Quando l'imperatore era un dio
by Julie Otsuka
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"Quando l'imperatore era un dio" racconta un'altra pagina poco conosciuta della storia americana: l'internamento dei cittadini di origine giapponese nei campi di lavoro dello Utah, in seguito all'attacco di Pearl Harbour. Un tranquillo padre di famiglia arrestato nel cuore della notte; sua moglie, i suoi bambini costretti a un viaggio verso l'ignoto. Una storia emblematica del destino di chi divenne invisibile per tutta la durata della guerra.

Maristella's Review

MaristellaMaristella wrote a review
01
(*)(*)(*)( )( )
QUANDO L'IMPERATORE ERA UN DIO
“ …quello che volevamo,
adesso che eravamo tornati nel mondo,
era dimenticare.”

Il romanzo di maggior successo della pittrice e scrittrice nippo-americana Julia Otsuka è stato indubbiamente “Venivamo tutte per mare” edito in Italia nel 2012 da Bollati Boringhieri, un grande racconto corale che faceva luce sulla vita di tante donne giapponesi che nella prima metà del 900 partirono verso gli Stati Uniti per sposare i loro connazionali già emigrati in quel paese in cerca di fortuna.
“Quando l’imperatore era un Dio”, romanzo d’esordio dell’autrice, pubblicato in Italia successivamente e sempre da Bollati Boringhieri, ci riporta un fatto storico per molto tempo poco conosciuto: dopo l’attacco a Pearl Harbour e la decisione del Presidente americano Roosevelt di considerare i cittadini americani giapponesi nemici e potenziali spie, essi vennero deportati in massa e rinchiusi in campi di concentramento situati lontano dalle città. Furono costretti a lasciare le loro case linde e ben tenute, a svendere i loro beni, ad abbandonare ogni loro avere fino a scomparire del tutto da una società nella quale, con pazienza e tanto lavoro, erano riusciti ad inserirsi e cominciavano ad essere apprezzati per i loro modi pacati e gentili. Considerato come il “seguito” di “Venivamo tutte per mare”, forse perché quelle donne partite dal Giappone per sposare sconosciuti della stessa etnia furono anche quelle che subirono questo trattamento durante la guerra, in realtà il libro è un libro a sé che racconta la storia di una famiglia giapponese, con figli nati e cresciuti in America, un bambino e una bambina, e della loro deprivazione d’identità perché ritenuti nemici in seno alla comunità statunitense. Suddiviso in quattro capitoli dove ognuno di loro, la madre, la figlia, il figlio e alla fine il padre, racconta i fatti dal proprio punto di vista, con una scrittura lineare, rapida ed efficace, non priva di delicatezza e di intensità, la Otsuka recupera alla memoria la storia di tante famiglie che subirono la stessa sorte dei protagonisti del libro, attingendo anche alle memorie dei suoi parenti travolti dal medesimo destino. Per tutti quelli che tornarono dai campi, spesso situati nel deserto, pur non avendo combattuto in guerra e neanche ricevuto lo stesso trattamento riservato agli ebrei dei campi nazisti, la vita non fu più la stessa. Il trauma subìto li segnò inesorabilmente e fu difficile integrarsi nuovamente per il clima di sospetto e di paura creatosi tra gli stessi americani che nell’aiutarli o nel dimostrare gentilezza nei confronti di chi era tornato a casa, potevano essere accusati di connivenza con il nemico.
MaristellaMaristella wrote a review
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QUANDO L'IMPERATORE ERA UN DIO
“ …quello che volevamo,
adesso che eravamo tornati nel mondo,
era dimenticare.”

Il romanzo di maggior successo della pittrice e scrittrice nippo-americana Julia Otsuka è stato indubbiamente “Venivamo tutte per mare” edito in Italia nel 2012 da Bollati Boringhieri, un grande racconto corale che faceva luce sulla vita di tante donne giapponesi che nella prima metà del 900 partirono verso gli Stati Uniti per sposare i loro connazionali già emigrati in quel paese in cerca di fortuna.
“Quando l’imperatore era un Dio”, romanzo d’esordio dell’autrice, pubblicato in Italia successivamente e sempre da Bollati Boringhieri, ci riporta un fatto storico per molto tempo poco conosciuto: dopo l’attacco a Pearl Harbour e la decisione del Presidente americano Roosevelt di considerare i cittadini americani giapponesi nemici e potenziali spie, essi vennero deportati in massa e rinchiusi in campi di concentramento situati lontano dalle città. Furono costretti a lasciare le loro case linde e ben tenute, a svendere i loro beni, ad abbandonare ogni loro avere fino a scomparire del tutto da una società nella quale, con pazienza e tanto lavoro, erano riusciti ad inserirsi e cominciavano ad essere apprezzati per i loro modi pacati e gentili. Considerato come il “seguito” di “Venivamo tutte per mare”, forse perché quelle donne partite dal Giappone per sposare sconosciuti della stessa etnia furono anche quelle che subirono questo trattamento durante la guerra, in realtà il libro è un libro a sé che racconta la storia di una famiglia giapponese, con figli nati e cresciuti in America, un bambino e una bambina, e della loro deprivazione d’identità perché ritenuti nemici in seno alla comunità statunitense. Suddiviso in quattro capitoli dove ognuno di loro, la madre, la figlia, il figlio e alla fine il padre, racconta i fatti dal proprio punto di vista, con una scrittura lineare, rapida ed efficace, non priva di delicatezza e di intensità, la Otsuka recupera alla memoria la storia di tante famiglie che subirono la stessa sorte dei protagonisti del libro, attingendo anche alle memorie dei suoi parenti travolti dal medesimo destino. Per tutti quelli che tornarono dai campi, spesso situati nel deserto, pur non avendo combattuto in guerra e neanche ricevuto lo stesso trattamento riservato agli ebrei dei campi nazisti, la vita non fu più la stessa. Il trauma subìto li segnò inesorabilmente e fu difficile integrarsi nuovamente per il clima di sospetto e di paura creatosi tra gli stessi americani che nell’aiutarli o nel dimostrare gentilezza nei confronti di chi era tornato a casa, potevano essere accusati di connivenza con il nemico.