Staccando l'ombra da terra
by Daniele Del Giudice
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Il cumulo di saperi che una tecnica, quella aeronautica, racchiude in sé, haun doppio speculare rappresentato dalle storie che la sua evoluzione evoca,comprende e suggerisce. Daniele Del Giudice trasforma la tecnica in racconto.Dalle esperienze personali di addestramento, alla costruzione storica delleimprese eroiche degli aerosiluranti durante la seconda guerra mondiale, daepisodi recenti fino ai voli della letteratura, il segreto di chi sa staccarel'ombra da terra viene inseguito attraverso la figura di un "maestro di volo"che compare ad intermittenza lungo tutto il libro. Ma la letteratura racchiudeun lato di non detto e non dicibile che, quanto più il linguaggio si fapreciso, tanto più diventa campo dell'immaginario.

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marinafmarinaf wrote a review
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(…) vuoi andare fino in fondo, al fondo della pista, verso
quell’attimo di disequilibrio con cui tutto si solleva, s’impenna,
staccando la tua ombra da terra. “

Sì, anche lui ci ha lasciati, il 2 di questo ancora estivo settembre, poco più di un mese dopo la scomparsa di Roberto Calasso, altra enorme perdita per l’editoria italiana e ovviamente per Adelphi.
Daniele Del Giudice, questo nostro scrittore aviatore , “ scrittore – aereoplano “ , amato da Italo Calvino e appassionato di volo, pochi giorni prima del riconoscimento del premio Campiello per la carriera,
ha deciso di staccare definitivamente la sua ombra da terra. Ci ha lasciati con alcuni dei suoi stupendi libri e questo struggente desiderio di rileggerli tutti, uno dopo l’altro, per ritrovare quella sua scrittura perfetta, lucida, aperta sull’incommensurabile nulla, sul vuoto che gravita intorno a mille possibilità, dove le linee della vita incontrano e si interescano con l’infinità dello spazio e delle probabilità. Per ritrovare ancora una volta “ quello sguardo e il sorriso di eterno bambino infelice in cerca di stelle “,
come ha magnificamente scritto Corrado Bologna in un recente articolo a lui dedicato, quello sguardo capace di “ vedere oltre la forma “ con la geometria cosmogonica della sua scrittura.


Ho iniziato rileggendomi “ Staccando l’ombra da terra “, pubblicato nel 1994 , libro che purtroppo Italo Calvino non ha potuto leggere, un libro che ho amato moltissimo. Ritrovando le sottolineature di allora, come una cartografia di un pensiero che andava formandosi attorno all’ossatura di questo libro fatto di otto brevi narrazioni,
ho riascoltato il brusio di sottofondo di quelle percezioni e
immaginazioni che la mia mente produceva mentre lo stavo leggendo. Ci sono singole parole cerchiate più volte , intere frasi sottolineate, appunti al margine della pagina fin dove quel piccolo spazio bianco permetteva le mie divagazioni, impressioni, emozioni, domande.
L’affascinante descrizione del primo racconto in cui il protagonista , probabilmente l’autore stesso, racconta il suo primo volo da “ solista “, senza essere accompagnato dal comandante e suo maestro Bruno, solo nell’atmosfera a guidare quel “ patrimonio di velocità da
smaltire “, che diventa aereo nel momento stesso in cui stacca la sua ombra da terra nella sua definitiva metamorfosi in creatura non più terrestre. Qui la parola che ho cerchiato più volte è stata proprio quel “ disequilibrio “, quell’attimo di disequilibrio che ha l’aereo quando sta per staccarsi da terra in piena velocità. Quel momento che mi ha sempre elettrizzato in un viaggio, anticipandone le emozioni, ma è sempre stato e sempre rimarrà , anche un momento di estrema paura, in cui tutto potrebbe succedere e andare in modo diverso dal previsto. Il disequilibrio che ci permette di volare, l’antico sogno umano che si è concretizzato donandoci finalmente le ali, consentendoci di raggiungere distanze infinite in brevissimo tempo. Ma per un pilota di un aereo non c’è solo la meta, per un pilota appunto c’è il volo. L’incontro con il volo, lo spazio, le geometrie dello spazio. La possibilità mai remota dell’errore, dell’imprevisto, del non prevedibile, l’abilità del riuscire ad annullare i rischi, o ridurli al minimo, o, quantomeno, la possibilità di riuscire a fronteggiarli. La forza dell’esperienza, l’abilità e l’esercizio rigoroso dell’intuito, della tecnica e della memoria. Deve essere una sensazione magnifica guidare un aereo, ne convengo. C’è in ogni racconto questa stupenda meraviglia del volo, si percepisce in ogni pagina, riga, parola, lo stupore per questo miracolo che porta l’uomo ad avvicinarsi un po’ di più alle stelle, a perdersi dentro la consistenza irregolare delle nuvole, a dimenticarsi di sé nell’ incrocio delle correnti. Cosa spinge un uomo davvero a desiderare di pilotare un aereo, cosa lo guida , che demone lo possiede, e quali e quanti pensieri lo attraversano?
Nel buio della notte, magari in una sera d’estate come nel secondo racconto di questo libro, quello stesso uomo del primo racconto, il nostro apprendista pilota, si intrattiene in un aeroporto ormai vuoto , perdendosi a guardare le luci della pista, quegli “insetti azzurrini “ che circoscrivono lo spazio del volo, la traiettoria del lancio . Questa volta , a terra, lui percepisce le ombre di due piloti probabilmente ormai scomparsi, ma che ancora parlano e si raccontano, e gli raccontano, raccontano proprio a lui quella loro ultima notte prima che il loro aereo precipitasse.
Visioni ad occhi aperti che appaiono di notte, quando i contorni della cose si fanno meno precisi, perdendo la loro specificità.
Ghiaccio vetroso , l’attraversamento di una turbolenza, tempo sospeso che si dilata prima della tragedia nei concitati istanti spesi ad evitarla. Anche in questo breve racconto una parola cerchiata più volte, “ opacità “, l’opacità della notte nell’opacità imprevedibilità del caso, della sciagura, che ribalta in un istante l’umano volere e tutta l’umana speranza. Sempre lui, anche nel terzo racconto, a descriverci la sua passione per il volo, rispondendo a quella mia domanda appuntata a piè di pagina del primo racconto “ perché un uomo desidera volare “? Avrei solo dovuto aspettare, e lui mi avrebbe risposto. Quel seducente pensiero di essere un animale volante potrebbe essere parte della sua risposta, lo stesso uomo che da bambino pensava di essere un tram : “ ero ipnotizzato dal movimento, dallo scorrimento del paesaggio in miniatura “. Così camminava pensando di essere un tram e faceva tutte le fermate proprio come se lo fosse stato realmente ; “ aprivo
e chiudevo le porte con uno sbuffo d’aria tra i denti “. Una predisposizione naturale al volo, ad immaginare il volo. Una
predisposizione alla visione “ obliqua “, e subito compare la mia terza parola sottolineata più volte, come a rammentarmi la differenza considerevole tra la visione verticale e quella obliqua. La vera visione del pilota è quella obliqua, “ una visione di relazione con la terra e di profondità spaziale. “ Questo terzo racconto ha pagine magnifiche, ma certo il quarto non è da meno, anzi forse è il mio preferito. Lo straordinario incontro del nostro pilota apprendista con un anziano comandante pilota di un aereosilurante, il “ Settantanove “, che gli racconta di quelle sue notti in volo quando era impegnato in quel conflitto nel Mediterraneo nel 1942. Questa volta la parola sottolineato più volte è “ Leica “ . Mi colpì molto leggendo , come anche questa volta mi ha colpito, rileggendo, come i fotografi di guerra venissero tenuti per i piedi dagli armieri per potersi sporgere fuori dalla torretta, sulla gobba, per poter scattare una foto dopo l’altra, istantanee velocissime che sarebbero servite poi per studiare lo svolgimento dell’azione, per verificare se gli obiettivi erano stati centrati e soprattutto da chi, se e quali danni c’erano realmente stati. Rimane anche questa frase magnifica, pronunciata da questo anziano comandante, come se la storia, qualsiasi storia, anche invisibile, in realtà non possa mai venir cancellata completamente , non vederla non significa che non continui ad esistere in qualche modo. E’ un’idea che mi affascina e al tempo stesso mi inquieta. La frase è questa : “ Il cielo sopra le nubi è una memoria magnetica, lì tutto è rimasto impresso, come sui sali d’argento delle fotografie, del resto sarebbe insensato che quel che c’è stato una volta non ci fosse più, non le pare ? “. Trovo per fortuna, sfogliando il libro , la quinta parola che mi consente di uscire dall’empasse di questa domanda che comunque continua a ronzarmi nella testa e alla quale fatico a rispondere, la parola è “ overspeed “ ed indica la velocità che porta al cedimento strutturale di un aereo. Il titolo di questo racconto è “ Fino al punto di rugiada “, dove il nostro apprendista pilota si perde in volo, non riuscendo più ad orientarsi né a trovare il coraggio di ammetterlo né di comunicarlo alla torre di controllo. Questa parola
si aggancia per riflesso all’altra del racconto successivo, la invoca in forma di estremo aiuto, : “ anti-istintive “. Una parola
pronunciata dal maestro Bruno, quel taciturno maestro di poche essenziali parole, simile a un “ capo indiano “ , un vecchio capo indiano di pochissime parole e di “ ancor meno spiegazioni “, mentre l’apprendista pilota così dice : “ Il nord è il nord, sebbene non il solo, ma è un semplice riferimento, ogni grado della bussola gode di pari dignità, qualunque punto della terra è contemporaneamente origine
e fine del viaggio, capovolto di volta in volta, e all’occasione. Se
potessi accettare che quel che conta è solo il tratto, anzi “ la tratta “come tu chiami il percorso, senza nostalgia della partenza né dell’arrivo: oppure sapere che partenza e arrivo possono essere di volta in volta la stessa cosa, coincidere. Forse voliamo per questo, Bruno, per quel piccolo appagamento che dà ogni volta il partire-arrivando, l’arrivare nell’atto stesso del partire, e per l’idea di aver compiuto almeno questo: sembra di aver fatto qualcosa, anche se quel che si è fatto sono solo miglia. “ Per raggiungere la
meta serve l’esperienza, conoscere ogni possibile manovra, ma soprattutto conoscere le manovre “ anti-istintive “, l’istinto è qualcosa che va lavorato, contraddetto e usato al rovescio. In situazioni di pericolo, l’unica traiettoria ragionevole “ sarebbe quella eccentrica, che porta verso il margine, seguirla con delicatezza lungo il bordo senza fuoriuscirne.”. Così, a volte, anche nella vita, io credo. E anche questa frase si apre a infinite domande e divagazioni dal testo, sembra di sentire scorrere la propria esistenza su quel cordone di salvataggio, una visione obliqua che porta verso il margine, a una possibile salvezza, se ne fossimo capaci o ne fossimo stati capaci, talvolta. Il 27 giugno del 1980 coincide
con la data della strage di Ustica ed è l’argomento del settimo racconto di questa raccolta. Ottantuno furono i morti, zero i sopravvissuti di quel volo IH 870. Il pilota perse il contatto radio con l’aeroporto di Ciampino, l’aereo si disintegrò, ma ancora si continua a discutere sulle cause, sulla dinamica stessa dell’incidente. A Bologna, nell’ex deposito tranviario della Zecca, è nato nel 2007 il museo per la memoria di Ustica in occasione del
ventisettesimo anniversario della strage. Ci sono i resti del DC-9 assieme ad una installazione dell’artista Christian Boltanski,
composta da 81 luci e 81 specchi per ricordare appunto le 81 vittime.
Ci sono anche alcuni degli oggetti personali appartenuti alle
vittime. La parola qui cerchiata è “ tremila “, tremila metri sotto il livello del mare, tremilasettecento, quell’aereo nato per il volo sprofondò nelle acque profonde e poi dal mare risalì pezzo dopo pezzo, un po’ per volta, dopo la strage. La notte, come descrive magistralmente Del Giudice, si potrebbe ancora ascoltare da quell’aereo “ un lento gocciolio “. Come se il mare per anni premendo le molecole di metallo , “ una volta a terra e all’asciutto, continuasse a uscirne, gocciolando, e l’aereo non smettesse mai di liberarsene “. Niente, ancora una volta, va perso, tutto rimane “ in “memoria “ sulla tratta dell’esistenza. L’ultima parola che ho cerchiato è “ Corsica “. Tutto mi porta e mi ha portato su quest’isola meravigliosa, sembra che il fine di questo libro sia stato proprio quello di depositarmi sul suo nord, sulla forma affusolata della sua estremità, su quel dito audace ed indicatore che forse segna un’appartenenza o forse semplicemente si distende su quelle acque azzurre che lo lambiscono. Se dovessi e potessi scegliere, io sarei una creatura di mare, ho poca confidenza con il volo, se non quello dell’immaginazione. La Corsica però raccontata da Del Giudice è
quella che vide nel suo cielo in una bellissima giornata di luglio , il volo di un Lockheed P-38 Lightning, un aereo americano su cui lo scrittore -pilota Antoine de Saint-Exupèry si imbarcò per un volo di ricognizione. Era il 31 luglio del 1944, ed è anche il giorno della sua morte. Staccando l’ombra da terra , tutto infatti può o potrebbe succedere. Ma...

“ I piloti non hanno ali piumate, sono bambini adulti, bambini
nascosti, ben custoditi nella loro maturità, ben conservati dentro una delle imperturbabili professionalità che la vita ha loro assegnato, ma legati all’infanzia con un elastico da fionda che gli sbuca dalla tasca . “

Niente da aggiungere. Davanti a questa frase, mi inchino per sempre.
Fabrizio FasaniFabrizio Fasani wrote a review
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Swanz79Swanz79 wrote a review
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Francesco PomponioFrancesco Pomponio wrote a review
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