Sulla pelle viva
by Tina Merlin
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BatvaliBatvali wrote a review
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Andrea EndriuAndrea Endriu wrote a review
11
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Da leggere assolutamente.
È da molto tempo che cerco un modo per scrivere un breve pensiero su alcuni libri che dovrebbero essere letti da ciascun italiano.
Quella che sto per raccontarvi è una storia molto triste, una storia tragica, una storia nota a molti ma solo in parte: la storia della sciagura del Vajont.
Immaginate di vivere tranquillamente con la vostra famiglia in una bella casa, costruita con fatica e sacrifici su una meravigliosa valle ubicata grosso modo tra due montagne.
Ai vostri piedi un intero campo dove poter raccogliere i frutti della terra, portare le vacche e le pecore al pascolo.
Un giorno questo meraviglioso sogno ha fine e nel modo più brusco: varie autorità hanno stabilito che la vostra valle dovrà essere riempita d'acqua poiché ha tutte le carte in regola per diventare il bacino idroelettrico più vasto in Italia.
Sì, comprendo il vostro sgomento. Avete i vostri campi laggiù e dove porterete le bestie a pascolare? Come potrete sostentarvi?
Non ha importanza, questo sarà un problema vostro da ora innanzi.
Dovrete vendere con le buone o con le cattive.
Certo, protestare rientra tra i vostri diritti, la terra è vostra ma... la vendita è obbligatoria altrimenti subentra l'esproprio forzato. Cosa significa? Che vi saranno dati due spiccioli e dovrete farveli bastare. Per cosa? Per nulla.
I problemi tuttavia non sono finiti qui.
Passano gli anni, il bacino è costruito, ogni tanto la terra trema e casca un pezzo di montagna, ma cosa volete che sia? Non pretenderete mica che si fermi il progresso e l'economia per qualche lieve smottamento?
No!
Voi ed i vostri concittadini avete paura, è comprensibile e tuttavia nessuno vi manda via, nessuno sgombra i paesi, forse non c'è nulla da temere.
Non ci sarà nulla da temere sino a quel maledetto 9 ottobre 1963 alle 22.39, quando duecentosessanta milioni di metri cubi di terra si staccano dal Monte Toc e piombano nel bacino sollevando cinquanta milioni di metri cubi d'acqua, che scavalcano la diga.
Quattro minuti di tempo per capire perché la terra tremi, a cosa sia dovuto quel rumore cupo, perché quel vento si sia alzato, perché sia saltata la corrente, uscire fuori a vedere, accorgersi del muro d'acqua e per quasi 2000 persone, morire.
Il libro è ben ricco di dettagli sul marcio che si cela dietro il Vajont, su ciò che hanno provato le persone tra espropri, ingiustizie, paura, terrore.
Vale la pena leggerlo.
Anzi, credo sia un preciso dovere.
Quelle persone sono state uccise dall'acqua? Probabilmente!
Dalla frana?
Plausibilmente!
Dall'avidità umana?
Certamente!
Spero di aver trovato le parole giuste ed avervi convinto a leggere di questa storia struggente, spaventosamente reale, macchiata del sangue di innocenti sacrificati al volere dell'avidità.
"La Natura non è buona, non è cattiva ma è indifferente. Non uno di noi moscerini vivo se la Natura decidesse davvero di muoverci guerra".
Sally68Sally68 wrote a review
418
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Libro che entra, per me di diritto, tra quelli indispensabili. È una vicenda che non deve essere dimenticata. Le voci inascoltate dei pochi abitanti di due piccoli paesi, che hanno tentato in tutti i modi di farsi sentire, di rivendicare la loro paura, la loro consapevolezza davanti a qualcosa che sentivano, percepivano, vivevano ogni giorno ma che purtroppo è stato inascoltato o più giustamente non si è voluto ascoltare. Non si è voluto ascoltare, non perché non ci fossero segnali precisi o perizie poco dettagliate, anzi, il disastro, lo sfaldamento del monte Toc era chiaro a tutti, ma nessuno ebbe il coraggio di affrontare, di opporsi alla SADE (Società Adriatica Di Elettricità), la quale progettò e costruì tra il 1957 -1960 la diga del Vajont, col sostegno dei politici, del governo. Lo scopo della diga era di fungere da serbatoio idrico di regolazione stagionale per le acque, per poi produrre energia tramite piccole centrali idroelettriche e così incrementare lo sviluppo economico del Nord-Italia. Si è mentito, si è volutamente nascosto, distorto quanto era agli atti e agli occhi di tutti, pur di non guardare in faccia la realtà, dimenticando che stavano giocando con il destino, la vita di molte persone. Purtroppo, il Toc, dopo aver per mesi fatto sentire la sua voce, allarmando con i suoi continui terremoti e boati gli abitanti del luogo, ha sfogato la sua rabbia, sommergendo il bacino, provocando un'onda che superò la diga e distrusse il paese di Longarone causando 2 000 vittime.
Questa lettura è stata per me come un pugno nello stomaco proprio perché sarebbe stata facilmente evitabile. Fa paura pensare o rendersi conto che la voce degli ultimi, il più delle volte, non viene ascoltata e così poche volte presa in considerazione.
719
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La pelle viva continua a bruciare.
9 Ottobre 1963: un'enorme frana si stacca dal monte Toc e precipita nell'invaso artificiale del Vajont: l'onda che si genera investe la diga, che resiste all'impatto ma viene scavalcata da un'immensa massa d'acqua che si abbatte come un maglio sul sottostante paese di Longarone, che viene letteralmente spazzato via. Anche sul lato a monte dell'invaso l'onda provoca morti: complessivamente saranno più di duemila. Fatalità? Assolutamente no. Tutto ampiamente previsto, rappresentato, denunciato a più riprese a tutti gli organismi partecipi. Quei morti hanno pesato su coscienze ben definite e precise.
Tutte queste vite sono state immolate sull'altare del denaro, dell'interesse, del potere che si mantiene e prospera con le complicità politiche, con la corruzione, con l'intimidazione.
Invito chi fosse portato a pensare che certi episodi sono potuti accadere in epoche in cui la consapevolezza della gente, la circolazione delle notizie, i mezzi tecnici erano imparagonabili rispetto a quelli attuali, a ricordare il crollo del ponte Morandi di Genova, il 14 agosto del 2018: non sono forse i medesimi ingranaggi che si sono messi in movimento anche in quell'occasione, nonostante i 55 anni trascorsi?
Per favore, non mettiamo a raffronto la gravità degli episodi in base al numero dei morti, che a Genova è stato di cinquanta volte inferiore: se c'è una cosa priva di senso è quella di voler fare la hit parade di disgrazie e iniquità. Ciò su cui c'è da riflettere è il disprezzo delle vite perpetrato tacendo quando si dovrebbe parlare, anzi, urlare; il compiacere i potenti di turno sminuendo o addirittura negando il pericolo incombente, nascondendo, falsificando, aggiustando....
Una considerazione che mi viene da fare è quella che chi ha avuto la parte dell'assassino, il Monte Toc da una parte, il Ponte dall'altra, abbia in realtà fatto l'impossibile per evitare o mitigare la tragedia: il monte emettendo sordi boati, vibrazioni, frane sin da molti giorni prima del tracollo, il ponte resistendo stoicamente al carico di colonne di mezzi fermi su tutte le sue corsie solo un paio di giorni prima del crollo: lo posso dire perché era poche centinaia di metri sotto le mie finestre e se fosse crollato allora il bilancio delle vittime sarebbe stato enormemente più pesante.
Quanto al libro va valutato sotto due aspetti: la documentazione e la cognizione dell'autrice è assoluta: ogni affermazione è avvolorata da documenti ed atti puntualmente menzionati nelle numerosissime note: meriterebbe il massimo dei voti. La leggibilità logicamente risente negativamente di questa puntigliosità. La media sono le quattro stelle.
Gauss74Gauss74 wrote a review
16
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Correva l'anno 1998 ed un secchionesco, feroce lettore stava affrontando il corso universitario di geologia applicata all' Ingegneria, dal quale era stato affascinato. Lo chiamavano Gauss, dicevano che fosse un genio matematico...anche se la tragica vicenda della quale stiamo parlando di matematico aveva davvero molto poco. Vicenda che peraltro conosciamo tutti, il massacrio della popolazione di Longarone, travolta dalle acque del neocostruito bacino idroelettrico del Vajont, su cui era crollato il massiccio sovrastante del monte Toc.

E' una storia tutta italiana, e che per questo resta tristemente attuale come elemento di riflessione sull'oggi e su come le grandi opere sono gestite anche nel terzo millennio. Un miscuglio di inevitabili eventi di portata storica, corruzione, becero classismo, ma anche inesperienza scientifica, sovrapposizione di priorità politiche su quelle tecniche e mille altri fattori. La complessità è tale che è praticamente impossibile abbracciare la vicenda da tutti i punti di vista, e chi volesse essere anche solo in minima parte consapevole su come certi problemi vadano affrontati, dovrebbe conoscere assai più che il (bellissimo) spettacolo di marco Paolini, che ricalca proprio questo libro di Tina Merlin.

Siamo nel 1982, e la vicenda processuale legata al Vajont si era appena conclusa, con condanne ppoco più che simboliche per i principali responsabili, con l'amarezza delle popolazioni che si sono viste prima prese in giro da tanta clemenza poi abbandonate a se stesse dopo decenni di inutili promesse. L' attivista comunista e giornalista dell' Unità Tina Merlin, che degli anni della costruzione della diga aveva fatto una cronaca spietata e censoria affrontando con coraggio le minacce e gli affronti delle istituzioni e della SADE, sente il bisogno di tirare le somme. E lo fa riassumendo gli eventi, le corruzioni, i silenzi, le ipocrisie, le criminali priorità da una parte di un'azienda come la SADE che è disposta a rischiare la vita di migliaia di innocenti pur di passare la patata di un impianto marcio allo stato, dall'altra dello stato stesso che affamato di energia e di progresso non vuole lasciare un'arma politica spaventosa in mano alla sinistra, proprio nel cuore del triveneto.
E' sufficiente? Niente affatto, e lo si capisce proprio dalla conclusione, nella quale la giornalista di Trichiana non lamenta la mancanza di giustizia, o comunque non del tutto. Lamenta che non sia stata fatta la rivoluzione: e questo è un segno dei tempi, nei quali tutto era politico e tutto si ammantava di politica. Anche una tragedia frutto di incompetenza e corruzione viene vista nell'ottica di una strategia politica, non nel suo complesso per cercare di migliorare.

"Sulla pelle viva" è quindi un punto di partenza indispensabile, ma non può essere un punto di arrivo: come ben sapeva il supposto genio matematico di cui sopra quando assistette a una lezione straordinaria sul Vajont di un professore ormai invecchiato, che dei fatti dava una lettura assai più tecnica ed equilibrata. Ed era una lettura assai autorevole devo dire, perchè quel vecchio era nientemeno che Edoardo Semenza, il figlio del progettista della diga, ed il giovane geologo che aveva previsto la tragedia pur sottovalutandone in modo drammatico la portata: ne aveva di cose da dire, quel vecchio, che Paolini e Merlin non hanno detto. Dal punto di vista ingegneristico, Carlo Semenza ha fatto un capolavoro assoluto. La diga del Vajont è un prodigio di ingegneria civile, dall'alto di centinaia di metri gli è letteralmente crollata una montagna sopra ed è rimasta in piedi. Se fosse crollata la diga la stessa città di Pordenone, forse (ma è una mia ipotesi) sarebbe stata travolta.
Dal punto di vista geologico la diga è stata uno spaventoso fallimento. Nel secondo dopoguerra la geologia applicata alle opere civili era ancora ai primordi, anzi si può dire che questa disciplina (rimando a "Geologia applicata all'ingegneria" di Giulio Cesare Carloni) sia nata proprio con la catastrofe del Vajont. Di certo non ha aiutato la nomina forse non casuale di un tremante vecchio come Giorgio dal Piaz per la relazione geologica del sito, proprio quel Dal Piaz che si troverà in condizioni di indigenza tale da chiedere un ruolo di consulenza per arrotondare la pensione proprio alla SADE. Figurarsi.

L'aspetto politico ed economico è forse il più importante di tutti, ed è quello che Tina Merlin meglio descrive. Le connivenze tra governo centrale e grandi imprese private nell'Italia della guerra fredda sono denunciate con foga quasi partigiana dalla giornalista comunista, e non hanno nulla da invidiare ai marciumi della guerra fredda. occorre ricordare che i primi anni sessanta sono gli anni della nascita dell'enel e della nazionalizzazione della produzione di energia elettrica: la SADE aveva una gran fretta di collaudare l'impianto anche a costo di rischiare vite umane perchè altrimenti l'Enel glielo avrebbe comprato a prezzo di impianto non collaudato o peggio non glielo avrebbe comprato affatto. A Biadene e soci non importava niente che l'impianto fosse rischioso, importava passare la patata.

E lo stato? Al netto della corruzione, secondo me bisogna sottolineare un aspetto. Siamo nell' Italia del boom economico, un paese senza risorse che ha una fame di energia terribile per nutrire un paese in crescita economica tumultuosa; tutto questo nel periodo di una guerra fredda che complice la crisi di Cuba era tornata a farsi più minacciosa che mai, ed in cui gli equilibri di potere si stavano spostando verso sinistra in un modo che agli occhi di qualcuno poteva sembrare pericoloso. I governi di centrosinistra sarebbero arrivati di lì a pochi mesi. Anche una istituzione politica onesta (e quella democristiana di quegli anni sembra che non lo fosse) sarebbe stata costretta ad assumersi dei rischi in quelle condizioni. Davvero ci si poteva permettere di rinunciare ad una risorsa elettrica così importante, di rinunciare ad una fonte di consenso di cui c'era disperato bisogno vista la situazione geopolitica, di fronte alle rassicurazioni di tecnici ed esperti e contro le denunce di un pugno di contadini sobillati (sic) da una giornalista al soldo del nemico comunista? Ci sarebbe voluto coraggio politico, e quel coraggio evidentemente non c'era, come dimostra il governo dell'epoca che alle interrogazioni parlamentari neppure rispondeva.

Aggiungo che certi timori non erano del tutto infondati. Nella conclusione di "Sulla pelle viva" Tina Merlin si scandalizza non perchè la giustizia sia stata troppo clemente, ma perchè i visitatori del sito della catastrofe non si infuriano, non si rivoltano. Ai comunisti interessa la rivoluzione, non la diga in sè. Ed anche di quello sarebbe interessante parlare, visto che basta leggere l'autobiografia di Rossana Rossanda per vedere come poi in realtà al PCI di quegli anni interessavano assai più le opinioni dei fatti, occorre dire. Era già un partito di carta, che si allontanava dal paese e dalle classi più povere, lasciando spazio politico ad organizzazioni assai più sinistre (in tutti i sensi).

E la gente? E i contadini? Di tutta questa vicenda sono gli unici innocenti, e occorre rendere merito a Tina Merlin di avere bene raccontato la loro storia. Anche qui resta però un dubbio. Se l'avessero avuta vinta, se il cantiere del Vajont fosse stato fermato, la loro vita contadina si sarebbe salvata? Romanzi come "resto qui", "le otto montagne", "il giro del miele" sembrano testimoniare il contrario. Lo spopolamento delle montagne nell'Italia che si stava industrializzando era un fenomeno irreversibile, del quale la catastrofe del Vajont è stato solo un episodio marginale.

restano da dire due parole su come quella vicenda abbia influenzato l' Italia di oggi, nel bene e nel male. Per gli aspiranti ingegneri (quelli civili ed industriali almeno, le robe strane alla ingegneria gestionale ho paura che siano rimaste lontane dalla realtà) il Vajont è quasi un luogo di culto, ed è difficile non sentire la tentazione di visitare quei posti, dove al prezzo di duemila vittime innocenti è nata la geologia applicata all'ingegneria. E' bene che sia così, e si vede nei fatti. Nei decenni successivi, catastrofi di quella portata a seguito di opere pubbliche mal progettate e mal gestite non si sono ripetute. La grande prudenza tecnica e politica con cui vengono affrontati temi come il ponte sullo stretto, la TAV in Val Susa ma anche la variante di valico par dirne una che è stata fatta, sono lì a testimoniarlo. E' giusto e doveroso che le priorità sulla fattibilità delle grandi opere si spostino syulla sicurezza, non solo personale ma anche del territorio. Il punto è che siccome siamo in Italia, il paese dei tanti notai e pochi ingegneri, questa prudenza è diventata una catena che ha imprigionato il nostro sviluppo. Abbiamo una rete stradale del terzo mondo. Abbiamo strade che aspettano di essere costruite da cinquanta anni, imbrigliate da cavilli ed avvocatucoli sempre nuovi.
Il triste destino di un paese dove il consenso politico l'interesse del singolo vengono sempre prima della competenza e della strategia.

In ogni caso, se lo trovate, leggetelo un qualche saggio tecnico sull'opera del Vajont. Vale la pena capire quanto è successo con un po' meno rabbia ed un po' più di riflessione.
NovellaNovella wrote a review
04
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La storia raccontata dall'altra parte
Nulla di nuovo probabilmente. L'accaduto lo conosciamo quasi tutti e il testo è stato reso noto al grande pubblico da Marco Paolini in modo magistrale. Lo spettacolo del 1993 cita il libro e ne attinge a piene mani. Ma avevo un buono Amazon da pochi spicci e per affetto nei confronti dell'opera di Paolini ho acquistato anche questo testo. È scarno e pungente. Al centro contiene poche significative foto. Scritto nel 1983 e rifiutato da molto editori, alla fine è diventato noto proprio grazie a Paolini.
Tina Merlin era comunista e giornalista dell'Unità, quindi non sorprende di leggerla con il dente avvelenato anche contro esponenti politici Dc che poi sono passati alla storia come "brave persone". Ma il clima dell'epoca era questo e una tragedia del genere certo non poteva non suscitare grandi interrogativi e grandi accuse. Se vogliamo provare ad essere più indulgenti (e non è detto che sia la cosa giusta) possiamo dire che si è permesso a un potere economico di agire in barba alla legge, senza alcun controllo. E come dicono sia la Merlin, sia Paolini sia Pansa, che firmano le prefazioni, pare esser questo il problema italiano: qualsiasi potere che sia veramente potente, nazionale o locale, per una sorta di timore quando non proprio corruzione o connivenza, si trova ad avere le mani libere. E proprio a questo servono i tanti organismi di controllo che prevede la Costituzione a garanzia dei più deboli, che in questa storia purtroppo non furono considerati da quasi nessuno. Tina Merlin aveva dalla sua, oltre all'ideologia, anche la vicinanza geografica coi luoghi, essendo di zona ed essendo corrispondente locale. Il suo scritto è perciò scarno ma sentito. Forse pecca di ingenuità, nel senso che purtroppo la storia insegna che qualunque ideologia, quando diventa lei stessa potere, tende a comportarsi uguale ai poteri precedenti. E noi che leggiamo oggi a debita distanza possiamo fare un poca (poca) di tara. Non tutta la DC era criminale, non tutto il PCI era santo. Ma di sicuro alla politica di oggi il testo sottolinea la necessità che qualcuno stia al fianco di chi non ha voce abbastanza forte da farsi sentire al potere, che qualcuno faccia da argine, e che se non parli alla gente (quante periferie oggi possono sostituirsi ai montanari di allora?) lo farà il potete stesso spacciandosi per altro.