Ha scritto una recensione a La piccola eguaglianza 4 anni fa

Seguo il professor Ainis dai tempi dell’Università, sia come saggista che come editorialista: ne apprezzo la scrittura precisa ma non noiosa, e la sua abilità nell’utilizzare un registro quasi giornalistico senza perdere quel rigore analitico tipico dei giuristi. La comparsa di un suo editoriale sul Corriere era spesso – non sempre, ma spesso – occasione di dibattito con i miei colleghi giornalisti.
Questo suo breve saggio è un ottimo esempio non solo della qualità della sua scrittura, ma soprattutto dell’efficacia della sua ricerca e della sua elaborazione teorica, che si concretizza in una proposta specifica, ben argomentata, e nel duplice solco della tradizione italiana e tedesca del pensiero giuridico, e chi si ancora saldamente al faro rappresentato dalla nostra Costituzione.
Che cos’è allora la “piccola eguaglianza” del titolo o più precisamente l’eguaglianza molecolare? È quella che riguarda i gruppi deboli, le minoranze svantaggiate e dunque bisognose di una particolar tutela: l’attenzione di Ainis è tutta rivolta alle storture – se non ai veri e propri abomini – di un diritto e di un esercizio della giustizia che in nome di un principio di eguaglianza formale si astrae dalla concretezza dei casi, e come una livella cieca non distingue l’infinita varietà delle fattispecie giuridiche. L’eguaglianza molecolare di cui ci parla Ainis è invece quella contenuta nelle «misure che disegnano un diritto diseguale, per riequilibrare indebite posizioni di svantaggio» (pag. 84): sintetizzando, direi che Ainis propone un sano esercizio di giustizia redistributiva, ben radicato in una riflessione teorica solida.
Un esercizio di cui si sente particolarmente il bisogno dopo aver letto i primi due capitoli del libro, che traboccano di dati e cifre quasi scioccanti nella loro asciuttezza – una fotografia iperrealistica delle disuguaglianze italiane e internazionali, non priva però di uno sguardo compassionevole e allo stesso tempo di spunti critici taglienti come lame («i diritti sono per i ricchi, le discriminazioni per i poveri», pag. 12). Ainis parte dalla crudezza dei dati per dimostrare che una giustizia che non sappia tutelare la diversità, e soprattutto la diversità di chi, per scelta o per necessità, è svantaggiato (i poveri, in primo luogo, ma anche i malati, gli omosessuali, le coppie sterili e così via), non è degna di questo nome.
La parte finale del libro svela il côté più politico del giurista ed editorialista: nell’ultimo capitolo, partendo dalla celebre distinzione tra destra e sinistra di Bobbio, Ainis sostiene che la sinistra italiana ha tradito l’idea di uguaglianza, che la distingueva appunto dalla destra: «ma che sinistra è?» si chiede senza mezzi termini (pag. 131). L’idea di eguaglianza, in tal modo, è rimasta orfana, priva di paternità politica. È un peccato tuttavia che il professore non si addentri nella spiegazione delle cause, nella descrizione del percorso che ha portato a questo abbandono dell’ideale che dalla Francia rivoluzionaria ha attraversato tutto il Novecento. Si limita, Ainis, a chiamare in causa un non meglio precisato Zeitgeist – un concetto-contenitore, un piumino quattro-stagioni del pensiero filosofico – che si caratterizzerebbe per la situazione di crisi permanente in cui viviamo, e per l’impoverimento, materiale e spirituale, che ne deriva. Ma forse questo è materiale per un altro libro. Resta intanto la sua proposta insieme teorica e politica; e c’è da sperare che non resti solo sulla carta.


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