Ha scritto una recensione a Uomini e libri 4 anni fa

Dimostra maggiore amore per il teatro chi ogni tanto s’intrufola dietro le quinte per vedere gli attori darsi l’ultimo cerone e il regista fornire le estreme indicazioni. Pure, comprenderà meglio la precisa poesia meccanica di un orologio chi lo smonta per assistere al certosino lavorio degli ingranaggi, e, ancora, affinerà il suo gusto chi, prima di sedersi a tavola, avrà investigato l’origine di odori e sapori. Allo stesso modo, aumenta la bibliofilia se uno che ha piena cittadinanza nel mondo dei libri decide di svelarne i retroscena, di mostrare non tanto cosa presiede alla scrittura di un testo – mistero insondabile come quelli della teologia – ma di raccontare come un libro arriva negli scaffali di una libreria e poi nei nostri. Soddisfa questa curiosità un libro informato e sapido di Mario Andreose, direttore letterario della divisione libri della Rcs, il quale, di casa perché veterano nel mondo dell’editoria, può fare da cicerone con competenza e disinvoltura. Come in un’autentica visita museale la guida non si dà ad una sistematica esposizione su fatti e persone, ma preferisce la via delle pennellate rapide e delle impressioni fulminee, scendendo nella difficilissima arena del ritratto conciso e confidando in anni di esperienza sul campo, che conferiscono corposità e volume ai soggetti di cui volta per volta si racconta. Il testo, Uomini e libri, uscito quest’anno per i tipi di Bompiani, non affronta le questioni più tecniche della tipografia e della stampa. Si riserva piuttosto di ritrarre i maggiori editori e autori dal dopoguerra ai giorni nostri; il loro rapporto fatto di lunghe fedeltà, impreveduti tradimenti, amicizie, schermaglie, stime, dissapori, sopportazioni, venerazioni; le storie più stimolanti dell’editoria italiana tra nascite fortunose, impennate fortunate, fusioni necessarie, scomparse lacrimate; l’atmosfera vivace quando non gaudente delle maggiori fiere librarie europee e americane; i trucchi del mestiere di alcuni navigati professionisti, dall’editor al traduttore, dal recensore al consulente editoriale. Nessun nome celebre – e giustamente celebrato – della cultura degli ultimi settant’anni manca: autori e editori, però, non sono puri nomi, ma appaiono in carne ed ossa, con le loro qualità e le loro fisime. Come quella volta che in casa Mondadori Alberto uscì dal gruppo familiare per fondare nel 1958 Il Saggiatore o come quando gli stessi Mondadori ospitarono Thomas Mann nel giardino di casa. Sono ricordati i NO fragorosi di Valentino Bompiani, editore gentiluomo, il coraggio pioneristico di Foà, l’impareggiabile team di Einaudi, gli esordi letterari e cinematografici di Moravia, fino ai trucchi di Eco alle prese con Il nome della rosa. A questo punto, a ulteriore conferma dell’autorevolezza di Andreose, non sarà inutile ricordare che è dal 1982 il curatore editoriale delle opere del noto semiologo e romanziere. La costellazione di nomi impegnativi presenti nelle pagine potrebbe far pensare ad un libro erudito, nel senso deteriore del termine. In realtà il piglio affabulatorio è ovunque garbato e leggero, improntato a quella documentata frivolezza che fa pensare ad un Arbasino. Molti esempi si potrebbero fare a proposito di quest’attenzione di Andreose per il dettaglio quotidiano, all’apparenza insignificante e talora pettegolo, ma in realtà tassello fondamentale per ogni mosaico che intenda essere pienamente umano (e umano significa commisto di grandezze e miserie). Scelgo, perché credo siano prove efficaci, quanto si dice a proposito di Moravia e di Bufalino.
«[Alberto Moravia] ha anche una moglie da mantenere, Elsa Morante, che cerca di raccomandare a Bompiani argomentando: “È più brava della Ortese”, ma Valentino, forse mal consigliato, se la lascia sfuggire. Tutta la vita Moravia andrà ripetendo: “Come scrittrice Elsa è migliore di me”» (p. 46)
Uno spaccato intimo, domestico, non esente da qualche malizia, che vale molto più di tante pagine critiche. E che dire del giudizio al contempo anatomico ed esistenziale che si fa del grande scrittore siciliano, cui il successo – troppo tardivo – fa riscoprire le gioie d’una piccola, innocente vanità?
«Quest’uomo colto, raffinato che, come Zavattini, viveva solo con la madre, dallo sguardo un po’ meno obliquo di Sartre, che d’inverno portava la coppola a coprire l’ineguale calvizie, talché, ci confida, “le giovinette in fiore, quando mi guardano, è come se guardassero un mobile da scansare…”» (p.75)
Il tono, s’è visto, è quello brioso della cronaca mondana. Appare definitivamente sfatato il pregiudizio per il quale il mondo dei libri sia ingessato, statico e diciamo pure triste. Fa bene leggere libri di questo tipo. Ricordano che i libri, sia quello cartaceo, oggetto di feticistiche fissazioni, sia l’e-book, vittima prediletta dei vari laudatores temporis acti, sono imprescindibili strumenti di incontri e di scontri, di crescita, di affinamento, di impagabile divertimento. Sono, ed è risaputo, amici fidati e galeotti di nuove amicizie tra le persone. Detto per inciso, non mi sembra un caso che il titolo parafrasi il celebre Uomini e topi di Steinbeck, che è semplicemente tra le storie più belle mai raccontate sul tema dell’amicizia. Questo è il miracolo dei libri, a patto che vengano usati bene. Nell’unico modo possibile: leggendoli, vivendoli.

Davide Di Falco


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