Ha scritto una recensione a L'incantatore 3 anni fa

Difficilmente si potrà scrivere un commento più lucido di quello del figlio Dmitri. Conviene perciò partire dalla sua postfazione per qualsivoglia esegesi di questo libro. Mi limito qui a riportarne un sommario. Tralascio le virgolette: salvo quanto ho messo tra parentesi quadre è tutta farina del suo sacco.

a) nel racconto lungo del padre egli riconosce un modello di concisione e di significato pluridimensionale (ad esempio nei densi giochi di parole sul tema di Cappuccetto Rosso [secondo me è questa fiaba il vero punto di partenza, e Humbert e il proto-Humbert sono due Lupi e in un certo senso Cacciatori-di-sé-stessi, heautontimerumenoi, sono incantati e incantatori, vittime della propria percezione distorta, della loro patologica ossessione che li porta fino al fondo di un vortice autodistruttivo: tralascio il complicato discorso sulla figura di Clare Quilty, altro Cacciatore] e nelle immagini accelerate del finale).

b) sgombera il campo dalle interpretazioni di chi, incapace di concepire la pura invenzione artistica, ha inventato nessi del tutto fantastici fra l’opera creativa di suo padre ed eventi tenebrosi seppelliti in lontane radici familiari.

c) sulla genesi di Lolita sono state proposte teorie assurde e non è inoltre da escludere che lo stesso Nabokov abbia inventato di sana pianta la storia dello scimmione del Jardin des Plantes per far scervellare i ricercatori di poca fantasia (allora perché, infatti, in un capoverso de Il dono l’autore già immaginava un ipotetico romanzo il cui protagonista sposava una vedova per accedere alla figlia?).

d) trasformazione e ricombinazione di disegni casuali (un’osservazione fortuita, una trafiletto di giornale, etc.) erano parte essenziale della sintesi creativa nabokoviana.

e) come altre opere dell’autore, L’Incantatore è lo studio di una follia vista con la mente del folle (le aberrazioni in genere furono alcune delle fonti che nutrirono la fantasia artistica dello scrittore russo).

f) pur perseguendo le sue "delizie combinatorie", Nabokov non era indifferente al Male, ma lo trattava appunto da artista, non già da moralista.

g) oltre a essere in parte una storia d’orrore, possiede anche il suspense di un giallo (sentiamo la catastrofe avvicinarsi al protagonista); anzi, il suspense è continuo (in quale modo il sogno sarà tradito dalla realtà?) e frequenti sono le sorprese che ne conseguono.

h) attraverso l’introspezione di un protagonista cattivo, Nabokov riesce a suscitare compassione per le vittime e, fino a un certo punto, anche per lo stesso malfattore, di cui giungono al lettore anche i patetici tentativi di autogiustificazione: talora il pedofilo stesso, nonostante le impercettibili transizioni dal ragionamento sensato alla mania, non sfugge alla percezione di essere un mostro e a volte prova persino pietà per la vedova e sua figlia.

i) il carattere stratiforme del racconto colpisce in particolare con le immagini a doppio e a triplo fondo: la tematica sessuale, se spesso qui è esplicita, a volte è soltanto un riflesso di una sfaccettatura di una metafora; Nabokov infatti cammina sul filo del rasoio e il suo virtuosismo risiede in una voluta vaghezza di elementi verbali e visivi.

l) analoga ambiguità, volta a esprimere con esattezza un concetto complesso, è impiegata a volte per rendere i pensieri simultanei ma contrastanti che percorrono a grande velocità il cervello del protagonista [vedi l’Ulisse di Joyce]: i significati si amalgamano nel caleidoscopio di una mente malata.

m) epoca e luogo rimangono volutamente vaghi in questa storia, che non ha, essenzialmente, né luogo né epoca; inoltre l’unico personaggio nominato nel testo è quello di minor importanza, la donna di servizio.

n) il testo nabokoviano è una foresta dove l’incauto cercatore di simboli farebbe meglio a guardarsi dall’incappare in trappole accuratamente preparate; meglio apprezzare certe immagini volutamente ambigue in senso più diretto.

o) vi si rintracciano chiari riflessi dell’amore di Nabokov per il cinema.

p) interessanti distorsioni e inversioni visive che accompagnano talvolta uno stato psichico: aberrazioni visive che descrivono con concretezza ed economia come uno stato d’animo può distorcere la percezione della realtà (in un caso ciò avviene anche con la percezione della bambina, che, stanchissima, vede sdoppiarsi in continuazione un[o] [stre]gatto); ma sono anche immagini che danno al racconto un’atmosfera surreale, incantata.

q) le immagini, specie quelle più bizzarre, si collegano con dei temi ricorrenti in vari modi: 1) sono echi di cose viste o pensate; 2) rappresentano lo spostamento della visuale da un personaggio all’altro, e poi, implicitamente, allo stesso autore; 3) ci fanno vedere il protagonista come lui si immagina, o vorrebbe immaginarsi, mentre lo osserva una terza persona; 4) sono anticipazioni, o premonizioni di eventi futuri, intratestuali intrecci ludici messi a punto dall’autore.

r) spesso vi si trova un umorismo grottesco.

s) riferimenti a Shakespeare, Poe, Omero; riferimenti ad altre opere dello stesso Nabokov; allusioni ricorrenti alle fiabe, in particolare a quella di Cappuccetto Rosso.

t) il titolo inglese scelto da Nabokov echeggia “I Cacciatori Incantati” di Lolita, e si possono trovare alcuni altri collegamenti tra le due opere, ma Nabokov definì L’incantatore opera valida e autonoma, imparentata solo da lontano con Lolita (per nominare una delle differenze più vistose, nel romanzo-capolavoro sarà la birichina fanciulla a sedurre Humbert, mentre la dodicenne di questo racconto lungo è perversa solo agli occhi del folle, anzi è innocente e fisicamente e sessualmente immatura).

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POSTILLA.
Una della mie citazioni preferite di Nabokov, la cui intersezione con il libro di cui qui si parlava potrebbe offrire il destro per una sua ulteriore suggestiva interpretazione, è questa:
«There are three points of view from which a writer can be considered: he may be considered as a storyteller, as a teacher, and as an enchanter. A major writer combines these three — storyteller, teacher, enchanter — but it is the enchanter in him that predominates and makes him a major writer».
«Sono tre i punti di vista dai quali si può considerare uno scrittore: lo si può considerare un affabulatore, un insegnante o un incantatore. Un grande scrittore associa in sé queste tre qualità: affabulatore, insegnante e incantatore; ma è l’incantatore che predomina in lui e ne fa un grande scrittore».
(Fonte: Lezioni di letteratura russa, Garzanti, p. 35)


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