Senza perdere la tenerezza
by Paco Ignacio II Taibo
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Torna nella nuova edizione definitiva, corretta e aggiornata, questa documentatissima biografia di Ernesto Che Guevara, frutto di un lavoro durato anni. Paco Taibo ha attinto a lettere, diari, appunti, articoli, poesie, discorsi, conferenze, interviste, testimonianze e documenti inediti conservati negli archivi cubani. La nascita in una famiglia della buona borghesia argentina, una giovinezza nomade e ribelle, l'epica avventura sulla Sierra Maestra e le responsabilità politiche nella Cuba assediata dall'embargo statunitense, fino alla tragica morte sui monti della Bolivia: da queste pagine emerge un ritratto virile e dolce, molto più ricco e profondo dell'icona oggi divulgata.

John della Foresta's Review

John della ForestaJohn della Foresta wrote a review
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«Noi eravamo dei poveri diavoli che chissà che fine avrebbero fatto; stavamo aspettando di incontrare un uomo come il Che».
Una biografia “poderosa” (l’aggettivo mi è balzato alla mente prima di rendermi conto che... beh, scopritelo da voi!) che descrive, capitolo dopo capitolo, la nascita di un mito, la formazione di un santo laico, che il ’68 (Lui morì l’anno prima) avrebbe trasformato in simbolo immortale. Il volto buono e combattivo della Rivoluzione, riprodotto sullo stendardo rosso che è appeso al muro accanto a me (lo ammetto, anch’io sono inseguito fin dall’infanzia dal fantasma del Che). L’incarnazione della Sinistra ideale, la cui genealogia è molto più lunga e antica di quella che ha il suo padre fondatore in Karl Marx: per la civiltà occidentale inizia forse con Gesù Cristo o magari con Socrate o, forse, con il gesto anonimo di chi per primo si ribellò ad un sopruso, alla violenza del Potere o alla passiva accettazione del Male, trascinando con sè altri, fino ad essere trasfigurato nel mito. Non a caso, fin dalla sua Nota introduttiva, l’Autore contrappone la figura del Che – “un avventuriero, un vagabondo e un romantico” (e utopista, informale, irriverente, egualitario, imprudente), portavoce di “un’etica delle emozioni” – alla “sinistra ‘Neanderthal’ degli anni Sessanta in cui sono cresciuto [che] metteva quelle parole – avventuriero, vagabondo e romantico – nel catalogo delle perversioni” piccolo-borghesi. Il Che fu l’ennesima, brillante, incarnazione di quegli uomini che detennero il potere mondano disdegnandolo, allontanandosene ed ottenendone uno ancor più grande, che lottarono per i propri ideali senza cercare mai compromessi, che furono sconfitti e uccisi, per diventare immortali e continuare a mostrarci che la vittoria, nonostante tutto, è lì, ad un passo da noi.
L’Autore – d’ora in poi lo chiamerò familiarmente Paco (dopo ottocento pagine di biografia posso permettermelo!) – non sa mostrarsi distaccato nei suoi confronti, anzi dichiara programmaticamente che “la distanza è un metodo da medievalisti”, una piccola caduta di stile che Marc Bloch, dai Campi Elisi in cui possiamo facilmente immaginarlo accanto al Che, saprà perdonargli. Anche per questo, Paco non riesce a muovere la più piccola critica nei suoi confronti e, quando prova a farlo, capiamo subito che lo fa col sorriso sulle labbra e tutto l’affetto di un amico fraterno.
Il Che è per lui un Eroe e noi non possiamo fare altro che tentare di decifrarne la misteriosa grandezza. Così scopriamo la sua caparbietà, “la sua idea che la chiave della vita è la volontà, e la molla che la mette in movimento è la tenacia”, forgiata fin dalla più tenera infanzia dalla lotta contro l’asma devastante che lo perseguiterà per tutta la vita; il desiderio costante di mettersi alla prova, innanzitutto fisicamente, il suo essere apparentemente spericolato ma pur sempre consapevole dei propri limiti; la passione che mette in tutto ciò che fa, nell’attività sportiva come nella lettura – i libri, gli amatissimi libri, compagni di ogni tappa della sua vita; l’indifferenza per i giudizi altrui rivelata dai difetti che gli imputavano fin dalla gioventù, come la scarsa igiene o l’aspetto trasandato; la crescente consapevolezza, a seguito del suo precoce peregrinare per l’America Latina, delle condizioni di sfruttamento delle masse popolari a causa dello strapotere del capitale americano e dell’asservimento ad esso delle classi dirigenti locali.
E poi, l’intelligenza lucida e il fervore di chi coltiva dentro di sè una fede, quella nella Rivoluzione anti-capitalista: «La sua immagine mi si impresse negli occhi», disse Raúl Roa, un esponente della sinistra liberale cubana al tempo di Batista, «intelligenza lucida, pallore ascetico, respirazione asmatica, fronte sporgente, capigliatura folta, modi asciutti, mento energico, gesti sereni, sguardo inquisitore, pensieri taglienti, parlata calma, sensi attenti, risata limpida e c’era come un’aureola magica intorno alla sua figura». E soprattutto i suoi occhi, il suo sguardo magnetico e sereno.
A rendere attraente il Che a noi italiani è anche il suo essere una delle figure di riferimento nella storia della guerriglia novecentesca, condizione che ci consente di associarlo facilmente ai protagonisti della Resistenza italiana. La descrizione dei mesi passati sulla Sierra Maestra durante l’insurrezione cubana - le privazioni subite (la sete attanagliante che, a volte, erano costretti a patire, come la fame che sempre li perseguitava, assai più tenacemente dell’esercito nemico, facendo del cibo uno dei pensieri più ricorrenti anche nella memoria dei sopravvissuti), l’intensità del legame che univa giovani uomini e semplici ragazzi , tutti partecipi di un’esperienza che li sottraeva alla coordinate più consuete della vita comune, lanciandoli verso la follia disperata e tenacemente voluta di chi è tanto innamorato della vita da accettare persino di sacrificarla - riportano alla mente le tante trasposizioni letterarie della nostra guerra partigiana. Come anche quella sottile sensazione di pienezza, inespressa ma chiaramente percepibile, propria di chi sa di aver goduto di un privilegio unico, perchè cosa può esservi di più gratificante che il fatto di aver condiviso con tanti compagni, tra gioie e dolori, un cammino che ha deviato il corso della Storia con la forza di legami irresistibili quanto il sacrificio della propria vita per un ideale? In questa biografia, infatti, non troviamo soltanto il Che - e, ovviamente, Fidel Castro, cui lo univa, sin dal primo incontro, un’ammirazione profonda diventata ben presto autentica amicizia – ma un caleidoscopio di volti che compongono l’album della rivoluzione cubana, un tessuto fitto di amicizie imperiture.
Il Che ricorderà come “ore felici” quelle trascorse sulla Sierra Maestra quando “in quelle notti dilatate (poichè la nostra inattività cominciava al calar del sole) sotto le fronde di un qualunque bosco cominciavamo a fare piani su piani per l’immediato, per qualche tempo dopo, per la vittoria”: pare un sognare ad occhi aperti, che riporta alle ore liete dell’infanzia, quasi che l’invasione di Cuba sia stata vissuta come un gioco o come l’avventura di un gruppo di ragazzi spericolati. Lì il Che acquisì la sua statura di leader: in ogni villaggio in cui arrivavano tornava ad essere medico per i contadini poveri, conquistando la loro fiducia (lo faceva anche per i soldati nemici feriti), e sosteneva l’innalzamento delle condizioni socio-economiche delle masse contadine attraverso la lotta all’analfabetismo e la redistribuzione delle ricchezze; mentre i suoi compagni guerriglieri erano conquistati dal suo coraggio in combattimento , dal suo egualitarismo - che ribadiva con il rifiuto di privilegi particolari (le stesse razioni di cibo, le stesse regole per tutti) - e anche dal mistero di quest’uomo che lottava al loro fianco ma non apparteneva alla loro terra nè al loro ambiente sociale, si isolava spesso con i suoi libri e i suoi pensieri e pretendeva da loro una superiorità etica rispetto ai nemici che combattevano, fondata, nel suo caso, su una consapevolezza storica, priva di ogni sentimentalismo, della loro missione e del contesto in cui agivano («quelli che bisogna ammazzare sono i cani più importanti, quelli che aizzano questi qui. Questi sono dei disgraziati che si guadagnano la paga e non hanno un ideale al mondo»). In questo modo, il Che “ha creato un’amplissima rete contadina che lo rispetta e ha per lui un’autentica adorazione, e ha innalzato intorno a sè un’aura magica. Il Che è il giusto, l’egualitario, quello che non chiede mai a nessuno di fare qualcosa che lui non fa”.
D’altra parte, proprio quei lunghi mesi trascorsi sulla Sierra Maestra, immersi nella foresta più fitta, erano serviti a trasfigurare un semplice gruppo di guerriglieri introducendoli in una dimensione mitica, che, come tale, li sottrasse per sempre al tempo storico, ancorandoli al ricordo di ciò che erano stati e di ciò per cui avevano lottato. Sbarcando dal Granma, l’improbabile imbarcazione che li aveva condotti fino alle costa cubana, avevano intrapreso lo stesso cammino dei combattenti della Resistenza europea, della Lunga Marcia di Mao, degli schiavi romani guidati da Spartaco, degli ebrei che Mosè condusse nella Terra promessa, perchè il viaggio come esperienza individuale rende uomini, come esperienza collettiva rende protagonisti della Storia.
A ciò si aggiunge il fascino tutto novecentesco della guerriglia, in quanto unica tattica militare che consente di annullare la superiorità del nemico in termini di uomini e di armamenti, offrendo agli eterni sconfitti della Storia la possibilità di prendersi qualche bella rivincita.
John della ForestaJohn della Foresta wrote a review
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«Noi eravamo dei poveri diavoli che chissà che fine avrebbero fatto; stavamo aspettando di incontrare un uomo come il Che».
Una biografia “poderosa” (l’aggettivo mi è balzato alla mente prima di rendermi conto che... beh, scopritelo da voi!) che descrive, capitolo dopo capitolo, la nascita di un mito, la formazione di un santo laico, che il ’68 (Lui morì l’anno prima) avrebbe trasformato in simbolo immortale. Il volto buono e combattivo della Rivoluzione, riprodotto sullo stendardo rosso che è appeso al muro accanto a me (lo ammetto, anch’io sono inseguito fin dall’infanzia dal fantasma del Che). L’incarnazione della Sinistra ideale, la cui genealogia è molto più lunga e antica di quella che ha il suo padre fondatore in Karl Marx: per la civiltà occidentale inizia forse con Gesù Cristo o magari con Socrate o, forse, con il gesto anonimo di chi per primo si ribellò ad un sopruso, alla violenza del Potere o alla passiva accettazione del Male, trascinando con sè altri, fino ad essere trasfigurato nel mito. Non a caso, fin dalla sua Nota introduttiva, l’Autore contrappone la figura del Che – “un avventuriero, un vagabondo e un romantico” (e utopista, informale, irriverente, egualitario, imprudente), portavoce di “un’etica delle emozioni” – alla “sinistra ‘Neanderthal’ degli anni Sessanta in cui sono cresciuto [che] metteva quelle parole – avventuriero, vagabondo e romantico – nel catalogo delle perversioni” piccolo-borghesi. Il Che fu l’ennesima, brillante, incarnazione di quegli uomini che detennero il potere mondano disdegnandolo, allontanandosene ed ottenendone uno ancor più grande, che lottarono per i propri ideali senza cercare mai compromessi, che furono sconfitti e uccisi, per diventare immortali e continuare a mostrarci che la vittoria, nonostante tutto, è lì, ad un passo da noi.
L’Autore – d’ora in poi lo chiamerò familiarmente Paco (dopo ottocento pagine di biografia posso permettermelo!) – non sa mostrarsi distaccato nei suoi confronti, anzi dichiara programmaticamente che “la distanza è un metodo da medievalisti”, una piccola caduta di stile che Marc Bloch, dai Campi Elisi in cui possiamo facilmente immaginarlo accanto al Che, saprà perdonargli. Anche per questo, Paco non riesce a muovere la più piccola critica nei suoi confronti e, quando prova a farlo, capiamo subito che lo fa col sorriso sulle labbra e tutto l’affetto di un amico fraterno.
Il Che è per lui un Eroe e noi non possiamo fare altro che tentare di decifrarne la misteriosa grandezza. Così scopriamo la sua caparbietà, “la sua idea che la chiave della vita è la volontà, e la molla che la mette in movimento è la tenacia”, forgiata fin dalla più tenera infanzia dalla lotta contro l’asma devastante che lo perseguiterà per tutta la vita; il desiderio costante di mettersi alla prova, innanzitutto fisicamente, il suo essere apparentemente spericolato ma pur sempre consapevole dei propri limiti; la passione che mette in tutto ciò che fa, nell’attività sportiva come nella lettura – i libri, gli amatissimi libri, compagni di ogni tappa della sua vita; l’indifferenza per i giudizi altrui rivelata dai difetti che gli imputavano fin dalla gioventù, come la scarsa igiene o l’aspetto trasandato; la crescente consapevolezza, a seguito del suo precoce peregrinare per l’America Latina, delle condizioni di sfruttamento delle masse popolari a causa dello strapotere del capitale americano e dell’asservimento ad esso delle classi dirigenti locali.
E poi, l’intelligenza lucida e il fervore di chi coltiva dentro di sè una fede, quella nella Rivoluzione anti-capitalista: «La sua immagine mi si impresse negli occhi», disse Raúl Roa, un esponente della sinistra liberale cubana al tempo di Batista, «intelligenza lucida, pallore ascetico, respirazione asmatica, fronte sporgente, capigliatura folta, modi asciutti, mento energico, gesti sereni, sguardo inquisitore, pensieri taglienti, parlata calma, sensi attenti, risata limpida e c’era come un’aureola magica intorno alla sua figura». E soprattutto i suoi occhi, il suo sguardo magnetico e sereno.
A rendere attraente il Che a noi italiani è anche il suo essere una delle figure di riferimento nella storia della guerriglia novecentesca, condizione che ci consente di associarlo facilmente ai protagonisti della Resistenza italiana. La descrizione dei mesi passati sulla Sierra Maestra durante l’insurrezione cubana - le privazioni subite (la sete attanagliante che, a volte, erano costretti a patire, come la fame che sempre li perseguitava, assai più tenacemente dell’esercito nemico, facendo del cibo uno dei pensieri più ricorrenti anche nella memoria dei sopravvissuti), l’intensità del legame che univa giovani uomini e semplici ragazzi , tutti partecipi di un’esperienza che li sottraeva alla coordinate più consuete della vita comune, lanciandoli verso la follia disperata e tenacemente voluta di chi è tanto innamorato della vita da accettare persino di sacrificarla - riportano alla mente le tante trasposizioni letterarie della nostra guerra partigiana. Come anche quella sottile sensazione di pienezza, inespressa ma chiaramente percepibile, propria di chi sa di aver goduto di un privilegio unico, perchè cosa può esservi di più gratificante che il fatto di aver condiviso con tanti compagni, tra gioie e dolori, un cammino che ha deviato il corso della Storia con la forza di legami irresistibili quanto il sacrificio della propria vita per un ideale? In questa biografia, infatti, non troviamo soltanto il Che - e, ovviamente, Fidel Castro, cui lo univa, sin dal primo incontro, un’ammirazione profonda diventata ben presto autentica amicizia – ma un caleidoscopio di volti che compongono l’album della rivoluzione cubana, un tessuto fitto di amicizie imperiture.
Il Che ricorderà come “ore felici” quelle trascorse sulla Sierra Maestra quando “in quelle notti dilatate (poichè la nostra inattività cominciava al calar del sole) sotto le fronde di un qualunque bosco cominciavamo a fare piani su piani per l’immediato, per qualche tempo dopo, per la vittoria”: pare un sognare ad occhi aperti, che riporta alle ore liete dell’infanzia, quasi che l’invasione di Cuba sia stata vissuta come un gioco o come l’avventura di un gruppo di ragazzi spericolati. Lì il Che acquisì la sua statura di leader: in ogni villaggio in cui arrivavano tornava ad essere medico per i contadini poveri, conquistando la loro fiducia (lo faceva anche per i soldati nemici feriti), e sosteneva l’innalzamento delle condizioni socio-economiche delle masse contadine attraverso la lotta all’analfabetismo e la redistribuzione delle ricchezze; mentre i suoi compagni guerriglieri erano conquistati dal suo coraggio in combattimento , dal suo egualitarismo - che ribadiva con il rifiuto di privilegi particolari (le stesse razioni di cibo, le stesse regole per tutti) - e anche dal mistero di quest’uomo che lottava al loro fianco ma non apparteneva alla loro terra nè al loro ambiente sociale, si isolava spesso con i suoi libri e i suoi pensieri e pretendeva da loro una superiorità etica rispetto ai nemici che combattevano, fondata, nel suo caso, su una consapevolezza storica, priva di ogni sentimentalismo, della loro missione e del contesto in cui agivano («quelli che bisogna ammazzare sono i cani più importanti, quelli che aizzano questi qui. Questi sono dei disgraziati che si guadagnano la paga e non hanno un ideale al mondo»). In questo modo, il Che “ha creato un’amplissima rete contadina che lo rispetta e ha per lui un’autentica adorazione, e ha innalzato intorno a sè un’aura magica. Il Che è il giusto, l’egualitario, quello che non chiede mai a nessuno di fare qualcosa che lui non fa”.
D’altra parte, proprio quei lunghi mesi trascorsi sulla Sierra Maestra, immersi nella foresta più fitta, erano serviti a trasfigurare un semplice gruppo di guerriglieri introducendoli in una dimensione mitica, che, come tale, li sottrasse per sempre al tempo storico, ancorandoli al ricordo di ciò che erano stati e di ciò per cui avevano lottato. Sbarcando dal Granma, l’improbabile imbarcazione che li aveva condotti fino alle costa cubana, avevano intrapreso lo stesso cammino dei combattenti della Resistenza europea, della Lunga Marcia di Mao, degli schiavi romani guidati da Spartaco, degli ebrei che Mosè condusse nella Terra promessa, perchè il viaggio come esperienza individuale rende uomini, come esperienza collettiva rende protagonisti della Storia.
A ciò si aggiunge il fascino tutto novecentesco della guerriglia, in quanto unica tattica militare che consente di annullare la superiorità del nemico in termini di uomini e di armamenti, offrendo agli eterni sconfitti della Storia la possibilità di prendersi qualche bella rivincita.

Comments

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Una delle recensioni più vive e appassionate che abbia mai letto....grazie!
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Una delle recensioni più vive e appassionate che abbia mai letto....grazie!
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Grazie per aver dedicato un po' del tuo tempo alla lettura di una mia recensione, Anne of green gables. A presto e buone letture!
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Grazie per aver dedicato un po' del tuo tempo alla lettura di una mia recensione, Anne of green gables. A presto e buone letture!