Retrotopia
by Zygmunt Bauman
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Il grande Zygmunt Bauman si confronta con un tema poco affrontato: la tendenza tutta contemporanea dell’essere umano a guardare il passato in modo romantico e, appunto utopico, definita Retrotopia e da qui deriva il libro omonimo con cui il filosofo e sociologo polacco recentemente scomparso descrive accuratamente una condizione dello spirito e della mente altrimenti indefinibile. Abbiamo perso da molto tempo, secondo Bauman, la fiducia che l’essere umano possa raggiungere la felicità in un prossimo futuro. Ma mentre perdevamo il concetto di utopia e di sogno, contemporaneamente questa necessità di pensare e realizzare nella propria mente qualcosa di bello è stata trasferita nel passato, che è visto come edulcorato e mai del tutto morto. La cosiddetta retrotopia se è innocua nel privato, può essere invece dannosa in tutto ciò che riguarda la gestione del bene pubblico e della politica perché non ci permette di andare avanti, volendo far risorgere un passato che rimane tale e che è genuino e putativo, ma non consente di evolvere, di migliorare. L’unica possibilità che abbiamo è quella di volgere questa retrotopia a nostro vantaggio, facendo emergere le grande idee del passato che magari non sono state realizzate o non vi è stata possibilità di farle riemergere a causa di impossibilità tecniche o tecnologiche che ora invece sono una realtà. Retrotopia di Zygmunt Bauman è un altro illuminante libro di uno dei più grandi pensatori del Novecento.

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CantanteCantante wrote a review
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maomao wrote a review
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Retrotopia
Interessante saggio socio-politico di Zygmunt Bauman. Che significa "retrotopia"? Significa che oggi tocca al futuro, incerto e ingestibile, "finire alla gogna", mentre il passato viene in qualche maniera riabilitato, diventa lo spazio dove si liberano le proprie speranze e queste non sono ancora screditate. "Il ventesimo secolo" - cita Svetlana Boym, decente di letterature slave e comparate ad Harvard - "è iniziato con un'utopia futurista, si è chiuso con la nostalgia". Bauman sviscera il tema, quello della "retrotopia", i suoi contenuti, le sue cause, le conseguenze nell'immediato e nel prossimo futuro, attraverso diversi passaggi: in primo luogo dà una specie di vera e propria definizione de "l'età della nostalgia"; dunque sviscera temi filosofici, richiamando in causa Hobbes e il suo "leviatano", il ritorno a una "individualità" che viene vista come necessaria per la sopravvivenza e imporsi in un ambiente ostile, la causa principale che viene identificata nella ratio dell'emancipazione del potere dal territorio, grave limite degli stati moderni, che si tengono apparentemente a debita distanza dagli oneri e le responsabilità di controllo e gestione del territorio, questioni fondamentali come la sicurezza, la rabbia, l'isolamento. Lungo spazio viene dedicato quindi a quello che è "il ritorno alle tribù" e il paradosso per cui la rinuncia alle libertà individuali per molti appare come un prezzo accettabile da pagare a fronte di quella che si potrebbe definire come sensazione di sicurezza, conseguenza di una disillusione che ha una forma "comparativa" con la situazione altrui oppure con quelle che sono state promesse non mantenute. Ritorno alla diseguaglianza. Fino al ritorno al grembo materno, dopo le valutazioni e speculazioni sono più di carattere filosofico. Molta parte viene dedicata, nella sezione sulle diseguaglianze, a quello che definisce come "UBI", che poi altro non sarebbe che il reddito di base universale, a fronte della "scomparsa del lavoro". Forse è la parte più corposa del testo, ma le sue argomentazioni a mio parere lasciano il tempo che trovano e sembrano cozzare con ragioni che egli stesso evidenzia nella prima parte del testo, prima di lasciarsi andare per lo più a speculazioni e riflessioni che, come detto, sono più di carattere filosofico e forse pure in qualche maniera lontane da un contatto con il quotidiano e la vita reale delle persone. Senza nulla togliere all'importanza di garantire un reddito di base a chi non ha un lavoro e vige in uno stato di difficoltà, le riflessioni di Bauman appaiono fondare su ragioni di tipo idealistico, persino su una certa visione utopica e che poi egli stesso riconosce; probabilmente la direzione da prendere resta un'altra, cioè ritrovare un significato a quello che è il "lavoro" in una dimensione che è sicuramente costantemente mutevole e in evoluzione e che eppure come tema, appare quello centrale e capace di restituire veramente alle persone quella "sicurezza" e quella fiducia in sé e negli altri che solo il confronto, il riallacciare di legami anche dovuti a uno stato di necessità, ma questo non significa necessità come stato emergenziale ma come condizione dell'uomo, può evidentemente dare. Comunque interessante, un discreto libretto, la parte sulle tribù è molto eloquente, così come il richiamo al precetto TINA di Margaret Thatcher: "there is no alternative". Bisogna lavorare da questo. Evidentemente non si è fatto nessun lavoro serio in questo senso negli ultimi quarant'anni.
Gabe57Gabe57 wrote a review
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