Semina il vento
by Alessandro Perissinotto
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Tra Giacomo, un giovane italiano, e Shirin, di ricca famiglia iraniana trapiantata a Parigi dopo la rivoluzione islamica, nasce un amore forte, che sfocia nel matrimonio.

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Georgiana1792Georgiana1792 wrote a review
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Un romanzo duro, che è un pugno nello stomaco; una storia d'amore che sfocia nell'odio a causa della discriminazione ignorante di chi crede di avere dalla propria parte la tradizione, ma che poi a quella tradizione volta le spalle in continuazione, visto che la usa solo come maschera della propria intolleranza.
Shirin, bellissima francese proveniente da una ricca famiglia di origini iraniane cerca con tutte le sue forze delle radici negli oggetti antichi che trova ai mercatini dell'usato; e quando si innamora di Giacomo, è contentissima di trasferirsi con lui a Molini, in Piemonte, il paese dei suoi avi, dove lei è felice di ripristinare i vecchi mobili da cucina che la madre di Giacomo aveva sostituito con la cucina componibile tanto di moda negli anni '70. Giacomo la porta persino con sé al coro dei Magnin (i fabbri), con tanto di vestito tradizionale da montanari.
Ma l'aspetto di Shirin in una comunità chiusa come quella montanara piemontese, in cui molte delle amministrazioni sono leghiste (spesso rappresentate da coloro che fino a pochi decenni prima venivano chiamati terroni) genera una cieca discriminazione, perché anche se Shirin è francese e ormai cittadina italiana - avendo sposato un italiano - la gente continua a pensare che sia un'iraniana, islamica. Non importa se non indossa il burqa, non importa che sia atea. La gente continua a fermarsi alle apparenze e a credere quello che vuole credere, cadendo nei più gretti luoghi comuni.
Molto bella la narrazione che è a due voci: quella dell'avvocato di Giacomo e il memoriale di Giacomo stesso, che ricostruisce la sua storia d'amore con Shirin attraverso le foto della loro vita insieme. Questo permette di tenere il lettore all'oscuro fino alla fine del motivo per cui Giacomo si trova nel reparto di massima sicurezza di un carcere, anzi, lo svia, facendogli credere che il motivo dell'arresto sia ben altro.
Alla fine resta una grande amarezza, un dolore sordo nello stomaco. Vorrei riportare qualche citazione dal romanzo, ma ce ne sarebbero troppe da ricopiare.
gis55gis55 wrote a review
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Molto bello sia per la storia d'amore sia per la storia di odio violento, raccontate entrambe con grande sensibilità. Il romanzo è stato scritto nel 2011 e quindi prima degli attentati di Parigi, di Bruxelles, di
Nizza, ma racconta con lucidità e profondità di pensiero i meccanismi attraverso i quali giovani nati e vissuti in Europa, ma di famiglia islamica, siano potuti diventare in modo quasi sempre rapido e silenzioso dei fanatici kamikaze. La protagonista, iraniana nata e cresciuta a Parigi, benestante e atea, lontana mille miglia dall'Islam e dalle sue manifestazioni, lettrice convinta della Fallaci de "La rabbia e l'orgoglio", sembra "sposare" insieme a Giacomo anche le sue radici di piemontese montanaro. Certo, cerca radici, vuole appartenere ad un luogo e ad una comunità, ne condivide persino i canti della tradizione. Cosa avviene quando in modo rozzo ed ignorante viene invece trattata da estranea, da usurpatrice, da elemento estraneo e dissonante? Cerca e trova una nuova identità e le sue radici ora sono quelle che accomunano tutti quelli, da qualsiasi luogo provengano, che in Europa sono visti come "diversi", come pericolosi, come intrusi. Da qui alla violenza il passo è breve, perché, come dice il titolo, "chi semina vento raccoglie tempesta". Siamo noi che, non integrando e non accogliendo, manifestando sempre diffidenza e distacco, alimentiamo il loro odio. Al nostro razzismo rispondono con il loro razzismo. E si capisce anche perché questi processi interessino proprio gli immigrati di seconda generazione; sono quelli scardinati, che non hanno nemmeno l'ancoraggio dei ricordi a cui aggrapparsi per sentirsi parte di qualcosa di vitale.
ombraluceombraluce wrote a review
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Per evitare il terrorismo islamico, basta chiudere le frontiere, impedire ai migranti di entrare nelle nostre terre, mantenerci puri e duri nella nostra tradizione, nel nostro possesso del territorio. O no?
Forse in questo ragionamento c'è qualcosa che non va, visto che sempre più spesso i terroristi sono immigrati di seconda o terza generazione, istruiti, provenienti da famiglie laiche. Qualche tempo fa, dopo la terribile strage di Parigi, la madre di uno degli attentatori ha raccontato in televisione si essere stata felice quando suo figlio ha smesso di bere e di fumare erba, ma che adesso, col senno di poi, se avesse saputo che cosa c'era alla base di questo suo ravvedimento, il vino e l'erba sarebbe andati a comprarglieli di persona. Perché questi giovani in estremisti li abbiamo trasformati noi, con le nostre grida di padroni a casa nostra, molto spesso provenienti da chi fino a poco tempo fa le stesse grida le subiva dall'altra parte della barricata, e che così facendo si è costruito una società immaginaria, costringendo gli altri a fare lo stesso. Io sono io e voi non siete un cazzo, sembrano dire gli amministratori beceri che negano alla bella francese, la cui unica colpa è di avere genitori iraniani, di integrarsi nella loro società solo a causa della sua apparente diversità, che le dicono che è una puttana perché ha sposato un italiano, e via dicendo. E così facendo la spingono a conoscere meglio quell'universo di cui mai aveva avuto sentore, e a fare questa conoscenza dalla parte sbagliata, quella del noi contro di voi perché voi contro di noi.
La voce narrante è il marito della donna, accusato di essere suo complice nell'atto di terrorismo in cui lei si è uccisa, in un atto di vendetta nei confronti della sua innocenza, nel senso di accettazione del prossimo, perduta. E pur non essendo complice, l'uomo tuttavia non è estraneo ai fatti, perché ha lasciato cadere nel baratro del radicalismo un'anima pura. In questo senso il romanzo si accosta a L'attentatrice, di Yasmina Khadra, che non a caso viene citato.
Da leggere.