Storia di un corpo
by Daniel Pennac
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3 agosto 2010. Tornata a casa dopo il funerale del padre, Lison si vede consegnare un pacco, un regalo post mortem del defunto genitore: è un curioso diario del corpo che lui ha tenuto dall’età di dodici anni fino agli ultimi giorni della sua vita. Al centro di queste pagine regna, con tutta la sua ... More

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Imperverso Imperverso wrote a review
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LettoreDaCorrieraLettoreDaCorriera wrote a review
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Nood-LesseNood-Lesse wrote a review
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Ti ho amata. Babbo

Non avevo mai letto Pennac e questo libro che si annunciava estraneo alla saga per la quale è divenuto famoso, mi incuriosiva. L'idea di scrivere un libro intero cercando di classificare le sensazioni del corpo e le sue reazioni con il passare degli anni è un progetto difficile e ambizioso. Pennac lo affida ad un uomo nato nel 1923 che ha attraversato la guerra, fatto la resistenza e poi intrapreso la carriera diplomatica. Quest’uomo, lascia in eredità il diario di una vita a sua figlia, concludendo la lettera di presentazione con “Ti ho amata. Papà”
È inevitabile che nel diario oltre alle sensazioni corporee finiscano valutazioni psicologiche e ricordi, l'intento principe però rimane e per 300 pagine il corpo futuro diplomatico ci racconta di crescita, sofferenza, godimento e decadimento dal suo punto di vista.
La formula diaristica depotenzia l'immedesimazione fino a disinnescarla. Ho letto e sottolineato vari passi da spettatore. Va chiarito che non si è al cospetto dell’elaborato di in grafomane, Pennac miscela con cura fatti primari e marginali, seri e ridicoli, alternandoli alla presentazione dei familiari e degli amici che attraverseranno la vita del diarista. Quando il corpo non parla, ci pensa Pennac a raccontare del contesto e lo fa bene, lo fa come uno che ha letto Romain Gary ed Ernest Hemingway (li cita entrambi) e che deve al primo più di qualche idea narrativa.
Ogni breve capitolo è marcato con la data di scrittura e l’età del redattore. Quando quell'età è stata in procinto di raggiungere la mia attuale ho cercato di reggere il colpo, quando l'ha superata mi sono intristito. Non ero pronto a leggere una delle possibili proiezioni dei miei anni a venire. Ho riconosciuto le prime flebili avvisaglie della vecchiaia destinate, come i malanni, a diventare “sempre più numerosi, più dolorosi con il passar degli anni” ho riconosciuto il mantra “Imparare a conviverci" a cui chiunque è costretto a ricorrere, purtroppo spesso prima che la vecchiaia sopraggiunga.
Ho preferito la parte finale a quella iniziale che in alcuni punti è inevitabilmente ripetitiva. Pennac non ha mostrato imbarazzo alcuno nel raccontare le funzioni meno nobili e meno letterarie svolte dal corpo, non ha avuto remore a parlare di masturbazione e polluzione, così come non si è nascosto di fronte ai sintomi della malattia grave.
Chiudo riportando un passo del libro
Povero medico! Passare la vita ad aggiustare un programma pensato per non durare. Altri scrivono Il deserto dei tartari. Frédéric è un capolavoro.
Sono d’accordo con Pennac e mi fa piacere che abbia deciso di scriverlo quando avrebbe potuto non farlo, che abbia deciso di farlo sapere a chi ancora non avesse letto il libro di Dino Buzzati. Storia del mio corpo non è capolavoro, però son contento di averlo letto: benvenuto a bordo Monsieur Pennac
(non mi si chieda ora di leggere Malaussène, non sono attrezzato, ho faticato perfino con “la vie devant soi” il romanzo di Gary che pare averlo ispirato)
Chiara WhiteChiara White wrote a review
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SvalbardSvalbard wrote a review
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Dopo aver letto “L’amico scrittore”, in cui si parlava di questo romanzo “laterale”, quindi al di fuori dei consueti standard Belleville-malausseniani di Pennac, mi è venuta voglia di leggerlo.
Si tratta di un romanzo nella forma di diario, praticamente la storia di una persona che, fin da bambino, decide di raccontare del proprio corpo, o meglio della propria corporeità; tutte le vicende e le trasformazioni che coinvolgono l’aspetto “materiale” della sua identità. Si parla quindi pochissimo di quello che accade attorno a lui - guerre, eventi sociopolitici; né di quello che a lui succede a livello sociale (studio, lavoro).

E’ sicuramente un punto di vista interessante; ovviamente il libro è scritto bene, ma diciamo che mi aspettavo qualcosa di più, magari meno cronachistico e più metafisico. Comunque si fa leggere. Curioso, comunque, che nella letteratura francese ci siano così tante riflessioni sul tema del tempo che passa e della decadenza dei corpi (Gary, Tonnerre, Houellebecq, e sicuramente ne dimentico altri).

Tra l’altro, questa lettura mi ha spiegato un fatto che, per fortuna in maniera abbastanza blanda, era capitato anche a me. Diversi anni fa, e per un periodo durato molti mesi, quasi un anno, mi capitava di sentire distintamente uno sgradevole odore fecale, che attribuivo dapprima al lascito di qualche animale di passaggio, poi capii che, reale o immaginario, proveniva da me stesso (e beninteso lo avvertivo solo io). Non me ne preoccupai troppo, dato che non era costante ma veniva solo se mi chinavo repentinamente o in caso di altri particolari movimenti fisici; poi sparì improvvisamente come era venuto. Un medico spiega al personaggio di Pennac che questo capita quando un dentista perfora accidentalmente una delle membrane ossee che si interpongono tra la cavità nasale e altre cavità facciali, di solito chiuse, in cui si accumulano depositi batterici e cellule morte che puzzano (cosa comunque normale e non patologica). Il problema persiste fino a quando il diaframma osseo non si ricostruisce. A lui va peggio, dato che l’odore non va a tratti ma è costante, risultando quasi un handicap sociale (sono io? Sono gli altri?)
Così ho potuto dire: ah, ecco cosa mi era capitato. Poi dicono che la letteratura non serve a niente.

(Comunque sia, questa cose che alla fine della vita si muore bisognerebbe risolverla una volta per tutte. E’ una grandissima scocciatura, nonché latrice di angosce infinite. Ho avuto anche problemi a dormire dopo aver finito di leggere questo libro).