Ready Player One
by Ernest Cline
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2044

Crisi ambientale e disuguaglianze sociali hanno reso il pianeta un brutto posto in cui vivere. Per il giovane Wade l’unica possibile evasione è l’universo virtuale di OASIS. Un gioco. Una caccia al tesoro. Una fortunata lotteria… o molto di più?

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ziabiceziabice wrote a review
01
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Solo per chi conosce bene gli anni '80
Per certi lettori questo libro risulterà il sogno proibito. A me erano noti e familiari tutti, e dico tutti, i riferimenti ai videogiochi, libri, film, canzoni degli anni '80 di cui è infarcito, scatenando un effetto nostalgia irresistibile.

E questo è anche il più grosso limite del romanzo: perché è sia fantascienza distopica che fan service elevato all'ennesima potenza. I riferimenti agli anni '80 sono il suo fondamento, senza quello un lettore non addentro a certe tematiche si troverà davanti solo ad una caccia al tesoro, una commistione tra i Goonies e Willy Wonka, ambientata in un mondo virtuale che segue le regole dei videogiochi e di cui faticherà a decifrare i riferimenti.

La narrazione tiene bene per quasi tutto il libro, ma letterariamente è di grana grossa: ecco allora personaggi monodimensionali, intrecci risibili, non poche supercazzole, forzature, cattivoni da film di serie Z, romance da barzelletta. L'azione è al centro di tutto e viaggia alla grande, divertendo il lettore-adepto dalla prima all'ultima pagina.

L'autore ambienta il tutto in un mondo reale quasi allo sfascio, in cui il mondo virtuale è l'unica via di fuga concessa a tutti. Il modo in cui viene descritta la situazione del 2044 è nichilista e senza speranza, quasi spietata. Uscito nel 2011, l'autore ha saputo anticipare correttamente mondi virtuali a metà strada tra un Fortnite e No Man's Sky, che sono diversi dagli MMO che andavano per la maggiore all'epoca.

Consigliato? Ai veri nerd degli anni '80 sicuramente, per divertirsi senza pensieri. Assolutamente no a tutti gli altri lettori, che non coglieranno i troppi riferimenti ad una certa sottocultura. Non è un romanzo cyberpunk, ma un romanzo d'avventura che sa narrare bene l'alienazione dietro i mondi virtuali.

Nota di merito alla traduzione: molto scorrevole, con note precise e che non si prende libertà nell'adattamento.
Andrea F.Andrea F. wrote a review
02
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12
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Nel 2045 la Terra è sull’orlo del collasso: inquinamento, crisi energetiche, malattie, carestie, guerre, iniquità sociali crescenti e chi più ne ha più ne metta hanno reso il mondo reale talmente insopportabile che la gente gli preferisce OASIS, un gigantesco MMO (massively multiplayer online) creato dal genio informatico e super-geek James Halliday.
Basta un visore e un paio di guanti atpici e milioni di utenti possono vivere avventure meravigliose e diventare tutto ciò che vogliono: versioni più attraenti o del sesso opposto di loro stessi, cambiare etnia o addirittura specie trasformandosi in elfi, troll o alieni a tre seni.
Ma OASIS potrebbe avere le ore contate: da anni la compagnia sviluppatrice combatte contro la Innovative Online Industries (IOI), società specializzata nelle comunicazioni globali e internet provider, che più volte ha cercato di porre rimedio alla colpevole mancanza di spirito imprenditoriale di Halliday per rendere Oasis una vera macchina cagasoldi pay-to-play, con buona pace dell’unico lusso a cui hanno accesso i meno abbienti.
Finora si è sempre riusciti a tenere Oasis relativamente al sicuro dai pericoli del libero mercato, ma l’improvvisa morte di Halliday potrebbe cambiare le carte in tavola: per fortuna il previdente creatore di Oasis ha lasciato un testamento virtuale secondo cui il controllo totale su Oasis e la sua immensa fortuna verranno concessi solo a chi, chiunque esso sia, riuscirà ad accedere all’Easter Egg nascosto all’interno del gioco facendosi strada tra enigmi criptici legati, sorpresa sorpresa, esclusivamente alla cultura geek mainstream degli anni ’80.

Non stupisce che la possibilità di diventare ricchi e potenti da far schifo rincoglionendosi di serie tv, film e giochi di ruolo anni ’80 possa ingolosire, ed ecco quindi stuoli di gunters (egg hunters) pronti a divorare bramosamente biografie e diari dell’autore oltre a qualsiasi roba cagata fuori da quel decennio, per provare a risolvere il mistero dei misteri e diventare i padroni di Oasis.
Tra tutti questi gunters noi seguiremo le gesta di Wade, alias Parzival, il leggendario cavaliere arturiano che nel mito ha trovato il Graal: vedremo la sua ossessione per il ritrovamento dell’Easter Egg di Halliday, il suo amore non corrisposto per la blogger e collega gunter Art3mis, la sua amicizia di lunga data col collega nerd Aech. Insieme dovranno vedersela in una gara senza esclusione di colpi contro il perfido Nolan Sorrento, la IOI al completo e tutti gli altri gunter, ma alla fine, sorpresa sorpresa #2 che ci fa intuire l’originalità della storia, il bene trionferà grazie all’amicizia e al coraggio.
Ma va?

RECENSIONE
Ready Player One è del 2010.
La prima serie di The Big Bang Theory è del 2007.
Lo dico perché questo libro potrebbe essere nato tranquillamente da una fanfiction AU ad ambientazione sci-fi di questo telefilm visto che hanno lo stesso identico scopo di fondo, ovvero essere una gigantesca sega a due mani fatta a noi nerd nostalgici degli anni ’80.
Ma perlomeno The Big Bang Theory ci ricama una storia intorno alle sterili citazioni nerd.


La recensione completa su:
Il Covo della divorastorie
SUN50SUN50 wrote a review
330
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A post-apocalyptic, dystopia of a world with Matrix parallels and pro-nerd vibes (con TRADUZIONE) – cat. 29 Reading Challenge - un libro che parli di o coinvolga il mondo dei social media
Ready Player One reads a lot like the first Harry Potter. There is no real threat or conflict--the hero experiences no real loss--emotionally, physically, or mentally. It's just one massive onslaught of wish fulfillment. There's just very little reason to cheer the protagonist on, because you know he'll easily accomplish every goal. Every conflict situation is easily resolved with the main character remembering some obscure skill set, finding a rare tool, or having someone intervene. Everything is win. And I started to feel bored.
The emotional content is also strangely lacking. This is a pretty dreary future. And there's so much room for emotional exploration. But none is done. As an example, upon finding out that poor, innocent people, including children--in the real world--have died as a result of his choice, the main character doesn't even pause to contemplate it, feel conflicted, or reflect on it later. I found it tone deaf and strange. A better author would have played that reaction as a side-effect of living in virtual reality full time, or commentary on escapism, or what happens when humans are overly stressed, or a good character flaw. But it isn't. That goes for most situations. It's a simplistic read. It's a bummer, because the idea of VR to escape poverty is one that's still so full of possibilities.
This book is a celebration of all things nerdy, reveling in 80's pop culture. It celebrates nostalgia, but at the expense of advancing the literary genre in any meaningful way.

TRADUZIONE

Ready Player One si legge molto come il primo Harry Potter. Non c'è alcuna minaccia reale o conflitto - l'eroe non sperimenta alcuna perdita reale - a livello emotivo, fisico o mentale. È solo un massiccio assalto all'adempimento dei desideri. Non c'è motivo di tifare per il protagonista, perché si sa che raggiungerà facilmente ogni obiettivo. Ogni situazione di conflitto è facilmente risolvibile con il personaggio principale che ricorda qualche oscura competenza, trova uno strumento raro o fa intervenire qualcuno. Tutto è vincere. E ho iniziato ad annoiarmi. Anche il contenuto emotivo è stranamente carente. Questo è un futuro piuttosto tetro. E c'è invece così tanto spazio per l'esplorazione emotiva. Ma non si fa nulla. Per esempio, quando scopre che persone povere e innocenti, compresi i bambini - nel mondo reale - sono morti per sua scelta, il protagonista non si ferma nemmeno a contemplarlo, a sentirsi in conflitto o a riflettere su di esso in seguito. L'ho trovato sordo e strano. Un autore migliore avrebbe sfruttato quella reazione come effetto collaterale del vivere a tempo pieno nella realtà virtuale, o come commento all'evasione, o a ciò che accade quando gli esseri umani sono eccessivamente stressati, o a un difetto di buon personaggio. Ma non lo è. Questo vale per la maggior parte delle situazioni. È una lettura semplicistica. È un peccato, perché l'idea della Realtà Virtuale per sfuggire alla povertà è ancora così piena di possibilità. Questo libro è una celebrazione di tutto ciò che è nerd, che si diletta con la cultura pop degli anni ‘80. Celebra la nostalgia, ma a scapito dell'avanzamento del genere letterario in modo significativo.
Carlo MenzingerCarlo Menzinger wrote a review
10
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UNA RUTILANTE CACCIA AL TESORO VIRTUALE
Nel 2018 Steven Spielberg ha realizzato un bel film di fantascienza distopica intitolato “Ready Player One”. Di solito dopo aver visto un film, anche se mi è piaciuto, mi sento poco invogliato a leggere il romanzo da cui è tratto, perché temo che la lettura mi aggiunga poco a quanto dato dalla visione. Ciononostante, a volte, soprattutto quando (come in questo caso) ho apprezzato il film, mi lascio attirare dal libro.

Ho così letto ora “Player One” (2011) di Ernest Cline (Ashland, 29 marzo 1972), un lungo ma appassionante romanzo che ci trasporta in un non troppo lontano futuro distopico in cui la devastazione antropica del clima e la sovrappopolazione hanno creato un mondo di miseria. Solo sollievo per la popolazione è l’immersione nel mondo virtuale di Oasis, una sorta di mix tra Facebook e Second Life, cui tutti partecipano. Oasis è stato creato da un genio dei videogiochi e dell’informatica, James Halliday, un patito degli anni ’80. Il suo mondo virtuale, dunque, è una citazione continua di videogiochi, film e alcuni romanzi di quel decennio del secolo scorso, che Cline dimostra di conoscere davvero bene, così come (per quanto io sia in grado di giudicare da profano) l’informatica che regola i funzionamenti di un social network. Non per nulla Cline è proprio un informatico appassionato di internet e cultura pop.
“Player One” ha la classica struttura narrativa che definisco “caccia al tesoro”: il protagonista affronta una serie di prove, risolve una serie di enigmi, affronta numerosi e potenti nemici per arrivare al suo tesoro. Nello specifico si tratta di un Easter Egg (uovo di Pasqua) virtuale che contiene in premio l’eredità di James Halliday, ovvero una ricchezza sconfinata e la proprietà della più potente società del mondo, quella che controlla Oasis.
Il protagonista Wade Watts, che usa l’avatar Parzival, affronta le sue avventure da solo, ma si scontra presto con alcuni Gunter (sono detti così i cercatori dell’Easter Egg), con cui stringe amicizia e con la potente organizzazione IOI, il grande “cattivo” di questa storia.
Alcuni meccanismi narrativi sono, dunque, quelli della saga di Harry Potter: il ragazzino sfigato (che qui vive in una periferia degradata ed è orfano) che riesce a risolvere situazioni complesse fino a raggiungere la celebrità, lottando con nemici che sembrano molto più potenti di lui, ma anche con avversari alla sua portata, che stringe amicizia con una squadra di sfigati che diventano assieme a lui dei vincenti. Se il personaggio della Rowling si avvale di poteri magici, Parzival usa quelli virtuali del mondo in cui si muove. Anche qui Parzival rappresenta il Bene e, con gli altri Gunter, è un paladino dell’Oasis originaria, come immaginata e creata dal suo fondatore, e combatte contro la IOI, che vuole “snaturare” Oasis.
Se ci pensate anche la saga di Harry Potter è una caccia al tesoro, anche se più articolata ancora, con gli Horcrux al posto dell’Easter Egg di Halliday e una serie di prove da superare prima, un po’ come Parzival nel conquistare le sue tre chiavi.
Come la Rowling, anche Cline ci offre una trama complessa e appassionante, personaggi che si fanno amare o odiare, un mondo immaginario/virtuale che viaggia in parallelo a quello reale e in cui i protagonisti si rifugiano per sfuggirne, suspence e avventure a raffica. Anche qui non manca la spettacolarità che ha fatto sì che se ne potesse trarre un film ricco di effetti speciali.
Sebbene l’ambientazione “reale” sia in un mondo distopico, prevalgono le ambientazioni virtuali nel rutilante mondo dei videogiochi anni’80. Il romanzo si colloca allora più che dalle parti delle distopie, da quelle di quei film che hanno al loro centro il gioco come i classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e il citato da Cline “Wargames” (1983) di John Badham, “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo -2008- di Suzanne Collins). E parlando di nuovo di Harry Potter, non c’è anche lì il Qidditch? Tra gli ultimissimi romanzi di gioco, citerei anche “L’unico sesso” della toscana Linda Lercari, che ho letto in parallelo a “Player One”, notandone le somiglianze.
Ora, spero che non mi si fraintenda. Anche quando commentai “Il gioco di Ender” notai che aveva molte caratteristiche in comune con la saga della Rowling e fui attaccato dai fan di Orson Scott Card come se avessi detto un’eresia. Non sto accusando nessuno di questi autori di plagio. Ciascuno si muove per vie autonome e con assoluta originalità. Leggendo i sette volumi della saga del mago di Hogwarth avevo cercato di capire che cosa rendesse affascinante la storia al punto di ottenere il grande successo che ha ottenuto. Ebbene, ho ritrovato buona parte di quegli stessi elementi sia ne “Il gioco di Ender”, sia in “Player One”. I fan di Scott Card mi accusarono di non vedere che erano opere del tutto diverse: non cercavo di dire che sono simili, dico che usano gli stessi meccanismi per raggiungere l’attenzione e il cuore del lettore. Così come possono farlo, con altre leve, delle storie d’amore o di altro genere.
Forse questi elementi non funzionano allo stesso modo con tutti i lettori e non bastano questi a farci amare una storia. Posso amare Harry Potter perché amo la magia o l’Inghilterra e odiare “Player One” perché non sopporto i videogiochi e la realtà virtuale o viceversa. In questo e molto altro sono libri diversi.
Comunque, per quanto mi riguarda, sono componenti che mi fanno restare attaccato al libro con attenzione e partecipazione fino alla fine. Visto il successo mondiale di queste opere, non mi considero un caso unico e strano.