Storia di un corpo
by Daniel Pennac
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All'età di 12 anni, il protagonista viene legato ad un albero da altri ragazzi ad un campo scout: in quell'occasione, dopo essersi defecato addosso, decide di superare le proprie paure imparando a conoscere il proprio corpo. Inizia quindi a scrivere un diario, in cui racconta del rapporto col padre ... More

Svalbard's Review

SvalbardSvalbard wrote a review
03
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Dopo aver letto “L’amico scrittore”, in cui si parlava di questo romanzo “laterale”, quindi al di fuori dei consueti standard Belleville-malausseniani di Pennac, mi è venuta voglia di leggerlo.
Si tratta di un romanzo nella forma di diario, praticamente la storia di una persona che, fin da bambino, decide di raccontare del proprio corpo, o meglio della propria corporeità; tutte le vicende e le trasformazioni che coinvolgono l’aspetto “materiale” della sua identità. Si parla quindi pochissimo di quello che accade attorno a lui - guerre, eventi sociopolitici; né di quello che a lui succede a livello sociale (studio, lavoro).

E’ sicuramente un punto di vista interessante; ovviamente il libro è scritto bene, ma diciamo che mi aspettavo qualcosa di più, magari meno cronachistico e più metafisico. Comunque si fa leggere. Curioso, comunque, che nella letteratura francese ci siano così tante riflessioni sul tema del tempo che passa e della decadenza dei corpi (Gary, Tonnerre, Houellebecq, e sicuramente ne dimentico altri).

Tra l’altro, questa lettura mi ha spiegato un fatto che, per fortuna in maniera abbastanza blanda, era capitato anche a me. Diversi anni fa, e per un periodo durato molti mesi, quasi un anno, mi capitava di sentire distintamente uno sgradevole odore fecale, che attribuivo dapprima al lascito di qualche animale di passaggio, poi capii che, reale o immaginario, proveniva da me stesso (e beninteso lo avvertivo solo io). Non me ne preoccupai troppo, dato che non era costante ma veniva solo se mi chinavo repentinamente o in caso di altri particolari movimenti fisici; poi sparì improvvisamente come era venuto. Un medico spiega al personaggio di Pennac che questo capita quando un dentista perfora accidentalmente una delle membrane ossee che si interpongono tra la cavità nasale e altre cavità facciali, di solito chiuse, in cui si accumulano depositi batterici e cellule morte che puzzano (cosa comunque normale e non patologica). Il problema persiste fino a quando il diaframma osseo non si ricostruisce. A lui va peggio, dato che l’odore non va a tratti ma è costante, risultando quasi un handicap sociale (sono io? Sono gli altri?)
Così ho potuto dire: ah, ecco cosa mi era capitato. Poi dicono che la letteratura non serve a niente.

(Comunque sia, questa cose che alla fine della vita si muore bisognerebbe risolverla una volta per tutte. E’ una grandissima scocciatura, nonché latrice di angosce infinite. Ho avuto anche problemi a dormire dopo aver finito di leggere questo libro).
SvalbardSvalbard wrote a review
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Dopo aver letto “L’amico scrittore”, in cui si parlava di questo romanzo “laterale”, quindi al di fuori dei consueti standard Belleville-malausseniani di Pennac, mi è venuta voglia di leggerlo.
Si tratta di un romanzo nella forma di diario, praticamente la storia di una persona che, fin da bambino, decide di raccontare del proprio corpo, o meglio della propria corporeità; tutte le vicende e le trasformazioni che coinvolgono l’aspetto “materiale” della sua identità. Si parla quindi pochissimo di quello che accade attorno a lui - guerre, eventi sociopolitici; né di quello che a lui succede a livello sociale (studio, lavoro).

E’ sicuramente un punto di vista interessante; ovviamente il libro è scritto bene, ma diciamo che mi aspettavo qualcosa di più, magari meno cronachistico e più metafisico. Comunque si fa leggere. Curioso, comunque, che nella letteratura francese ci siano così tante riflessioni sul tema del tempo che passa e della decadenza dei corpi (Gary, Tonnerre, Houellebecq, e sicuramente ne dimentico altri).

Tra l’altro, questa lettura mi ha spiegato un fatto che, per fortuna in maniera abbastanza blanda, era capitato anche a me. Diversi anni fa, e per un periodo durato molti mesi, quasi un anno, mi capitava di sentire distintamente uno sgradevole odore fecale, che attribuivo dapprima al lascito di qualche animale di passaggio, poi capii che, reale o immaginario, proveniva da me stesso (e beninteso lo avvertivo solo io). Non me ne preoccupai troppo, dato che non era costante ma veniva solo se mi chinavo repentinamente o in caso di altri particolari movimenti fisici; poi sparì improvvisamente come era venuto. Un medico spiega al personaggio di Pennac che questo capita quando un dentista perfora accidentalmente una delle membrane ossee che si interpongono tra la cavità nasale e altre cavità facciali, di solito chiuse, in cui si accumulano depositi batterici e cellule morte che puzzano (cosa comunque normale e non patologica). Il problema persiste fino a quando il diaframma osseo non si ricostruisce. A lui va peggio, dato che l’odore non va a tratti ma è costante, risultando quasi un handicap sociale (sono io? Sono gli altri?)
Così ho potuto dire: ah, ecco cosa mi era capitato. Poi dicono che la letteratura non serve a niente.

(Comunque sia, questa cose che alla fine della vita si muore bisognerebbe risolverla una volta per tutte. E’ una grandissima scocciatura, nonché latrice di angosce infinite. Ho avuto anche problemi a dormire dopo aver finito di leggere questo libro).