Ha scritto una recensione a Stoner 5 anni fa

Mi scuso per il paragone ardito ma se esiste una banalità del male c’è di certo anche una banalità dello scrivere, e probabilmente del leggere. E “Stoner” ne dimostra alcune, di queste banalità.
La prima impressione, appena iniziato, è stata di fastidio, come se la lettura meritasse qualcosa in più. Come se tanto successo editoriale (almeno in Italia; in America è stato un fenomeno di nicchia) fosse la causa della sua fama e non viceversa. Il passaparola è forse nato perché il lettore medio italiano, disabituato a leggere “bene” e spesso sopraffatto da mediocri prodotti del marketing editoriale nostrano, ha trovato in “Stoner” lo specchio perfetto di sé?
In alcuni momenti ho pensato si trattasse di un mediocre feuilleton, di quelli editi a puntate dai giornali nell’Ottocento a far da siparietto tra una notizia e l’altra. Poi però ho pensato a Balzac o a Dumas e mi è venuto da piangere. Perché, continuando a leggerlo e trovando perle del tipo “Booneville era cambiata poco (…) Era spuntato qualche edificio nuovo e qualcun altro era stato abbattuto” oppure “Sbrigò tutte le pratiche che andavano sbrigate per le esequie e firmò le carte che andavano firmate” mi sono detto che in effetti non solo l’Ottocento letterario non era ancora passato, ma che John Williams forse non se n’era nemmeno accorto.
Perché “Stoner”, dopotutto, è stato scritto nel ’65 ma del Novecento, però. E allora perché una scelta di stile così anacronistica? Una lingua così banale e povera? Forse un autore talmente d’avanguardia da risultare retrogrado fino alla noia?
Quando poi, intorno a pagina 152, ero ormai rassegnato a veder spuntare da un momento all’altro tra le righe un “lo guardò con occhi dardeggianti”, ho preso in considerazione l’ipotesi di una provocazione snob o radical-chic degli amici di Fazi Editore. E anche per questa, per la provocazione intendo, ci vuole un po’ di sostanza, non basta l’intenzione perché sennò, al lettore soprattutto, diamo l’impressione che possa essere contento e soddisfatto di aver letto un romanzetto d’appendice (senza nulla togliere) come se avesse svolto il più alto dei compiti possibili. Ecco, lettore medio italiano, sappilo: leggiti qualcos’altro, se puoi.
E, agli amici di Fazi Editore, direi di esser più cauti, più intelligenti e meno clamorosi (non ne avreste bisogno) ed assicurarsi, volendo fare un carpiato dalla piattaforma da 10 metri, che sotto di loro ci sia una bella piscina piena d’acqua e non, per (contro)snobismo culturale, una vasca vuota.
Perché infine, sarebbe anche l’ora di mettere un po’ a posto le cose e rimettercele, come si dice in Toscana, “a modino”. Ovvero: è Fantozzi ad essere una cagata pazzesca e non “La corazzata Potemkin”.


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