Sharon e mia suocera
by Suad Amiry
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Una donna palestinese, colta, intelligente e spiritosa, tiene un "diario di guerra". Gli israeliani sparano ma, nella forzata reclusione fra le pareti domestiche, "spara" anche la madre del marito, una suocera proverbiale. In pagine scoppiettanti di humour e di lucidità politica e sentimentale, i colpi bassi di Sharon e del suo governo finiscono per fare tutt'uno con le idiosincrasie della suocera petulante, con la quale l'autrice si trova a trascorrere in un involontario tête à tête il tempo dell'assedio. Ma, come la guerra, neanche l'avventura cominciata con "Sharon e mia suocera" finisce ed ecco che Suad Amiry con "Se questa è vita" regala una nuova puntata del suo irresistibile diario di guerra e di vita quotidiana dai Territori occupati. I due volumi, già pubblicati da Feltrinelli, sono qui presentati per la prima volta insieme.

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A Piccoli VaniA Piccoli Vani wrote a review
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PiperitapittaPiperitapitta wrote a review
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Non è vita, questa.
Non è tanto come lo scrive a colpirmi, anche il presunto “humor scoppiettante“ del lancio di quarta di copertina non mi colpisce più di tanto - ho problemi in generale con la scrittura che dovrebbe far ridere di per sé, figuriamoci con una scrittura che dovrebbe essere brillante e al tempo stesso raccontare il punto di vista dell’autrice, architetto palestinese nata in Siria, cresciuta ad Amman, fondatrice e direttrice del Riwaq Centre for Architectural Conservation di Ramallah, dove - al momento in cui scrive - risiede ed è tornata a vivere prima dei corsi di laurea all'Università Americana di Beirut e alla Michigan University, negli anni della seconda Intifada e della Guerra del Golfo - sul conflitto, la convivenza e l’occupazione israelo-palestinese.

Dunque, non so cosa ne abbiano detto i lettori israeliani, ebrei israeliani, al di là della trita e ritrita affermazione che i palestinesi dei territori occupati e della Striscia di Gaza sono tutti terroristi o conniventi, ma resta il fatto che gli episodi narrati da Suad Amiry, molti di quegli episodi, che raccontano dell’assenza dei più elementari diritti di un essere umano - documento di identità, ricongiungimento familiare, possibilità di viaggiare o di spostarsi dal proprio domicilio, assenza di pari trattamento in caso attacco chimico rispetto ai cittadini israeliani - leggi i primi avevano le maschere antigas in dotazione, i secondi no - dovrebbero suscitare lo sdegno di tutte le parti politiche, di tutta la comunità europea, di tutti gli stati rappresentati all’ONU, di ogni essere umano, senza che a questo sdegno debba essere assegnato per forza un significato politico e essere etichettati come filo-palestinesi. Sarà che più leggo autori palestinesi, e più guardo i loro film, e più mi sembra di comprenderne le ragioni. Sarà che più leggo autori israeliani, e più guardo i loro film, e più mi sembra di comprenderne le ragioni.

E invece (fermo restando che l’edizione di questo diario risale ai primi anni del Duemila e che alcuni avvenimenti e alcune opinioni possono risultare datati), a colpirmi non è stato tanto il come, nonostante qualche risata Suad Amiry sia riuscita a strapparmela*, ma, in un crescendo di emozioni che sono passate dalla consapevolezza, all’incredulità, allo sdegno, fino a sfociare tutte nella rabbia e nel frustrante senso di impotenza, quanto il cosa: e quando Suad si arrabbia e dà libero sfogo alla sua frustrazione e alla sua impotenza, quando il senso di ingiustizia ha la meglio su ogni intenzione o sovrastruttura, quando forse abbandona l’intento di voler confinare una situazione tanto drammatica a quello humor che tanto stona e a tratti sembra forzata (ma che pure in alcuni frangenti potrà essere stata la sua arma per sopravvivere ai tanti coprifuoco e alle tante regole incomprensibili - carte di identità o permessi per autovetture validi per solo per alcuni check-point, per esempio, anche se messi sullo stesso itinerario - nonché alla convivenza forzata, ma non tanto lunga come il titolo potrebbe lasciar desumere - con la suocera novantenne), è proprio in quei momenti che scrive le sue pagine migliori.

Lascio parlare lei, a questo punto, perché ci sono situazioni, episodi, stati d’animo - il suo sguardo che si sposta continuamente dal dolore che prova non solo per il suo popolo e per le sue condizioni di vita, ma anche, da architetto specializzato nella tutela del patrimonio architettonico palestinese, per l'abbandono e la distruzione del patrimonio artistico del proprio paese, per la sostituzione della memoria araba con una memoria recente israeliana** - che non possono essere raccontati senza essere stati vissuti.***

È stato il tremendo mal di stomaco a svegliarmi all’alba. Non so perché ho iniziato la giornata pensando a quello che Ariel Sharon disse nel 1973 , quando Winston Churchill III, nipote del primo ministro britannico, gli chiese cosa avrebbero fatto gli israeliani dei palestinesi:
”Ne faremo un sandwich al pastrami, infilandoci in mezzo una striscia di insediamenti ebraici e poi un’altra ancora che attraversi da un capo all’altro la Cisgiordania di modo che, tra venticinque anni, né le Nazioni Unite, né gli Stati Uniti, né nessun altro, riusciranno a farlo a pezzi”.
Probabilmente Sharon aveva avuto bisogno di cinque anni supplementari per avvolgere il sandwich al pastrami in un involucro di cemento.


*Credete che Saddam userà testate chimiche o nucleari?” chiese Salim nel tentativo di alleggerire la pesante atmosfera creata dall’attesa del tè e delle torte di George. (!)

**”O dio, no!”, balzo in piedi e grido con tutta la voce che ho in corpo, colpendo con il pugno il piano di marmo davanti a me. “Dio, non la fabbrica di saponi! Quando finirà questo incubo di demolire il patrimonio culturale e gli edifici storici della Palestina?” […] Mi sono messa a pensare a come le piramidi di sapone meravigliosamente accatastati, che ricordo sin da bambina, siano volate in aria quando gli F-16 hanno colpito le sale dalla volta a crociera dov’erano immagazzinate. Le forme squadrate di sapone grezzo, che un tempo davano vita alle più belle opere d’arte che si siano mai visto, e le forme altrettanto squadrate di pietra antica formano ora un cumulo di macerie.
All’improvviso mi sono ricordata che è alle tredici persone rimaste sotto alle macerie, tutte appartenenti alla medesima famiglia, la famiglia al-Shu’bi, che devo pensare. Mi sono vergognata. […] Sharon, stai risvegliando i nostri peggiori incubi.


***“Che cos’hai da guardare?” obiettò il soldato.
Continuai a guardarlo negli occhi con una faccia priva di espressione.
“Smettila di guardarmi” urlò lo sprovveduto soldato.

Che testa di cazzo, pensai tra me e me. Basta uno sguardo a fargli perdere il controllo!
Violato da una lunga occhiata, stronzo?
Mi chiedo quale sarebbe la tua reazione se fossi vissuto sotto l’occupazione tutti gli anni che ci ho vissuto io, o se i tuoi diritti di consumatore, come tutti i tuoi altri diritti, fossero violati giorno e notte, se gli ulivi nei campi di tuo nonno venissero sradicati, se il tuo villaggio fosse stato spianato con un bulldozer, o la tua casa demolita, se tua sorella non potesse raggiungere la scuola, o tuo fratello avesse avuto tre ergastoli, o tua madre avesse partorito a un posto di blocco, o se tu fossi stato in fila per giorni nel caldo torrido d’agosto in attesa del tuo permesso di lavoro, o se non ti fosse possibile metterti in contatto con i tuoi cari nella parte araba di Gerusalemme est.

Un’occhiata, bastardo, e vai fuori di testa!