. Cazzo! Guarda le foto di quei bambini neri che sorridono nonostante stiano morendo di fame. Io ogni volte che le guardo mi commuovo.
-Tu sicuramente hai deciso che sarà una merda ovunque.
-Non mi sento a mio agio. E poi sta cosa del viaggio e dell'autostop fa così Kerouac, l'autostop di cui parla Faber è sicuramente molto più intrigante.
-Non ho ovviamente la più pallida idea di cosa tu stia parlando. Comunque vorrei vedere te.
-Vedere me?
-A mollare tutto e andartene. Tu parli parli, citi libri, guardi film, vagheggi sui contenuti nascosti, devi sempre dirne una più degli altri, consigli, istighi, sentenzi, ma poi sei sempre qui insieme a tutti noi, a giudicarci. Devi sempre far sentire gli altri una merda. Vaffanculo.
-Sembravi Jep Gambardella, in quella scena sul terrazzo.
-Tu sembri uno stronzo a volte.
-E complimenti per l'uso della parola “istighi”, mi hai colpito. Se il mio cuore non fosse freddo come una lastra di ghiaccio, potrei giurare di averlo sentito battere di nuovo.
-...
-...
-...
-Che c'è?
-Sei uno stronzo.
-E poi è così banale quel nome: Alexander. Alex. Kubrick c'era arrivato vent'anni fa.
-Che c'entra Kubrick?
-"Arancia meccanica", hai presente?
-Sì.
-Il protagonista era Alex. A privativa lex legge. A-lex. Senza legge. Banalissimo.
-Figa questa cosa.
-Prego. Che poi non pensi che Alex, Supertramp intendo, sia solo un codardo? Scappare è più semplice, non trovi?
-Un codardo? Semmai un eroe. È scappato in Alaska, da solo. Ha mollato tutto per vivere quello che un sacco di gente sogna ma che non riesce a fare. Ha fatto quello che pensava lo avrebbe reso felice.
-Bah, dici? Secondo me la scelta che ha fatto è stata la più semplice. È semplice mollare tutto e andarsene. È più difficile rimanere e combattere. E lui è un chiaro esempio di "domanda sbagliata". Nel film, sul letto di morte, immagina di riabbracciare i suoi genitori, ma questo è Hollywood, gli americani sono finti. Io invece me lo immagino così, nel furgoncino, a guardare il cielo attraverso il finestrino spaccato a ridere di gioia al pensiero che i suoi genitori soffriranno come animali d'allevamento intensivo alla notizia della sua morte. Quell'espressione con cui si addormenta per sempre nel film non è un sorriso ma in realtà un ghigno. Un ghigno soddisfatto di chi ha fatto male.
-Mh.
-La verità è che non lo so. Certe battaglie non si possono vincere in fondo, e "non è una guerra se non si può vincere". Ci sto pensando da ieri, ma non riesco a decidermi. Credo in fondo che Alexander Supertramp si possa contrapporre alla figura di Jep Gambardella. Hai presente sì?
-Cazzo sì, hai visto quel film una volta al giorno per tutto l'anno passato. Sapevi le battute a memoria.
-Le so ancora.
-Ma che c'entra Jep Gambardella con Supertramp?
-Sono figure che si ripetono nella letteratura, pensa a Narciso e Boccadoro di Hesse, Vitangelo Moscarda prima e dopo, pensa a Henry Miller ne "Il tropico del capricorno" e a quello dell'inizio de "Il tropico del cancro". Pensa soprattutto, e questo esempio lo spiegherebbe davvero per bene Aldous Huxley nel dialogo finale di "Brave New World" tra il selvaggio e Ford, oppure a Bradbury in "Fahrenheit 451". Orwell è figo, per carità, ma niente batte Huxley, ricordatelo. Chissà perché non ci fanno leggere lui invece di Orwell. Sarà per gli esperimenti sul peyote e la mescalina, sebbene Freud pippasse come un'aspirapolvere.
-Mi fai sentire così ignorante.
-Tu mi fai sentire così erudito, siamo pari. Comunque è sempre questo dualismo che si ripete. Ma penso che li accomuni una cosa.
-La felicità?
-Wow. Ti sei appena guadagnato un'altra birra. La ricerca della felicità. Penso che in fondo tutti vogliano una cosa sola: essere felici. Ci riescono? Non credo.
-Alex sembra felice in alcuni frammenti. Quando parla da solo per esempio, quando grida. Jep Gambardella mi sembra perennemente triste.
-Jep Gambardella ha una certa età, ma anche lui si diverte, tipo quando intervista quell'artista contemporanea. O quando parla con Verdone. O quando conosce la Ferilli. Lì si che è felice. Lo sarei anche io.
-Sono confuso. E poi le tette grandi non sono volgari?
-Adoro quando mi citi. Anche io sono confuso, e tra un po' penso proprio che vomiterò.
-Già?
-Ho esagerato anche stasera.
-Ma perché bevi sempre così tanto? Non ti secchi di dover vomitare ogni venerdì sera e stare male ogni sabato mattina?
-È che per un paio d'ore mi sento bene. Baudelaire consigliava di essere sempre ubriachi. Poi tutto svanisce. Il dolore contrapposto al piacere. Il pendolo che oscilla fra noia e dolore passando per attimi di felicità di Schopenhauer.
-A me pare più che il tuo pendolo affoghi piuttosto che oscillare.
-Ottima metafora. Bravo Ale. Ora accompagnami, che devo proprio vomitare e vorrei evitare di farlo proprio qui di fronte a lei.
-A chi?
-Quella di oggi. È lì di fianco, non mi ha visto, credo. Io sto cercando di ignorarla. E no cazzo! Non ti girare così. Ecco ci ha visti. Dannazione Ale.
-Ei, sta venendo verso di noi. E guarda l'amica. È bella.
-Devo vomitare Ale.
-Aspetta un po'.
-Non durerò molto.
-Ei ciao mr buhl.
-Ciao cara. Da quanto stavi lì? Giuro di non averti visto.
-Io ti stavo fissando da un po' ma avevo la sensazione che mi stessi ignorando.
-Assolutamente no, ero solamente assorto nel discorso. Lui è Ale, il mio coinquilino.
-Piacere Ale, una volta giuro di averlo sentito dire che sono un suo amico.
-Piacere Sara. Lei è Diana, la mia amica e anche coinquilina.
-Piacere Diana.
-Vi unite a noi per una birra?
-In realtà stavamo per andare.
-Sicure?
-Solo una però.
-Grandi! Tanto offre lui.
-Dannazione.
-Ti senti bene? Oggi pomeriggio parlavi decisamente di più.
-Sì, sto benissimo. È che mi hai colto alla sprovvista.
-Se vuoi ce ne andiamo.
-No no, vi prego. Ale è così contento. Restate. Sara eh? Gran bel nome.
-Ti piace?
-Sì. E hai un naso che è la fine del mondo.
-Come scusa?
-Ecco le birre. Ha già cominciato a dire cose strane. È ovviamente ubriaco, sarà difficile fermarlo.
-Salute.
-Salute.
E vomita.
-Anche questa volta non mi sono vomitato né le scarpe né i pantaloni. Guarda Ale. Scusate ragazze.
-Che schifo.
-Ale, te lo avevo detto.
MargotMargot wrote a review
01
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Ho letto il libro dopo aver visto il film. E per quanto riguarda la narrazione, sono rimasta delusa del fatto che fosse più un saggio giornalistico che la storia della vita di Chris raccontata sotto forma di romanzo. Credo che sotto quella forma, sarebbe riuscita ad arrivare di più al cuore del lettore e in maniera più costante. Invece in questo modo, si salta da pagine profonde a pagine che secondo me potevano anche essere non scritte.
Per quanto riguarda la vita e le motivazioni del ragazzo, invece, si possono dire tante cose. Tutte sbagliate o giuste.
Nel racconto delle sue azioni e della sua personalità ci ho trovato molte contraddizioni. In primis, la sua incapacità di perdonare il padre ma al tempo stesso la sua adorazione per Jack London, quasi certamente non migliore del genitore.
Trovo nel ragazzo un profondo egoismo ma al tempo stesso una voglia pazzesca di vita.
Da un lato, Chris avrebbe potuto trovare se stesso concedendosi delle precauzioni maggiori, ma è anche vero che quelle precauzioni forse gli avrebbero tolto un po' di quel selvaggio e di quell'autenticità che cercava e di cui aveva bisogno.
Non è semplice dare un giudizio, e forse neanche giusto. La bellezza sta proprio nel non poter provare solo odio o solo amore, solo commiserazione o solo ammirazione.
All'ultimo capitolo, ho pianto tutte le lacrime che non erano arrivate nel resto del libro, per come è andata a finire. Spero che, se trovare un senso non è possibile per noi, lo sia stato per lui.
Buon viaggio nell'ultima terra estrema, Chris.