Solenoide
by Mircea Cartarescu
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Dentro una strana casa a forma di barca uno scrittore fallito consuma la vita creando pianeti nella propria testa, annotando sogni e incubi su un diario folle, vagando con la mente per una Bucarest allucinata, pulsatile, ectoplasmatica. Divenuto professore di romeno in una scuola di periferia, lavoro che detesta e ripudia, in quel tetro edificio conosce figure che diventano per lui punti di riferimento: un matematico che lo inizia ai segreti più reconditi della sua materia, gli adepti di una setta mistica che organizza manifestazioni contro la morte nei cimiteri della città e infine Irina, la donna di cui si innamora. In un delirio abbacinante di immagini assurde, lo scrittore tenta disperatamente di sfuggire alla tirannia dei nostri cinque sensi e di accedere a un’altra dimensione dell’esistenza. “Solenoide” è il capolavoro di Mircea Cărtărescu, l’opera monumentale che ingloba e fagocita tutte le precedenti, restituendoci la totalità del suo pensiero e l’eccezionalità della sua scrittura, la quale ricorda Kafka, Borges, Pynchon, Bolaño. C’è qui l’impronta di un visionario, un profeta che ci svela in tutta la sua evidenza la «cospirazione della normalità», la gabbia che il nostro cervello ha costruito per noi. Perché per Cărtărescu la realtà è un carcere e noi, come il protagonista di questo libro, abbiamo il dovere di evadere, di cercare, anche a rischio di impazzire, un’altra verità. “Solenoide”, è questa la sua grandezza, apre uno squarcio e illumina la via di fuga.

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C'è un uovo per te

Non si poteva spiegare meglio la fallanza di un sognatore disincantato non per contraddizione,

solitario e infelice e perciò felice, al pari della mano sbagliata che per alcuni diventa quella giusta, non solo nel gioco delle carte al tavolo.


O come quando lo impiegarono per un po' di tempo al centralino della capitaneria di porto e componeva il numero 12 per prenotare le telefonate al comandante e sperava, e temeva, che gli rispondesse una particolare operatrice dalla voce esageratamente e volutamente provocante,

e nonostante esistessero parecchie operatrici la metà delle volte rispondeva lei,

ed era sicuro che non si trattasse di fortuna ma del suo desiderio di prendere in carico più telefonate possibili,

e la immaginava mentre si dava trafelata un gran daffare per poi riemergere al telefono con il militare di turno, con la voce calda, dolce e tranquilla.

E dal momento che all'epoca lui aveva vent'anni e la voce dell'operatrice ne dimostrava almeno una quarantina, adesso lei sarà diventata una nonna e lui vorrebbe chiederle soltanto una buona ricetta per il ragù o un consiglio per il mal di schiena all'altezza dei lombi.



O come quando prometteva continuità e stabilitá emotiva e perdita di vizi e non mantenne la continuità né abbandonó i vizi, e rimase però stabile nelle sue debolezze e nell'ottusitá.


Di quando ai capricci e agli insulti e all'ariditá pareva che non si muovesse di un millimetro mentre in realtà andava alla deriva, e così restarono sorpresi e increduli tutti quando un bel giorno non lo riconobbero più, come una carta geografica sbagliata.


Di suo figlio, che quando lo incontra non smette di abbracciarlo e gli regala biglietti, pupazzetti e un gatto col suo nome per fargli compagnia la notte,

perché quando non sei insieme a lui per lui sei solo.

E un po' é vero.


Di quando - temerario- esprimi te stesso con la voce di un altro.


C'è un uovo per te.

E la gallina,

é arrivata prima






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"Perché so che esisto se so allo stesso tempo che non sarò più? Perché mi è stato dato accesso allo spazio logico e alla struttura matematica del mondo? Solo per perderli quando il corpo mi si distrugge? Perché svegliarmi di notte al pensiero di morire, e sollevarmi in mezzo al letto, tutto sudato, e gridare, e dimenarmi, e cercare di reprimere il pensiero intollerabile che sparirà per sempre, che non ci sarò mai più, fino alla fine dei tempi? Perché il mondo finirà insieme con me? Invecchiamo, aspettiamo tranquilli nella sequenza dei condannati a morte. Veniamo giustiziati l’uno dopo l’altro nel più sinistro lager di sterminio. Veniamo spogliati dapprima della bellezza, della giovinezza e della speranza. Veniamo avvolti nella veste da penitenti delle malattie, della fatica e della putrefazione. Ci muoiono i nonni, vengono giustiziati davanti a noi i genitori e all’improvviso il tempo si fa più breve, e d’un tratto ti vedi davanti la lama della mannaia. E solo allora hai la rivelazione di vivere in un mattatoio, che generazioni vengono macellate e le inghiottisce la terra, che miliardi di persone sono spinte più oltre nella strozza dell’inferno, che nessuno, assolutamente nessuno si salva. […] Che tutti veniamo al mondo da un terrificante abisso senza memoria, che soffriamo incredibilmente sopra un granello di polvere del mondo infinito e che periamo poi, in un nanosecondo, come se non fossimo mai vissuti, come se non fossimo mai esistiti." (pp. 213, 214)