Senza perdere la tenerezza
by Paco Ignacio Taibo II
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«Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza»: è una celebre frase delChe a dare il titolo alla sua biografia. Sempre in equilibrio frapartecipazione e obiettività, Paco Taibo ha utilizzato lettere personali epubbliche, testimonianze, diari e documenti inediti conservati negli archividi Cuba: sotto la patina dell'idolo emerge così il ritratto dell'uomo, con lasua tenacia, le idiosincrasie, le letture preferite, gli accessi d'asma, gliinnamoramenti non solo intellettuali. Dalla giovinezza nomade e ribelle alleimprese della rivoluzione castrista, dal periodo di governo nella Cubaassediata dagli Stati Uniti alla tragica fine sui monti di Bolivia, la vitadel Che è insieme un'incalzante avventura e un affresco storico.

Anne_of_green_gables's Review

Anne_of_green_gablesAnne_of_green_gables wrote a review
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"Aprendimos a quererte desde la historica altura, donde el sol de tu bravura, le puso cerco alla muerte"
Una biografia corposa, densa, minuziosa per una vita - quella di Ernesto Guevara de la Serna, passato alla storia come Che Guevara – che definirei unica, straordinaria.
Sin da bambino Ernesto aveva rivelato una personalità fuori dal comune: volitiva, tenace e in grado di sfidare i limiti di quella malattia fisica che l'opprimeva sin da piccolissimo, cioè un'asma cronica fortemente invalidante. Crescendo, la precoce forza di volontà del giovane si intreccerà a un'incontenibile curiosità, che lo spingerà a voler conoscere ogni cosa, arrivando a divorare, in una fame vorace, libri di ogni sorta.
Eclettico, rapido, “iperattivo”, riuscirà a laurearsi in medicina, nonostante il suo lunghissimo viaggio attraverso l'America Latina, esperienza questa che lo spingerà a porsi una serie di interrogativi sulla condizione umana, nonché a maturare una fortissima avversione contro ogni forma di ingiustizia sociale, portandolo ad imbracciare le armi e a sposare la causa della rivoluzione cubana di lì a pochi anni.

Quello che colpisce di quest'uomo e che più affascina, è di sicuro l'aver abbandonato tutto quello che aveva – gli affetti, ogni certezza borghese, ogni pigro privilegio nonché il futuro radioso di medico – solo per votarsi interamente alla causa dei vinti, scegliendo la lotta armata senza essere spinto da alcun vincolo personalistico, né tanto meno da qualche tornaconto egoistico.

La sua figura carismatica rievoca, seppur in chiave laica, quella di un pallido ed emaciato asceta medievale, pronto a rinunciare agli aspetti materiali della vita per votarsi al totale sacrificio di sé, non per rendere grazia a un Dio, bensì per celebrare l'Uomo, inverando così un'ideale di fratellanza e mettendo fine al grido straziato di un'umanità dolente, troppo a lungo maltrattata, vilipesa, disconosciuta.
Il Che si trasformerà lentamente in guerrigliero per seguire l'ideale più alto, quello di farsi combattente, spinto dalla rabbia di ravvisare troppe ingiustizie attorno a sé, desideroso di riscoprirsi uomo tra i suoi simili, senza gerarchia alcuna, in una causa sostenuta fianco a fianco degli altri uomini, sentiti sin nelle viscere come fratelli.

E l'umanità del Che emergerà sempre più fulgida dalla melma della sua lotta quotidiana, fatta di sporcizia, privazioni, fame, stenti, veglie notturne, marce forzate tra le montagne, gli abiti infangati e sporchi di sangue.
La sua eroica esistenza, in fondo, sarà caratterizzata da tutto questo e da null'altro: da una lunga ed estentuante attesa del nemico, dall'abnegazione costante di sé, dalle esercitazioni quotidiane, dall'essere dei guerriglieri vincolati alla meschinità dei bisogni più elementari; eppure, sarà proprio questa prosaicità a divenire il mezzo attraverso il quale elevare il proprio spirito, nell'anelito infinito di voler rendere l'America latina un unico popolo di uguali.
E questa vita di stenti e privazioni, votata solo alla causa, sarà intervallata dalle letture solitarie nei boschi della Sierra così come nelle afose radure africane, grazie alle quali il nostro Ernesto cercherà di ingannare i momenti morti della lotta, senza trascurare di nutrire la parte più nobile della propria umanità: il pensiero.

Azione, pensiero, idealità. Questi i sostantivi che hanno sostenuto le scelte di un uomo unico.
Volitivo, intransigente, onesto. Questi gli aggettivi che incarnano l'essenza di una personaltà tanto carismatica quanto rara.
Egli non sapeva ammaliare le masse coi suoi discorsi altisonanti come soleva fare Fidel, né conosceva l'arte della mediazione o della diplomazia politica; era un uomo di puro pensiero idealistico, il quale cercava di tradurre questi semplici ideali in azione.
Ma l'innegabile carisma emanava dalla sua stessa essenza, pur mancando di quella capacità di comunicare in un certo modo, da leader consapevole del suo ruolo di guida. Eppure, chi lo aveva di fronte, non poteva non riconoscerne la statura morale, amico o nemico che fosse.
Nei tempi morti della guerriglia Ernesto riusciva a trovare il tempo e la forza per curare i figli dei contadini, per insegnare loro a leggere e a scrivere, senza nulla chiedere in cambio. Sapeva farsi amare quindi per il suo altruismo, ma anche per il suo rigore e la coerenza verso valori che professava a parole, trasformandoli poi, in modo del tutto naturale e cristallino, in azioni.

Egli incarnava quegli stessi ideali in cui credeva. Ma sarà appunto questo idealismo puro, disancorato dalle spietate logiche del reale che lo porterà in un certo senso alla morte.
Desideroso di impugnare il fucile per riscattare quei popoli ancora oppressi, deciderà di lasciare Cuba qualche anno dopo la conclusione della rivoluzione, sapendo bene di non essere tagliato per fare il ministro, per fare politica, per governare, per scendere a compromessi. Lui voleva combattere per inverare un'utopia ugualitaria e basta.
Ma proprio per questo non si renderà conto che la temeraria impresa boliviana non sarebbe potuta risultare vittoriosa senza prima una sapiente e certosina costruzione di alleanze politiche, di appoggi, di costruzione di reti urbane e di contatti coi gruppi di sinistra del paese.
Idealmente Ernesto pensava che l'impresa dei guerriglieri, con il suo solo esempio e la sua stessa forza intrinseca, avrebbe attratto a sé le masse dei contadini e degli oppressi; non si rendeva conto che, priva di appoggi concreti e di un attento studio della situazione socio-politica del paese, questa avrebbe finito prima o poi con il ritrovarsi isolata, ferocemente incagliata nelle rigide maglie di un'etica troppo astratta, portandola alla disfatta definitiva quel fatidico 9 ottobre 1967.

Eppure sarà proprio la tragica e prematura morte del Che ad alimentare una leggenda che farà in breve tempo il giro del mondo, travalicando i confini dell'America latina. Le immagini del corpo esangue dell'argentino, interamente crivellato di pallottole e ormai privo di vita, verranno sempre di più associate a quelle di un Cristo martirizzato, contribuendo a erigere l'immaginario di un Santo laico, morto in battaglia e immolatosi per la salvezza degli uomini tutti. E questo mito romantico e disperato al contempo continua tuttora tenacemente a sopravvivere anche alle nostre latitudini, a quasi 50 anni di distanza, forse incarnando l'inestinguibile bisogno di mantenere sempre viva l'Utopia di una resistenza tutta umana, che anela – senza alcun affidamento al divino – a un mondo più giusto ed equo.
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"Aprendimos a quererte desde la historica altura, donde el sol de tu bravura, le puso cerco alla muerte"
Una biografia corposa, densa, minuziosa per una vita - quella di Ernesto Guevara de la Serna, passato alla storia come Che Guevara – che definirei unica, straordinaria.
Sin da bambino Ernesto aveva rivelato una personalità fuori dal comune: volitiva, tenace e in grado di sfidare i limiti di quella malattia fisica che l'opprimeva sin da piccolissimo, cioè un'asma cronica fortemente invalidante. Crescendo, la precoce forza di volontà del giovane si intreccerà a un'incontenibile curiosità, che lo spingerà a voler conoscere ogni cosa, arrivando a divorare, in una fame vorace, libri di ogni sorta.
Eclettico, rapido, “iperattivo”, riuscirà a laurearsi in medicina, nonostante il suo lunghissimo viaggio attraverso l'America Latina, esperienza questa che lo spingerà a porsi una serie di interrogativi sulla condizione umana, nonché a maturare una fortissima avversione contro ogni forma di ingiustizia sociale, portandolo ad imbracciare le armi e a sposare la causa della rivoluzione cubana di lì a pochi anni.

Quello che colpisce di quest'uomo e che più affascina, è di sicuro l'aver abbandonato tutto quello che aveva – gli affetti, ogni certezza borghese, ogni pigro privilegio nonché il futuro radioso di medico – solo per votarsi interamente alla causa dei vinti, scegliendo la lotta armata senza essere spinto da alcun vincolo personalistico, né tanto meno da qualche tornaconto egoistico.

La sua figura carismatica rievoca, seppur in chiave laica, quella di un pallido ed emaciato asceta medievale, pronto a rinunciare agli aspetti materiali della vita per votarsi al totale sacrificio di sé, non per rendere grazia a un Dio, bensì per celebrare l'Uomo, inverando così un'ideale di fratellanza e mettendo fine al grido straziato di un'umanità dolente, troppo a lungo maltrattata, vilipesa, disconosciuta.
Il Che si trasformerà lentamente in guerrigliero per seguire l'ideale più alto, quello di farsi combattente, spinto dalla rabbia di ravvisare troppe ingiustizie attorno a sé, desideroso di riscoprirsi uomo tra i suoi simili, senza gerarchia alcuna, in una causa sostenuta fianco a fianco degli altri uomini, sentiti sin nelle viscere come fratelli.

E l'umanità del Che emergerà sempre più fulgida dalla melma della sua lotta quotidiana, fatta di sporcizia, privazioni, fame, stenti, veglie notturne, marce forzate tra le montagne, gli abiti infangati e sporchi di sangue.
La sua eroica esistenza, in fondo, sarà caratterizzata da tutto questo e da null'altro: da una lunga ed estentuante attesa del nemico, dall'abnegazione costante di sé, dalle esercitazioni quotidiane, dall'essere dei guerriglieri vincolati alla meschinità dei bisogni più elementari; eppure, sarà proprio questa prosaicità a divenire il mezzo attraverso il quale elevare il proprio spirito, nell'anelito infinito di voler rendere l'America latina un unico popolo di uguali.
E questa vita di stenti e privazioni, votata solo alla causa, sarà intervallata dalle letture solitarie nei boschi della Sierra così come nelle afose radure africane, grazie alle quali il nostro Ernesto cercherà di ingannare i momenti morti della lotta, senza trascurare di nutrire la parte più nobile della propria umanità: il pensiero.

Azione, pensiero, idealità. Questi i sostantivi che hanno sostenuto le scelte di un uomo unico.
Volitivo, intransigente, onesto. Questi gli aggettivi che incarnano l'essenza di una personaltà tanto carismatica quanto rara.
Egli non sapeva ammaliare le masse coi suoi discorsi altisonanti come soleva fare Fidel, né conosceva l'arte della mediazione o della diplomazia politica; era un uomo di puro pensiero idealistico, il quale cercava di tradurre questi semplici ideali in azione.
Ma l'innegabile carisma emanava dalla sua stessa essenza, pur mancando di quella capacità di comunicare in un certo modo, da leader consapevole del suo ruolo di guida. Eppure, chi lo aveva di fronte, non poteva non riconoscerne la statura morale, amico o nemico che fosse.
Nei tempi morti della guerriglia Ernesto riusciva a trovare il tempo e la forza per curare i figli dei contadini, per insegnare loro a leggere e a scrivere, senza nulla chiedere in cambio. Sapeva farsi amare quindi per il suo altruismo, ma anche per il suo rigore e la coerenza verso valori che professava a parole, trasformandoli poi, in modo del tutto naturale e cristallino, in azioni.

Egli incarnava quegli stessi ideali in cui credeva. Ma sarà appunto questo idealismo puro, disancorato dalle spietate logiche del reale che lo porterà in un certo senso alla morte.
Desideroso di impugnare il fucile per riscattare quei popoli ancora oppressi, deciderà di lasciare Cuba qualche anno dopo la conclusione della rivoluzione, sapendo bene di non essere tagliato per fare il ministro, per fare politica, per governare, per scendere a compromessi. Lui voleva combattere per inverare un'utopia ugualitaria e basta.
Ma proprio per questo non si renderà conto che la temeraria impresa boliviana non sarebbe potuta risultare vittoriosa senza prima una sapiente e certosina costruzione di alleanze politiche, di appoggi, di costruzione di reti urbane e di contatti coi gruppi di sinistra del paese.
Idealmente Ernesto pensava che l'impresa dei guerriglieri, con il suo solo esempio e la sua stessa forza intrinseca, avrebbe attratto a sé le masse dei contadini e degli oppressi; non si rendeva conto che, priva di appoggi concreti e di un attento studio della situazione socio-politica del paese, questa avrebbe finito prima o poi con il ritrovarsi isolata, ferocemente incagliata nelle rigide maglie di un'etica troppo astratta, portandola alla disfatta definitiva quel fatidico 9 ottobre 1967.

Eppure sarà proprio la tragica e prematura morte del Che ad alimentare una leggenda che farà in breve tempo il giro del mondo, travalicando i confini dell'America latina. Le immagini del corpo esangue dell'argentino, interamente crivellato di pallottole e ormai privo di vita, verranno sempre di più associate a quelle di un Cristo martirizzato, contribuendo a erigere l'immaginario di un Santo laico, morto in battaglia e immolatosi per la salvezza degli uomini tutti. E questo mito romantico e disperato al contempo continua tuttora tenacemente a sopravvivere anche alle nostre latitudini, a quasi 50 anni di distanza, forse incarnando l'inestinguibile bisogno di mantenere sempre viva l'Utopia di una resistenza tutta umana, che anela – senza alcun affidamento al divino – a un mondo più giusto ed equo.

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Dalla tua esaustiva recensione, emerge la sensazione di trovarsi di fronte a un libro piuttosto ...agiografico.
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Dalla tua esaustiva recensione, emerge la sensazione di trovarsi di fronte a un libro piuttosto ...agiografico.