Ha scritto una recensione a La Repubblica del Selfie 4 anni fa

Ripercorrere i tratti essenziali (e non)della politica italiana dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, ossia al governo di Renzi, - da cui il titolo dell’ultimo saggio di Marco Damilano, La repubblica del Selfie – non è facile. “Noi non c’eravamo” dice il Premier. Ma l’Italia ha la sua storia, e l’autore ci illumina bene nel coglierne i tratti esaurienti. Dalla nascita della Repubblica, dalle grandi organizzazioni collettive di partiti nati nel dopoguerra, nei quali l’Italia intera si identificava, la cosiddetta “età dei Padri”, quella in cui la Democrazia aveva un ben preciso intento pedagogico verso le masse. Dagli anni del cosiddetto Boom economico, all’Italia governata dalla Seconda Generazione, da quello che con le parole dell’autore, viene definito il “Vuoto”, dal 1975, anno in cui nacque l’attuale Premier. Si passa poi attraverso gli anni Ottanta, i Novanta, sino a Tangentopoli, Berlusconi, Grillo, senza tralasciare nulla e nessuno. L’avvento di Renzi al potere è descritto come fulmineo, come “una guerra-lampo dalle cadenze napoleoniche”. La storia della politica italiana viene condotta sulla scia di una politica basata sull’individuo, sui propri selfie, sugli scatti di scena rubati da uno dei suoi fotoreporter ufficiali. Perché questa Repubblica è definita “dei selfie”? Questo titolo così accattivante, e al contempo così mostruoso. Erede del berlusconianismo, come alternativa nella sinistra, fruitore del linguaggio della ricostruzione, di un ritorno agli anni Cinquanta, ha due fotografi ufficiali, per lasciarsi riprendere nei momenti di pausa dal lavoro, o rendere omaggio alla Repubblica dell’auto-trasformazione.
Arturo Parisi aveva dichiarato nel 2011 “Tu, Matteo, sei antipatico solo perché hai avuto il coraggio di dire la parola Io”, ma non poteva prevedere che lui aveva avuto il coraggio di mettersi in gioco, ecco perché. Buono o cattivo che sia.
Ma veniamo all’autore, Marco Damilano, Laureato in Storia contemporanea con un dottorato in materia e giornalista de L’Espresso; ad una prima lettura infatti non ho fatto a meno di notare che usa un linguaggio molto dettagliato, schietto, con un registro giornalistico e che presume conoscenze (dirette o indirette) della materia. Mi è stato molto utile nel “ripassare” quanto già avevo appreso sui nozionistici manuali e rievocare – non è un manuale di storia, s’intenda – il corso degli eventi attraverso i dettagli più svariati (come quello del capitolo 4, I giorni felici, citando Calvino quando “Un anno prima della morte di Stalin si lasciava andare a immagini liriche, entusiaste. […] «Giriamo a piedi per Via Gorki piena di gente. È una sera di inverno qualsiasi e sembra Natale: i grandi magazzini dai lampioni luccicanti, i “Gastronom” dalle fastose decorazioni di pesci e bovi, […] Sento che qui c’è una società diversa, sento la presenza di un elemento nuovo: l’eguaglianza»”) , le brevi similitudini (“Alla fine di quell’estate, il 21 agosto, muore a Yalta Palmiro Togliatti […]. Il suo funerale a San Giovanni è solenne, maestoso, struggente, con le bandiere rosse al vento come nel dipinto di Renato Guttuso” p. 83) ed in genere i più culminanti momenti della storia della seconda metà dell’ ‘900 che è inutile ripetere qui.
Stimolante è stato notare come alcune coincidenze ed alcuni dettagli che riguardano il governo attuale, vengano ripercorsi nell’ottica di quanto è accaduto precedentemente: in particolare il paragrafo 1975, l’anno in cui tutto cambiò: l’anno in cui nacque Renzi, l’anno della stagflazione, ma anche l’anno di eventi importanti dal punto di vista culturale. Con un abile gioco di frasi spezzate, di sapiente intrattenimento che rievoca eventi che hanno colpito l’immaginario collettivo italiano, l’autore non si limita solo ai dettagli politici, anzi, finanche sociali ed economici – e persino cinematografici, come il giudizio sul film di Petri, che ho annotato diligentemente nella lista dei film da vedere – , non in chiave trattatistica, bensì che lascino condurre il lettore a riflettere e ripercorrere il viaggio storico della politica italiana sino al risveglio dei figli.
Credo infine che Gli anni dello svuotamento si sia rilevato l’articolo più arricchente per le mie conoscenze: in modo specifico, I partiti del Capo: “A sinistra, dalla grande pianta progressista cresce la voglia di rappresentarsi in proprio (…) il Psi di Bettino Craxi. Il primo a giocare nella politica italiana la carta della personalizzazione. La mutazione genetica del patrimonio storico di un partito secolare, il rinnovamento generazionale, l’ottimismo. (…) Matteo Renzi, trent’anni dopo, ha impiegato sessanta giorni a trasferirsi a Palazzo Chigi dopo essere stato eletto segretario del suo partito” (pp. 106-107).
Ripropongo altri punti stimolanti di osservazione: “Renzi è un giovane politico neppure quarantenne che conquista il potere spostandosi nel vuoto lasciato dal precedente regime” (p. 156), “…più ancora di Berlusconi appare il leader maggiormente vulnerabile alla sindrome napoleonica, intesa come megalomania, rilancio continuo, voglia di vincere sempre…” (p. 157); “a raccogliere i vantaggi del terremoto elettorale del 2013 che Grillo non è stato in grado di sfruttare è il coetaneo fiorentino di Tsipras e Iglesias. Con la differenza che Renzi non è passato ad un nuovo partito, gli è bastato occupare e svuotare il guscio di un partito che già esisteva, il Pd. Non c’è in Italia il partito della Crisi. C’è il leader della Crisi che avanza tra le macerie. Che fa coincidere il partito con se stesso” (p. 158).
Premetto che non sono molto avvezza di storia contemporanea, soprattutto di attualità, eppure non ho fatto alcuna fatica a leggerlo e il saggio mi scoperchiava di volta in volta avvenimenti che non solo non conoscevo e che approfondivo di conseguenza, ma anche ritrovavo quanto già sapevo anche per sentito dire. Consiglio la lettura di questo saggio non solo agli appassionati di storia e politica contemporanea, ma ugualmente a chi vuole avere una visione semplice, critica e ben ricostruita dell’Italia, con un linguaggio conciso che non appesantisce.


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