Splendi come vita
by Maria Grazia Calandrone
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"Splendi come vita" fa quello che fa la letteratura alla sua massima potenza: ridà vita a ciò che non c'è più, illuminando di riflesso la vita del lettore. Ma lasciamo che a parlarne sia l'autrice. «Splendi come vita è una lettera d'amore alla madre adottiva. È il racconto di una incolpevole caduta nel Disamore, dunque di una cacciata, di un paradiso perduto. Non è la storia di un disamore, ma la storia di una perdita. Chi scrive è una bambina adottata, che ama immensamente la propria madre. Poi c'è una ferita primaria e la madre non crede più all'amore della figlia. Frattura su frattura, equivoco su equivoco, si arriva a una distanza siderale fra le due, a un quotidiano dolore, a un quotidiano rifiuto, fino alla catarsi delle ultime pagine. Chi scrive rivede oggi la madre con gli occhi di una donna adulta, non più solo come la propria madre, ma come una donna a sua volta adulta, con la sua storia e i suoi propri dolori e gioie. Quando si smette di vedere la propria madre esclusivamente come la propria madre, la si può finalmente "vedere" come essere separato, autonomo e, per ciò, tanto più amabile» (Maria Grazia Calandrone).

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L’angoscia abbandonica dei senz’amore
La vocazione poetica dell’autrice emerge prepotentemente lungo tutta la narrazione assolvendola dalla pecca di una troppo smaccata autoreferenzialità, non del tutto apprezzabile.

”Sei abbandonato e solo.
Se ti muovi, ti vedono.
Il Disamore avvolge i letti dei bambini fra le spire di un pianto non pianto.
I bambini non amati non piangono.
Chi chiamerebbero, col loro pianto?”
”Mamma è un gesto risoluto e durevole e non smetterà mai: facendomi imparare come prima poesia la poesia del poeta che piange d’essere orfano del proprio figlio, la mia Mamma imprime in me, per sempre, la propria dichiarazione d’amore, intrisa nell’orrore della perdita. Traduco le spaventevoli, amorosissime parole che sento provenire dal suo corpo, e che Mamma non dice: ora che ti ho conosciuta, se te ne vai, la vita che hai terremotato non ha frutto. Quanti frutti può dare, il corpo di un bambino sull’isola dalla quale Mamma è atterrata, amore e Morte sono parenti di sangue. Il terzo ventre della Trinacria è Onore.”
”Non voglio crescere. Voglio essere l’ombra, fissa per sempre, di una bambina. Voglio che niente cambi. Tempo, lasciami qui, in questa solitudine amante, in questo incondizionato comprendere. Come maneggiare gli oggetti ipersensibile che vivono dentro i bambini?”
”Chi diventa adulto accanto a un Grande Amato che, come contraccambio, gli inietta nelle vene il veleno verdeglaciale del Disamore, raramente ha fatto, prima, esperienza del caldo e pur calamitoso avvicinarsi umano; la vita intera è un frutto già maturo del disincanto, spiccato quasi senza pena dall’albero della solitudine.”
”Sotto l’aspetto delle divise, le suore giovani hanno corpi ricchi, cedevoli, aromatici, che sanno ancora il vero da dove vengono. I gesti delle anziane, viceversa, sono esangui, gravati da stratificazioni di disincanto. Sono le danneggiate di lungo corso. Ogni anno ch’è morto nella loro vita, ha serrato un novello bracciale di galleggiamento al mare senza futuro dei loro polsi. Rare sono le mistiche, le dardeggiate, le colpite nei visceri dall’oro del messaggio perveniente dall’angelico. Nulla, quelle che condividono il mistero gaudioso del definitivo non esserci di ogni Dio. Quasi tutte finiscono, piuttosto, per presentare occhi duri, vendicativi e secchi come spade. Da essi, soffia l’ossido, il verderame di un ossimorico rancore bovino. Sento gli sguardi di quelle ragazzine di campagne che un tempo furono assolate, inveleniti ormai da decenni di ombre claustrali e dall’invereconda compassione di sé, che tempo e privazione hanno mutato in contrastato livore per i giovani corpi delle educande.”
”Chi ha insegnato a volare al primo uccello del mondo? Quale istinto l’ha levato dal guscio, dal ramo, dall’erba irrigidita dalla brina o dalla secca vampa delle origini dove l’aveva collocato Natura, nel remoto albeggiare del pianeta?
”Provo un dolore spesso e senza rimedio. Il dolore del Tempo, perduto per sempre. Chi non lo conosce? In esso confluisce un’intelligenza inattesa, l’evidenza di quello che siamo, in questa camerata, casuale come il mondo: universi contigui, ciascuno col suo monolito di dolore e gioia, sconosciuto a se stesso. Ciascuno col suo diritto. Quel che riguarda me, riguarda tutti. Devo trovare il modo di sfondare il guscio, l’astuccio, il carapace, la concrezione mortale, che contiene ciascuno e, così contenendo, ci divide. Devo arrivare al cuore radiale della vita, all’infinito dentro le persone – e che lega persona a persona – e tutte queste creature, meravigliose e misere, all’eternità barbara e incandescente delle stelle.”
”Scrivo poesie. Parole come leve, martelli, frecce puntate a qualcosa che vibra e non ha nome o parola. Musica originaria che, a tratti, mi pare di sentire. Questa grande armonia significante mi orienta. Fabbrico e forgio al fuoco dell’Inferno senza dolore, forgio col fuoco stesso dell’Inferno. Ho trovato la pietra filosofale, l’officina alchemica dove ogni dolore viene ridato al mondo come bellezza. Bussole e armi dei disarmati sono, le parole.”
luisa07luisa07 wrote a review
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lettera d'amore alla madre adottiva

la vicenda autobiografica ha dell’incredibile, purtroppo è vera. Quando la vita supera la letteratura, come diceva Pirandello e ci lascia di stucco. Il riferimento è un caso di cronaca del 1963 che suscitò interesse e commozione. Infatti in prima pagina vediamo il ritaglio di un giornale dell’epoca. “La madre  la lasciò e poi si uccise. Ora la bambina non è più abbandonata” e si vede la fotografia di una bella donna che tiene per le braccine una bimba aiutandola a muovere i primi passi. Immagine estremamente efficace perché ci fa capire che la nuova madre aiuterà Maria Grazia nel percorso di crescita. Fin qui sembra una bella favola, purtroppo la realtà è più complicata e ne seguiranno vicende molto dolorose. Ai momenti di vita narrata sono intervallate poesie e articoli di giornale che non riguardano solo il suo abbandono ma altre vicende dolorosissime e sono pagine di vera tragedia. Riporto le parole dell’autrice, molto più efficaci di un riassunto.

«Splendi come vita è una lettera d'amore alla madre adottiva. È il racconto di una incolpevole caduta nel Disamore, dunque di una cacciata, di un paradiso perduto. Non è la storia di un disamore, ma la storia di una perdita. Chi scrive è una bambina adottata, che ama immensamente la propria madre. Poi c'è una ferita primaria e la madre non crede più all'amore della figlia. Frattura su frattura, equivoco su equivoco, si arriva a una distanza siderale fra le due, a un quotidiano dolore, a un quotidiano rifiuto, fino alla catarsi delle ultime pagine. Chi scrive rivede oggi la madre con gli occhi di una donna adulta, non più solo come la propria madre, ma come una donna a sua volta adulta, con la sua storia e i suoi propri dolori e gioie. Quando si smette di vedere la propria madre esclusivamente come la propria madre, la si può finalmente "vedere" come essere separato, autonomo e, per ciò, tanto più amabile»

Ad ogni modo, fin dalle prime pagine, la lettura mi ha preso risvegliando tuttavia opposti sentimenti: a cominciare dalla scelta di rivolgersi esclusivamente con i termini Madre  e Padre  sempre con lettera maiuscola per conferire solennità e richiamare l’Archetipo. “Sono figlia di Consolazione, bionda Madre elettiva, da me fragorosamente delusa. Non sembrano premesse favorevoli a scagionarsi dalla constatazione d’essere vivi”. Bella la figura del padre che somiglia a Gian Maria Volonté, sempre senza cravatta. Con i suoi dischi, rappresenta la colonna sonora dell’infanzia di Maria Grazia, canzoni popolari e canzoni di lotta; la porta al cinema e torna dai suoi numerosi viaggi sempre con bellissimi regali, maracas, colbacchi…

Maria Grazia vive con i genitori che l’hanno adottata sin da piccolissima, amata e accudita. Tuttavia Il senso di abbandono e di disamore resteranno per tutta la vita . “Il Disamore avvolge i letti dei bambini fra le spire di un pianto non pianto. I bambini non amati non piangono”. L’ambientazione è molto accurata. L’odore ferroso dei treni, i tavolinetti di formica, i portapranzo di alluminio: è l’Italia degli anni settanta, con tanti pregiudizi e difficoltà, compresa la malattia mentale che non veniva accettata e curata nel giusto modo. Le parole scritte dalla madre sono solo una piccola parte di ciò che si intuisce, un mare in tempesta di sensi di colpa e depressione tali da congelare i sentimenti e non lasciare spazio ad altri sentimenti positivi. Comunque un percorso di crescita importante per l’autrice che la porterà a una vera trasformazione.

Una scrittura lirica, una narrazione frantumata forse proprio come spezzata è stata quell’infanzia e adolescenza che non le sono appartenute fino in fondo. Un libro attraente e toccante, una lettura interessante e mai scontata che tuttavia non convince fino in fondo. Comprendo la difficoltà di trascrivere in forma tradizionale una storia così densa e già di per sé romanzata, per un’autrice che scrive da sempre poesie, ed è  divulgatrice di poesia, anche in bei programmi su Radio Tre. Vi consiglio di ascoltare una delle interviste che ha rilasciato per l'uscita del libro perché lì la vita vera è più tenace della parole, che a volte risultano sovrabbondanti, e la poesia è invece sinteticità, come “Poesia è sempre stata questo: far passare il mare in un imbuto” dice Italo Calvino di Natalia Ginzburg. Ed è da questa sproporzione che nasce la tensione poetica. Qui a mio modesto parere c’è tensione autobiografica ma non poetica. Lirico senza la poesia, talmente inseguita dall’autrice da penalizzare la possibile empatia con la storia. Comunque un libro interessante da leggere e forse rileggere perché può toccare corde nascoste.


Μαʀιαƞƞα
Μαʀιαƞƞα wrote a review
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LA MAMMAVÉRA
“Le parole sono la parte più concreta della materia.
La materia è uno scherzo ben riuscito.
Le parole non sono mai completamente pulite.
Le parole non dimenticano la materia dalla quale evaporano, ma non ne hanno alcuna nostalgia”

Ed è con le parole, stavolta scelte per un romanzo, la sua prima opera narrativa, che la poetessa Maria Grazia Calandrone dichiara il suo amore verso la sua mamma adottiva, che lei vuole chiamare Mammavéra, tutto attaccato, proprio così.
Licenze poetiche, licenze di pausa, a capo inattesi, voluti dall’autrice. Stile sincopato che mi piace tantissimo. Scrittura tagliente, che sa farsi delicata.
Una narrazione in prima persona che, dopo le prime pagine in cui l’autrice presenta i suoi genitori, procede spesso per salti temporali, con piccoli quadretti, ricordi sparsi, come se stessimo sfogliando un album di fotografie messe a volta alla rinfusa. E in questo cammino la Calandrone ci accompagna con la sua voce mista di nostalgia e anche di orgoglio.
Dopo quasi cinquant’anni di silenzio, la nostra poetessa consegna al mondo i ricordi della donna che l’ha adottata, Consolazione, detta Ione, del loro rapporto di Amore che diventa poi Disamore, quando lei decide di rivelare alla figlia, quando aveva solo quattro anni, di non essere lei la Mamma Vera.

“Sono caduta nel Disamore a quattro anni, quando Madre rivelò Io non sono la tua Mamma Vera. Quella di Madre fu una decisione anticipatoria, d’amore ansioso: aveva letto sul giornale la notizia del suicidio (un altro! che cortocircuito nella mente di Madre!) di una diciottenne che, nel predisporre le carte per il proprio matrimonio, aveva scoperto d’essere stata adottata e si era tolta dalla vita. La ragazza doveva aver sentito sabotate le radici della propria identità. Il futuro che stava fondando, in lei valeva meno del passato. Le persone sono strane. A quattro anni, non ero probabilmente prossima al matrimonio, né avevo intenzione di richiedere documentazione alcuna circa la mia propria ascendenza: quello di Madre fu uno scrupolo decisamente precoce, ma ho sempre compreso con sincera adesione il conflitto che la indusse in errore”.

Questa rivelazione ebbe peso solo sulla vita di Ione, sui suoi nervi e le conseguenze sono sotto gli occhi del lettore.
Da quel momento qualcosa si ruppe nel loro rapporto, da parte della madre

“…non credette più al mio Amore. Come chi si sia frettolosamente denudato e non possa più tornare indietro. Quello che è stato visto, è stato visto”.

Tra le pagine fotografie, ritagli di giornale, frasi di canzoni, ricordi di eventi epocali (nube tossica partita dall’ICMESA di Meda, seguita dieci anni dopo da quella di Chernobyl), l’incontro con Ornella Muti.
Nessun periodo lungo, se non pochissimi. Capitoli brevi, momenti intensi tratteggiati, dichiarazioni d’amore incondizionato verso quella mamma professoressa, così sorridente in quelle fotografie mentre stringeva a sé la piccola Maria Grazia.
Leggendo questo libro, e anche ascoltandolo (su audible potete ascoltare la voce della Calandrone, è lei stessa che legge) con quelle pause ad effetto, quelle parole scelte al posto di altre, ho pensato a quei colpi di pennello che gettano sulla tela una macchia di colore che a poco a poco con l’acqua si apre ingrandendosi, mostrando tutte le sfumature che la sola pennellata, all’inizio, non rivelava.
matteo bottarimatteo bottari wrote a review
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