Quando non morivo
by Mariangela Gualtieri
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Prima persona plurale del verbo essere: «siamo» è la voce verbale che attraversa tutta la nuova raccolta di Mariangela Gualtieri. Una voce, per l’appunto, prima ancora che una forma. Una voce che parla da non si sa dove e pronuncia l’essere e l’esserci come evidenza e nello stesso tempo come mistero. Né punto di partenza né punto di arrivo, ma consapevole e accidentato percorso. Gli approcci piú che definitori sono tentativi di collocazione: «siamo | nel calmo della nuvola turchina», «Siamo qui. Siamo | dentro un mattino assolato». Ma soprattutto sono indicazioni di stati d’animo: «Siamo confusi», «siamo stupidi un poco». Di sicuro non siamo soli. Un’altra presenza costante del libro (e non solo nella seconda sezione, ad essi dedicata) è quella degli animali. Fratelli, ma anche qualcosa di piú: sorta di angelici anelli di congiunzione con quanto si cela dietro la parola «siamo» e il verbo essere. E anche i cuccioli umani, ai quali è dedicata un’altra sezione, sono creature speciali, piú immediatamente partecipi di quei cicli naturali intorno ai quali ruota, come una preghiera, la scrittura della poetessa romagnola. Ma senza essere troppo francescana, senza dimenticare che il male esiste e che quella umana è una «specie con orchi». D’altra parte, anche nelle poesie piú introspettive le pulsioni sono del tutto contrastanti, in un’alternanza di estasi e smarrimento. Il filo rosso del libro resta comunque quello del sentimento panico (ancora una volta «siamo», tutto, insieme) che attraversa le varie sezioni e tocca forse il suo vertice nel Requiem finale.

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Dunque si può. Dire mi dispiace
dire perdonate e ottenere perdono,
subito. Essere del tutto ripuliti.
Nuovi. Si può. Allora perdonate.
Se sempre ho favorito me
la mia persona. Se ho pensato
d’essere migliore d’ogni altro animale.
D’ogni altro organismo vegetale
Se ho messo me. Se ho messo me
per prima. Il capriccio di me, l’estetica di me.
Il sollievo di me.
Perdonate se non ho guardato
con la dovuta attenzione tutte le meraviglie
quotidiane. I passaggi di luce. Le stagioni.
Certe facce. O musi. Se non ho adorato
la varietà mutevole del mondo,
se non l’ho servita, protetta da me stessa,
non abbastanza cantata, fatta
entrare,
appoggiata sul fondo mio a farmi
piú intonata e vigile. Perdonate
se ho riso troppo poco. Se poco ho ringraziato
per le camminate nel bosco, per quell’ebbrezza
di gambe nell’andare, accordo delle mani
in ogni semplice fare. Se non ho ringraziato
per il dolce dormire e tenersi abbracciati
sulla sponda del buio spaventoso.
Se mai ho ringraziato perché c’erano gli altri
e anzi ne ho patito la presenza e spesso
ho preferito la voce scritta dei morti.
Perdonate ogni omissione mia, la cecità
che festeggia al mattino la mia entrata in cucina
se è per mia consolazione inviato
affinché sia alleggerita, come del resto il sole,
le arance sul tavolino, il cioccolato, il vino.
Se tutto questo è disposto e animato
perché io sia migliore, piú lieta –
perdonate le mattine scure
nelle sue tortuose galere, la prigionia
interiore in cui mi relego, muta e scontrosa
dimentica dei doni.
Se non sono del tutto e sempre
innamorata del mondo, della vita,
sedotta e vinta dalla rivelazione
d’esserci d’ogni cosa, e d’altro
non troppo ben nascosto – dietro l’evidenza.
Questo piú d’ogni altra cosa perdonate.
La mia disattenzione.
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Dunque si può. Dire mi dispiace
dire perdonate e ottenere perdono,
subito. Essere del tutto ripuliti.
Nuovi. Si può. Allora perdonate.
Se sempre ho favorito me
la mia persona. Se ho pensato
d’essere migliore d’ogni altro animale.
D’ogni altro organismo vegetale
Se ho messo me. Se ho messo me
per prima.
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