Ristorante al termine dell'universo
by Douglas Adams
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Una gigantesca autostrada cosmica sta per essere costruita nei pressi del sistema solare. Un'uscita secondaria è prevista vicino a un piccolo pianeta azzurro-verde, abitato da primitive forme di vita intelligente, discendenti dalle scimmie. Un pianeta vecchio e inutile, insomma, che va rimosso. Viene a saperlo Ford Perfect, un alieno in incognito sulla Terra. Che fare? Abbandonare al più presto il pianeta in demolizione alla ricerca di lidi più sicuri. E così, in compagnia dell'amico umano Arthur Dent, dell'ex presidente della galassia Zaphod Beeblebrox, del lunatico androide Marvin e della sensuale profuga Trillian, Ford inizia le sue peregrinazioni attraverso l'universo. Alla ricerca di un ultimo angolo caldo dove poter gustare una buona cena, e dove il cibo "letteralmente" parla. L'irresistibile seguito di Guida galattica per autostoppisti , un capolavoro della science fiction del ventesimo secolo.

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Un grande animale del genere bovino si avvicinò al tavolo di Zaphod Beeblebrox. Era grosso, con occhi acquosi, piccole corna e sulle labbra qualcosa che poteva assomigliare a un sorriso accattivante.
– Buonasera – disse, accovacciandosi in terra. – Io sono il principale piatto del giorno. Vi sono parti del mio corpo che vi interessano particolarmente? – Borbottò e farfugliò qualcosa tra sé, si mise in una posizione più comoda e osservò Beeblebrox e gli altri con aria tranquilla.
Arthur e Trillian fissarono l’animale stupefatti. Ford Prefect scrollò le spalle, Zaphod Beeblebrox invece lo scrutò famelico, con l’acquolina in gola.
– Forse preferite un pezzo di spalla? – disse la bestia. – Un bel brasato al vino bianco?
– Ehm, un pezzo della vostra spalla? – disse Arthur, inorridito.
– Ma certo, signore – rispose felice l’animale. – Non posso certo offrire la carne di un altro.
Zaphod scattò in piedi e cominciò a palpare con aria di apprezzamento la spalla del piatto del giorno.
– Ma anche il posteriore è ottimo – mormorò la bestia. – Ho fatto ginnastica e mangiato un mucchio di cereali, perciò c’è tanta buona carne, qua di dietro. – Emise un lieve grugnito, bofonchiò qualcosa tra sé, ruminò un po’, poi riprese il discorso.
– O preferite lo stufato al brasato? – chiese.
– Vuoi dire che questo animale vuole veramente che lo mangiamo? – disse Trillian, rivolta a Ford.
– Io? lo non voglio dire proprio niente – replicò Ford, con sguardo vitreo.
– Ma è orribile – esclamò Arthur. – È la cosa più abominevole che mi sia mai toccato di sentire.
– Che cosa c’è che non va, terrestre? – chiese Zaphod, esaminando l’enorme deretano dell’animale.
– C’è che non voglio mangiare una bestia che mi sta davanti agli occhi viva e che mi invita a mangiarla – disse Arthur. – È disumano.
– È sempre meglio che mangiare un animale che non vuole essere mangiato – disse Zaphod.
– Non è questo il punto – protestò Arthur. Poi ci pensò un attimo e disse: – E va be’, forse è proprio il punto, ma adesso non ho nessuna voglia di pensarci. Perciò mi limiterò a... ehm... a mangiare un piatto di insalata.
– Posso esortarvi a prendere in considerazione il mio fegato? – disse la bestia. – A quest’ora dovrebbe essere tenerissimo e molto nutriente, perché sono mesi che mi sottopongo a una dieta abbondante e ipervitaminica.
– Un piatto di insalata – disse Arthur, con enfasi.
– Un piatto di insalata? – grugnì l’animale, rivolgendo ad Arthur un’occhiata di rimprovero.
– Non vorrete dirmi per caso che faccio male a prendere un piatto di insalata? – disse Arthur.
– Be’ – disse l’animale – conosco molte piante d’insalata che non esiterebbero a rispondervi di sì. Ed è proprio per questo che alla fine, per porre un rimedio al problema, si è deciso di allevare un animale che volesse veramente essere mangiato e fosse in grado di dirlo chiaramente, senza mezzi termini. Ed eccomi qui, infatti. Fece un piccolo inchino.
– Allora io prendo un bicchier d’acqua – disse Arthur.
– Senti – disse Zaphod – vogliamo mangiare, non filosofare.
Quattro bistecche di prima qualità, per favore. E in fretta. Sono cinquecentosettantaseimila milioni di anni che non mettiamo qualcosa
sotto i denti.
L’animale si alzò faticosamente in piedi, con un lieve grugnito soddisfatto.
– Un’ottima scelta, signore, se mi consente. Davvero ottima. Vado subito a spararmi.
Si giro e strizzò l’occhio Arthur con aria amichevole.
– Non preoccupatevi, signore – disse. – Sarò molto umano con me stesso.
Si diresse verso la cucina con passo tranquillo. Pochi minuti dopo arrivò il cameriere con quattro enormi bistecche fumanti.
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Un grande animale del genere bovino si avvicinò al tavolo di Zaphod Beeblebrox. Era grosso, con occhi acquosi, piccole corna e sulle labbra qualcosa che poteva assomigliare a un sorriso accattivante.
– Buonasera – disse, accovacciandosi in terra. – Io sono il principale piatto del giorno. Vi sono parti
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