Pastorale americana
by Philip Roth
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Nei suoi libri Philip Roth ha spesso descritto il bisogno negativo che l'uomo ha di distruggere, sfidare, contrastare, lacerare. In questo ultimo lavoro concentra la sua forza narrativa sull'energia contraria, sullo spasmodico desiderio di una vita normale: "Pastorale americana" è un libro sull'amore e sull'odio per l'America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, e sul rifiuto dell'ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.

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AnomisAnomis wrote a review
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Maurizio GMaurizio G wrote a review
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Una tragedia americana

Un grande libro. Un tragico libro sull’inadeguatezza dell’uomo contemporaneo a comprendere la vita e il suo senso. Forse il capolavoro assoluto di Philip Roth. Distante quasi trent’anni e un abisso emozionale dal “Lamento di Portnoy”: in quest’ultimo era alla sbarra un singolo individuo, che prendeva a pretesto le sue traversie sessuali per mettere sotto accusa un intero approccio alla vita e un fallimento esistenziale. Insomma una vicenda intima.

Nella “Pastorale americana”, attorno alle vicissitudini dello Svedese, un ebreo americano di terza generazione che avrebbe tutto per sentirsi fortunato (un fisico da “goy”, il dono di eccellere in ogni sport, una moglie ex Miss New Jersey, una fabbrica di guanti da donna che è anche una fabbrica di denaro e benessere) gira come una giostra tutta la complessità, la contraddittoria complicazione della società a stelle e strisce, dell’American Dream. Lo svedese è stato strutturato, formattato come si direbbe oggi, per affrontare una società “normale”. Ha fatto un salto di assimilazione impossibile per suo padre: ha sposato una “shiksa” (cristiana) irlandese e messo al mondo una figlia che, come gli rimprovera suo padre, «non sarà né ebrea né cattolica». Senonché, un destino brutale chiama in causa quest’uomo mite e onesto come padre di una ragazza problematica, che da bambina non riesce a vincere la propria balbuzie, da adolescente finisce nell’inferno del terrorismo, da giovane donna nell’utopia esotica di una filosofia di non violento annientamento fisico. Ma Seymour Levov, alias lo Svedese, non è preparato per tutto questo ed è, in qualche modo, l’archetipo del fallimento parentale dinanzi ai periodi epocali (parliamo degli anni attorno al ’68 e della guerra in Vietnam) che determinano, tra due generazioni continue, non un semplice attrito ma una vera e propria faglia di sant’Andrea. «Come penetrare nell’intimo della gente? Era una dote o una capacità che non possedeva. Non aveva, semplicemente, la combinazione di quella serratura. Prendeva per buono chi lanciava i segnali della bontà. Prendeva per leale chi lanciava i segnali della lealtà. Prendeva per intelligente chi lanciava i segnali dell’intelligenza.»

Chi si aspetta di ritrovare il solito humour di Roth resterà deluso: la storia è drammatica e l’arguzia dello scrittore è tutta al servizio di questo dramma. E quando più la tragedia incombe nella mente del protagonista, è il flusso di coscienza la tecnica narrativa che Roth (genialmente) sceglie per rendere il parossismo della confusione, dell’inadeguatezza e di un tragico amore paterno che resta impotente, perché le sue armi sono state affilate per conquistare Miss, per fabbricare perfetti guanti di capretto nell’azienda ereditata dal padre, non per affrontare il mondo alieno, incomprensibile in cui è precipitata sua figlia. La capacità di immedesimazione dello scrittore, che non ha mai avuto figli, nella tragedia di un padre risulta tanto più stupefacente.

Una storia narrata prevalentemente nel registro dell’analessi, solo in rari momenti nel presente, quasi tutta nel passato, nella memoria dello Svedese che turbina senza mai consentirgli di afferrare quel bandolo di cui avrebbe un così imperioso, vitale bisogno. Un libro che in certi capitoli si legge con le viscere in mano, soprattutto se si è genitori. Una grande opera di introspezione sull’immutabile natura umana e sulle sempre mutevoli condizioni ambientali in cui si deve misurare e difendere.

Il signor RailIl signor Rail wrote a review
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Quando i figli sgretolano le illusioni dei padri
Mentre leggevo questo libro (e praticamente a ogni pagina mi dicevo quale straordinario capolavoro fosse) mi veniva spesso alla mente Steinbeck e il suo implacabile (di)svelare, narrandolo quasi "in diretta", uno dei (tanti) risvolti poco edificanti del sogno americano: la fragilità di quel colosso d'argilla che è il sistema economico capitalista spinto agli estremi e il suo fragoroso crollo negli anni '30...il vuoto, la sofferenza e la necessità (illusoria, vana?) di riscatto conseguenti a quel crollo. Ecco, Roth compie secondo me un'operazione analoga, raccontando un'altra fragilità: quella dell'ipocrisia, dell'esteriorità, dell'ordine apparente che connota l'ossatura, la spina dorsale della classe imprenditoriale piccolo-media e di quella borghese.
Ci rivela cosa nasconde questa maschera di perbenismo, disciplina, dedizione al "lavoro" e al proprio "paese" e ci mostra anche lui un crollo: la distruzione, da parte di una generazione (finalmente?) ribelle, di ciò che avevano (ri)costruito i padri e i nonni...lo sgretolamento non solo di simboli, ma anche di regole, certezze, velleità...lo scavare quasi letteralmente la terra sotto i piedi dei propri padri e nonni. A differenza di Steinbeck, poi, lo fa a posteriori, lasciando trascorrere tre decenni dai "fatti" e questo gli permette il (quasi) perfetto distacco sia da un approccio cronachistico, sia da un approccio eccessivamente empatico: c'è ironia, rabbia, disillusione, stanchezza, lucida critica, anche un po' di ferocia...è come se Roth riuscisse a presentarci non una fotografia che immortala un istante, bensì un filmato che ripercorre un cammino, un percorso che sembra avere un approdo inevitabile.
Poi, a onor del vero, la realtà supera la fantasia, nel senso che trascorso un altro mezzo secolo siamo di nuovo alle prese con lo stesso sogno e, ciclicamente, con problemi sia identici sia nuovi...forse addirittura su scala globale, non solo "americana"...insomma, verrebbe da dire "tanto rumore per nulla"...purtroppo.
00
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CrashCrash wrote a review
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"Tre generazioni. Tutte avevano fatto dei passi avanti. Quella che aveva lavorato. Quella che aveva risparmiato. Quella che aveva sfondato. Tre generazioni innamorate dell'America. Tre generazioni che volevano integrarsi con la gente che vi avevano trovato. E ora, con la quarta, tutto era finito in niente. La completa vandalizzazione del loro mondo".

"Sì, tutto ciò che conferiva un significato alle sue imprese era americano. Tutto quello che amava era lì".

Lo Svedese, imprenditore di successo di origini ebree, deve affrontare un dramma familiare che diventa metafora della crisi di un mondo e di una visione del mondo.
Non è un libro facile, pur essendo ovviamente scritto benissimo. Ti fa spazientire, a volte annoiare, e per una buona parte, probabilmente, detestare il suo protagonista.
Ma poi il romanzo si rivela in tutta la sua potenza, dispiega una forza maestosa, trascinandoti a fianco del protagonista, improvvisamente così fragile di fronte al disfacimento di tutto il suo mondo.
Lo Svedese non può credere che la figlia (così fortunata, così agiata e senza bisogni, così AMERICANA!) abbia fatto ciò che ha fatto. E il fratello, proprio nel momento di disperazione più totale, gli sbatte in faccia tutto il rancore di una vita ("Hai paura di perdere il controllo! Hai paura che la bestia esca dal sacco"!). Le sue parole sprezzanti e impietose accusano la sua educazione, il suo altruismo, la sua moderatezza e in generale l'inclinazione ai compromessi di essere la colpa di tutto. "Nessuno sa chi sei", gli dice, "nessuno ti aveva ancora scoperto", ed è per questo che la figlia ha deciso di smascherarlo ("Tu ti nascondi. Non scegli mai"). Il fratello riesce, nel modo più violento e traumatico possibile, ad aprirgli gli occhi. Ma ciò che ora vede è la devastazione totale: lo Svedese non sa più nulla, tutto è incomprensibile, niente ha più senso, tutto è puro orrore. E lui stesso non è più quello che ce l'ha fatta, è un burattino senza riferimenti, un grumo di dolore.
Ho terminato il libro con una sensazione di
insoddisfazione: mi sembrava che non ci fosse una vera fine, che molte domande restassero senza risposta. Questo mi ha spinto a fare ciò che non faccio mai: tornare sui miei passi, rileggere la prima parte, per placare la mia fame di notizie sullo Svedese. E ho capito che le risposte erano già lì, in tutto il racconto del fratello Jerry al vecchio amico scrittore, ma io le avevo lette distrattamente, e dimenticate. Lo scrittore che incontra lo Svedese a New York all'inizio non lo comprende affatto, e lo stesso capita a noi (arriva a dire a se stesso: "Tu cerchi abissi che non esistono. Quest'uomo è l'incarnazione del nulla. Mi sbagliavo. Non mi ero mai sbagliato di più sul conto di nessuno in vita mia"). Solo dopo la sua morte, e dopo il racconto del fratello, comincia a comprendere, e noi assieme a lui: improvvisamente, senza soluzione di continuità, inizia la storia dello Svedese così come lo scrittore (che poi scompare per sempre) la immagina e la scrive. Ed è una storia perfetta e straziante, che coincide con il declino del Sogno Americano.
Andrea MonsagratiAndrea Monsagrati wrote a review
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Spoiler Alert
Una noce di media grandezza
Quando la figlia sedicenne dello Svedese fa saltare in aria l'ufficio postale di Old Rimrock per protestare contro la guerra nel "Viet fottuto Nam" il matrimonio di Seymour Levov con la reginetta di bellezza del New Jersey va a farsi benedire. Con la crisi della dorata famiglia Levov entra in crisi anche la vita dello Svedese ed il sistema americano tutto. La ricetta miracolosa in forza della quale milioni di immigrati sono riusciti a rifarsi una vita ed una verginità nel nuovo mondo d'improvviso non funziona più e, soprattutto, nessuno riesce a spiegarsi il perchè. Bel libro di Roth nel quale si naviga a vista nel gorgo infame degli anni settanta cercando di non affondare tra crisi familiari, sociali ed ideologiche. Se ne uscirà, dopo un decennio almeno, indeboliti e reganiani, perchè il tempo, più che galantuomo, sedimenta il dolore e le ideologie ma, a quel punto, il paese avrà perso, per sempre, il suo fascino e le sue iconiche certezze. L'etica del lavoro ben fatto - come la chiamava Primo Levi - non sarà più sufficiente per garantire la felicità a chiunque. Philip Roth scrive meglio della media dei suoi compatrioti anche se, ovviamente, Pastorale Americana non è il capolavoro al quale hanno gridato tutti sol perchè non vi erano alternative. La prima parte è abbastanza inutile ed autoreferenziale, la grande crisi ideologica degli States non ha, invero, una spiegazione e, sotto sotto, si capisce anche che Roth parteggia o, quantomeno, giustifica proprio quel malessere identitario che descrive così bene. Dal suo attico da ventimila dollari al metro quadro, con distacco e moderazione, con i dovuti distinguo del caso, Roth è l'algido connivente delle ragioni di Merry la bombarola, di Angela Davis, o della terribile Rita Cohen, forse il personaggio più riuscito del romanzo. D'altro canto figurati se potevi vincere il Pulitzer se non sputavi nel piatto dove mangi. Sarebbe stato un gran bel libro questa Pastorale Americana se, solo, la causa di tutto questo male fosse stata, semplicemente, la balbuzie di Merry.
AnnaritaAnnarita wrote a review
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Una pietra miliare della letteratura statunitense
Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo.


La scrittura di Roth è fredda, affilata, eppure coinvolge senza tregua, richiede continua partecipazione. Come Levov anche Roth non si risparmia, è instancabile e tenace nel sentire il dovere e la responsabilità di dettagliare il suo racconto, di ripercorrere il passato per poter comprendere il futuro. E’ prolisso ma mai ripetitivo, il suo lavoro di introspezione dei personaggi è accurato ed empatico, lascia trasparire la sua vicinanza, la comprensione del disagio, la condivisione della tragedia. L’analisi sociologica e psicologica del periodo, della società americana è sullo sfondo. L’irrequietezza degli anni ‘60, la generazione Vietnam, il terrorismo, le rivolte razziali sono parte essenziale della storia, eppure l’attenzione di Roth è innanzitutto per la gente. Il progressivo declino del sogno americano, per Levov il disfacimento del sogno di integrazione della sua famiglia. E invece la storia “si para davanti all’improvviso” e così la bomba esplode nella vita dello Svedese. La bomba che sua figlia, una giovane problematica, rabbiosa e ribelle farà esplodere in un piccolo ufficio postale uccidendo una persona innocente. Merry, la sua amatissima bambina, la cui balbuzie appare un potente simbolo del rifiuto della lingua dei padri nell’ambito del conflitto intergenerazionale.
Un trauma che squarcia il velo su una vita perfetta, svelando l’umanità e aprendo la porta alla fragilità e alla lentissima presa di coscienza da parte di un uomo che ha vissuto la sua intera vita tenacemente e pervicacemente ligio alle aspettative paterne, percorso obbligato per il compimento del sogno americano. Roth descrive inesorabile la sensazione di caduta continua ed inarrestabile, di fronte alla quale la rettitudine morale e il senso di responsabilità individuale, cifra della vita di Levov, non possono proprio nulla.
L’artifizio letterario dello scrittore “io narrante” è suggestivo ed efficace nell’opera di disvelamento compassionevole della soggettività di Levov.