Stai zitta
by Michela Murgia
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Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la piú sovversiva. Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima se siete mamma. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di scopare di piú, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta. Questo libro è uno strumento che evidenzia il legame mortificante che esiste tra le ingiustizie che viviamo e le parole che sentiamo. Ha un'ambizione: che tra dieci anni una ragazza o un ragazzo, trovandolo su una bancarella, possa pensare sorridendo che per fortuna queste frasi non le dice piú nessuno.

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Μαʀιαƞƞα
Μαʀιαƞƞα wrote a review
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…e non sono solo parole
“Stai zitta: e altre nove frasi che non vogliamo sentire più” è stata una lettura interessante. Su audible, avete la possibilità di ascoltarlo dalla voce della stessa scrittrice e vi assicuro che non c’è modo di distrarsi: il tono è proprio come la penna di lei. Graffiante, duro, incisivo e chiaro.
Come per il monologo della Cortellesi, in occasione del David di Donatello 2018, sul significato delle parole maschili declinate al femminile, anche in questo caso possiamo dire che…non sono solo parole.
Come ho avuto modo di leggere altrove, in altri libri sulla tematica della disparità di genere, il linguaggio è importante, è veicolo di cultura, è specchio di una mentalità
“Il linguaggio è una infrastruttura culturale che riproduce rapporti di potere”
Attraverso brevi capitoli titolati che incarnano anche espressioni stereotipate entrate nel nostro linguaggio comune, l’autrice ci mostra come certe espressioni rivelino in realtà, senza neppure nasconderle, vere discriminazioni sessiste e tentativi di sminuire il potere, le capacità, l’importanza di una donna che abbia qualche ruolo di rilevanza in ambito sociale, politico o economico.
L’utilizzo, ad esempio, del nome di battesimo o di soprannomi e non del titolo culturale/ruolo politico o economico di quella donna “Virginia, Giorgia, Elena…” in luogo di “sindaca”, “onorevole”, “dottoressa”, ecc.
Per i giornali italiani è impossibile utilizzare per le donne il cognome (senza farlo precedere dall’articolo determinativo) o il titolo professionale. È un modo come tanti altri che la giornalista ci illustra, per sminuire il potere delle donne.
Addirittura, l’utilizzo di diminutivi, di soprannomi, (la Merkel accetta di farsi chiamare “Mutti”, mamma) serve per
“Ridurre la distanza simbolica, ispira paternalismo (…) diminuisce l’autorevolezza della funziona ricoperta”
e rende più umane, più avvicinabili, donne che, come gli uomini si distinguono per qualche merito. Un trattamento di familiarità non richiesto.
Ma in Italia, dice l’autrice, una donna capace, piena di talenti, “una donna che comanda è un evento eccezionale che appartiene al fiabesco mondo del fantasy”.
Se si vuole attivare una rivoluzione culturale, bisogna cominciare dal linguaggio. È in quest’ottica che la denuncia della Murgia ha senso, al di là di ogni critica che le si potrebbe muovere. Le idee sono in sostanza ben condivisibili, anche se, a mio parere, in certi passaggi, ho rilevato qualche punta di esagerazione e di radicalismo che mi ha lasciata alquanto perplessa.
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Cap RM - per RFS

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   “Non si può cambiare la realtà da un giorno all’altro, ma nessuna realtà comincerà mai a cambiare se la necessità del cambiamento non diventa evidente a tutti.”


Michela Murgia non ha bisogno di presentazioni. E cosa dire di questo libro? L’autrice ci mostra una panoramica della realtà attuale, senza sconti o giri di parole. Mette in luce i grandi e piccoli trucchi che la società, più o meno consapevolmente, mette in pratica per far sì che le bambine, le ragazze e le donne tutte stiano “al loro posto”.


   “Non credete a chi dice che ‘signora’ è un segno di rispetto: nessuno, in un contesto professionale, chiamerebbe ‘signore’ un uomo che ha un titolo di studio.”


Descrive in modo eccellente le situazioni che le donne di oggi si trovano a combattere, i pregiudizi, le prevaricazioni, il cat calling, in una parola il patriarcato che respiriamo fin da piccole e piccoli (perché anche gli uomini che non si conformano allo stereotipo del maschio bianco figa-alcol-pallone ne sono vittime) fino ad arrivare alla cultura dello stupro, le cui radici partono da lontano per giungere fino ai giorni nostri, come un cancro che in modo subdolo mina la sicurezza, la salute e la vita di tutte noi.


   “Il rapporto inversamente proporzionale tra scolarizzazione femminile e tasso di natalità è considerato segretamente minaccioso da molti uomini, anche politici, che intravedono nell’emancipazione delle donne dai compiti familiari il vero pericolo per la società occidentale.”




   “Il sessismo, come il razzismo, è una cultura aggressiva: pensare che basti viverci dentro passivamente per non averci niente a che fare è un’illusione che nessuno può permettersi di coltivare.”


Caldamente consigliato a tutte e tutti.

DiecigattiDiecigatti wrote a review
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_chiarapanda__chiarapanda_ wrote a review
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Pensavo non mi sarei lasciata trasportare da questo libro, soprattutto perché spesso e volentieri pubblicazioni simili vogliono semplicemente far scalpore o far parlare di sé, senza però addurre qualcosa di nuovo e significativo. Mi sono però lasciata un po’ trascinare quando ho visto l’audiobook, tra l’altro letto direttamente dalla Murgia, il che gli dava sicuramente un valore in più.

Sono perciò contenta di averlo letto per quanto non sia sempre stata d’accordo con le idee riportate.
Purtroppo la generalizzazione è un concetto che si applica male tanto al maschile quanto al femminile: fare di tutta l’erba un fascio è qualcosa che lascia il tempo che trova. Credo che in questo libro siano stati estremizzati alcuni concetti al punto da averne reso un po’ ridicoli anche gli assunti.

L’autrice punta spesso il dito su molte espressioni utilizzate dalle testate giornalistiche che paiano sottolineare un sessismo viscerale: su alcune cose posso concordare appieno, ma su altre credo che si sia lasciata trasportare un po’ troppo. Credo che l’utilizzo di alcune scelte linguistiche sia a volte anche dovuto al registro giornalistico che fa un ampio uso di sinonimi. In alcuni punti si è percepita un po’ troppo la coda di paglia; la Murgia si è a volte presa troppo sul serio, decontestualizzando concetti che non sempre ambiscono a fare del sessismo. Altre volte si è formalizzata su aspetti che sono ormai decisamente retrogradi e superati nella nostra epoca, ad esempio quando fa riferimento al pregiudizio delle donne laureate: ammettiamolo, ora tutti vogliono una dott.ssa in casa. Condivido invece con lei l’idea che il cambiamento debba partire anche dalla semantica: non parlo di “avvocato/avvocatessa”, ma da frasi che ormai abbiamo sentito dire tante, troppe volte, e che celano purtroppo sessismi anche inconsapevoli (v. anche la polemica attuale del leghista Pillon, che dovrebbe fare circo anziché politica).

Di questo libro ritengo molto interessante il modo in cui Michela Murgia snocciola i suoi punti di vista. Il testo è davvero ben scritto, chiaro, va dritto al punto e lo stile è impeccabile. Sicuramente un libro che fa riflettere ma che bisogna interpretare con la giusta attenzione.