Storia della castità
by Elizabeth Abbott
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Cosa hanno in comune Giovanna d'Arco, Elisabetta I di Inghilterra, Newton e Lewis Carroll? Tutti quanti, per motivi differenti, in epoche e società molto lontane fra loro e con risultati eterogenei, hanno praticato, temporaneamente o per l'intera vita, la castità. Nel mondo moderno, in cui il sesso è riconosciuto come una forza fondamentale dell'agire umano ed è perciò sfruttato e commercializzato in mille modi diversi, può sembrare che l'unica ragione per astenersi dai piaceri della carne sia la religione. Secondo Elizabeth Abbott, invece, le cose non stanno affatto in questi termini: la castità non è semplicemente un'imposizione teologica contraria alla natura umana, ma un fenomeno storico-sociale che si è manifestato in tutte le culture e in tutte le varianti. Dalle vergini vestali dell'antica Roma agli atleti dei nostri giorni, dalla castità obbligata dei carcerati alla castrazione degli eunuchi. La castità, sostiene la Abbott, non è in sé né un valore né un disvalore, ma ha sempre rappresentato il duplice e ambivalente aspetto di rinuncia intenzionale o privazione subita, mezzo di emancipazione o strumento di coercizione.

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SvalbardSvalbard wrote a review
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Immaginavo che questo fosse un saggio sulle ragioni, antropologiche e psicologiche, della castità, intesa come uso sociale o come scelta personale. In realtà il libro tiene pienamente fede al suo titolo, “storia della…” ed è un voluminoso, interessantissimo ed esauriente compendio della castità in tutte le forme e gli aspetti in cui ha preso forma nel corso del tempo.

C’è, ovviamente, la castità predicata e agita in ambito religioso, da parte dei padri della Chiesa e da altre figure analoghe nelle religioni non cristiane. C’è la castità prematrimoniale, alla quale non sempre fa seguito una castità post-matrimoniale (ad esempio, tra ebrei e musulmani un matrimonio vissuto senza sessualità è una cosa priva di senso; sessualità, si badi bene, anche a livello ludico, non solo riproduttivo); ci sono infinite altre forme di castità, scelta, agita o imposta nei più vari modi. Molte pagine sono dedicate, ad esempio, alla castrazione, alla pratica di produrre uomini asessuati (a volte, incredibilmente, per loro stessa scelta) per avere funzionari fedeli e le cui attività professionali nelle vicinanze dei poteri più alti non fossero deviate dal desiderio di favorire interessi personali e familiari; o, semplicemente, per diventare cantanti abili e ricercati nei teatri europei. In altre si parla delle terrificanti pratiche dell’infibulazione, “chiudere” le ragazze o asportare loro gli organi sessuali esterni togliendo loro la possibilità di provare piacere sessuale e garantendone in questo modo la loro “purezza”.

Ci sono, e sono forse una delle parti più curiose e interessanti del libro, numerosi casi di castità scelta e agita, soprattutto da parte di donne, come viatico verso una libertà che come mogli e madri non avrebbero avuto, costrette in ruoli che sistematicamente le escludevano dallo studio, dal lavoro intellettuale e da attività generalmente riservate agli uomini. I conventi del Medio Evo e delle età successive non erano solo, per dire, luoghi dove si rinchiudevano fanciulle riluttanti per fare in modo che il patrimonio familiare rimanesse indiviso, ma anche spazi dove donne per nulla desiderose di vivere “da donne” trovavano una loro agognata libertà. Lo stesso facevano le “beghine”, che erano ben altro dalle donne bigotte e retrograde a cui questa parola viene impropriamente accostata, le quali però vivevano la loro castità nel mondo e in comunità aperte da cui potevano entrare e uscire quando volevano (e infatti non erano viste di buon occhio da parte dei poteri ecclesiastici dato che su di esse non potavano esercitare troppi controlli). In tempi più recenti, lo stesso accadde nell’Inghilterra vittoriana, dove donne desiderose di fare cose “da uomini” - esercitare professioni intellettuali, vivere da sole, ecc. - pagarono volentieri il prezzo della castità per non essere considerate donne di malaffare, al punto che la castità era diventata un cavallo di battaglia delle protofemministe dell’epoca, uno strumento per affrancarsi dal sistema di potere maschilista. Intanto, negli USA, si diffondevano i cosiddetti “matrimoni bostoniani” (dal titolo di un romanzo, “Le bostoniane”) in cui coppie di donne creavano tra loro legami strettissimi - e casti - e vi trovavano dimensioni e realizzazioni che un rapporto con un uomo e gli obblighi sociali del matrimonio non avrebbero dato loro. Una di loro, inaspettatamente, è la scrittrice e naturalista Rachel Carson, autrice del bellissimo libro “Il mare intorno a noi”, unico saggio scientifico, a mia conoscenza, che sia mai stato pubblicato dagli Struzzi Einaudi e che ho recensito nella mia libreria. Il titolo, si scopre in una corrispondenza, è una sorta di allusione alla sua compagna e alla loro relazione.

Altre parti del libro sono dedicate a grandi figure storiche di castità: Giovanna d’Arco, Elisabetta I, Teresa d’Avila, Florence Nightingale. Tutti personaggi che non avrebbero potuto essere quello che furono se fossero state “donne sessuate”. Sul fronte maschile, interessantissimo il capitolo su Gandhi, il quale, in una tradizione del pensiero orientale basata sulla rinuncia a tutto quello che è sensorialmente forte (anche, per dire, i cibi speziati) intesa come valore, ha ritenuto anche il sesso un fatto tranquillamente evitabile, cosa che gli ha permesso di ottenere un immenso ascendente politico sulla sua gente. Peccato che però, oltre questo o forse proprio per questo, era anche un manipolatore emotivo ed affettivo piuttosto ripugnante.

Si citano anche casi di “castità patologica”, quella di persone costrette alla castità per paura della sessualità, dovuta ai più vari motivi (ad esempio Kafka), o per nascondere pericolosissime perversioni, come Lewis Carroll o Leonardo da Vinci; o quella obbligata dei carcerati. Non si parla, invece, di un altro tipo di castità, quella coatta di persone libere che non riescono a trovare un partner con cui dar sfogo alle proprie voglie e non vogliono ricorrere al sesso mercenario; ma la cosa non stupisce. Essa pare infatti continuare ad essere anche nel nostro mondo evoluto e libertino un argomento piuttosto tabù, in merito al quale, più che interrogarsi, si danno al massimo risposte pratiche come tecniche e manuali di seduzione. Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alle forme “contemporanee” della castità: quella obbligata ma assolutamente anacronistica dei sacerdoti e di monaci e monache della Chiesa cattolica, messa in discussione da movimenti interni della Chiesa stessa già da decenni - non lo sapevo - e con corollari curiosissimi, tipo pastori anglicani, ovviamente sposati, che, schifati dal fatto che la Chiesa anglicana avesse aperto il sacerdozio alle donne, chiesero ed ottennero di essere integrati nella Chiesa cattolica conservando il loro matrimonio (dal che si deduce che per la Chiesa cattolica un prete sposato è più accettabile di un prete donna). Poi, ancora, la nuova castità come scelta agita dai componenti di movimenti giovanili come “true love waits” o anche da altre persone meno giovani, che in essa trovano un sollievo dallo stress da competizione e da prestazione sessuale a cui la società occidentale contemporanea sembra invariabilmente spingere.

Rimane comunque in piedi una domanda: perché la castità è considerata una virtù? Come abbiamo visto, non è scopo di questo libro cercare di rispondervi, e infatti lo fa solo occasionalmente e marginalmente. Allora provo io a dare delle risposte ipotetiche, ricorrendo alle poche nozioni antropologiche e psicologiche che conosco.

Castità significa controllo delle nascite. Un modo piuttosto estremo di fare in modo che nascessero meno bambini; ma questa idea si scontra col fatto che i figli, nell’antichità, facevano lo stesso servizio che fa oggi l’INPS, ovvero erano indispensabili alla sopravvivenza dei genitori ormai anziani. In tempi in cui i bambini morivano come mosche, era così virtuoso fare meno figli? Talvolta, nel mondo cristiano, si viveva una percezione di imminenza della fine del mondo; in tale contesto la perpetuazione della specie veniva considerata superflua, anzi c’era una certa tendenza al “cupio dissolvi”. Questo potrebbe spiegare la cosa. Peraltro, il libro parla di comunità tribali che, consapevoli della scarsità di risorse naturali sufficienti a nutrire un elevato numero di figli, limitano le nascite con una castità rituale e istituzionalizzata.

il sesso si fa con quelle stesse parti del corpo con cui si fa pipì e pupù. E dato che le attività fecali sono generalmente collegate ad un’idea di schifo e di disgusto, salvo perversioni, anche l’attività sessuale, per un fatto di contiguità, ha teso ad essere considerata una perversione.

Almeno in ambito maschile, Il sesso è antropologicamente collegato all’idea di potere (e di denaro, che è simbolo del potere): molto potere = molto sesso. Rinunciare al sesso, significa rinunciare al fine ultimo di tutti quegli impegni mondani che al loro estremo portavano e portano competizione, prevaricazioni, guerre, rapine, ladrocinii e molte altre cose negative. Quindi, in ultima istanza, rinunciare al sesso potrebbe avere dei risvolti pacifisti, alla faccia del “fate l’amore non fate la guerra” degli hippies. (Questo, beninteso, come pia intenzione; molti psicosessuologi possono spiegare che un’astinenza forzata, magari condita da sensi di colpa ecc, può al contrario portare a disturbi della personalità piuttosto importanti e a una sessualità pericolosamente deviata).

Il sesso sottrae tempo ed energie ad altre cose socialmente apprezzate: il dialogo con il divino o con il soprannaturale, lo studio, il lavoro, eccetera; cose di cui la società ha bisogno per conservarsi o progredire. Questo darebbe ragione all’idea freudiana che quasi tutto è una sublimazione della sessualità: non voglio o non posso fare sesso, allora mi impegno nel lavoro o in qualsiasi altra cosa e in qualche modo trasferisco lì i successi e le gratificazioni che mi mancano nella sfera sessuale. Il problema è che la “qualsiasi altra cosa”, per quanto socialmente apprezzata, non è altro che un mediocre surrogato della sessualità, la quale, piaccia o no, rimane il fine ultimo della vita, dato che è l’unico strumento con cui la specie può perpetuarsi.

Da Origene a Tiziano Terzani, di solito quelli che predicano la castità sono persone vecchie e (sedicenti) sagge ed esperte, e si rivolgono ai giovani con la sicumera di sapere tutto e aver capito tutto: il sesso è illusione, il mondo è vacuità, eccetera. Non sarà che tutta la loro saggezza, condita da una certa quale invidia, non sia dovuta sostanzialmente ad altro che ad ormoni latitanti per sopraggiunti limiti di età? Qualunque persona che,almeno una volta nella vita, ha fatto del sesso di buona qualità, sa che il sesso dà eccome felicità e pienezza esistenziale, e anche un benessere che non sparisce tre secondi dopo.

Questa è facile: spesso sono solo le donne che hanno l’impegno di mantenersi caste e pure. Giusto, perché una vita sessuale libera e selvaggia farebbe venir meno il loro carattere di proprietà privata di padri, fratelli e mariti, e la certezza che i geni propagati nella riproduzione siano effettivamente i loro...
CodaCoda wrote a review
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La libera scelta di non farlo fa il paio o no con il non voler farlo con te da parte dell'unica persona con cui avrebbe fatto la differenza?
Più ne fai meno ti sembra di averne fatto, per cui: ne fai il meno possibile per prenderti il gusto di convincerti d'aver fatto chissà che.
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