Tempo fuori luogo
by Philip K. Dick
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La vita in una piccola città della provincia americana scorre prevedibile e rassicurante. Un uomo però ha l'impressione che qualcosa sia fuori posto. È una sensazione indefinibile, un oscuro disagio. Se la realtà è un gigantesco complotto la paranoia è il modo migliore per raggiungere la verità.

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Nicoletta Mrs. HatsNicoletta Mrs. Hats wrote a review
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Forse il primo libro importante di Dick, anche se non era poi così giovane come pensavo leggendolo...Un libro molto ben scritto, senza le divagazioni e i contorcimenti filosofici tipici, anche se, dopo uno sviluppo realistico e molto lineare, nelle ultimissime pagine del finale mette in campo un bel po' di questioni importanti. Tra queste (critica al consumismo, al militarismo, al condizionamento, riflessioni sulla guerra, sull'infanzia come età felice) quello che mi ha colpita è un autentico entusiasmo per il viaggio nello spazio, come conquista di libertà e superamento dei limiti riportato all'istinto atavico della migrazione: la fantascienza per Dick mi è sempre sembrata un sofisticato pretesto per la sua narrazione, non ci avevo mai sentito un simile afflato da autentico scrittore di sci-fi. E a proposito di narrazione devo sottolineare la bellezza di questa storia, semplice e come già detto molto lineare, forse un po' rovinata dal fatto di sapere fin dall'inizio dove andrà a parare, visto che è purtroppo arcinoto il suo spunto al film The Truman show: ciononostante, ed è veramente incredibile, il racconto si dipana dalla realistica descrizione della tranquilla provincia americana degli anni '50 in un crescendo di disvelamento e suspense che onestamente mi è parso degno del migliore Hitchcock (la maestria è proprio che funziona bene anche conoscendone già la fine).
Ultima nota, ho trovato eccellente l'idea di parlare della contemporaneità narrandola da un futuro presunto in un moto contrario a quello a cui siamo solitamente abituati (di solito si presenta la descrizione della società futura e poi si torna indietro nel tempo ai giorni "nostri", come potrebbe essere in qualche Star Trek, tanto per rimanere in un'epoca non troppo distante). Un escamotage efficace per un libro ben strutturato, una fantascienza originale, credo che per l'epoca fosse davvero un'invenzione notevole. Dick non delude mai.
ilcomiziettoilcomizietto wrote a review
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1959
L’introduzione di Pagetti e la postfazione della Guidotti danno così tanti spunti di riflessione e collegamenti letterari che si rimane quasi disorientati dalla densità di quest’opera. Disorientamento anche maggiore se si pensa alla banalità apparente del racconto: una tranquilla cittadina di provincia americana nel 1959. Si presenta la vita del protagonista, Ragle Gumm, e della sua famiglia, la sorella Margo, il cognato Vic e il nipote Sammy: i rapporti con i vicini, il lavoro in un supermercato, la vita borghese, il giornale lanciato sulla porta, il quiz a premi, i programmi televisivi alla sera, la vita famigliare. Le preoccupazioni dell’uomo medio: la guerra fredda con i sovietici, la crisi economica incombente, la paura degli UFO, i vicini di casa invadenti. Sembra ci sia ben poco da raccontare, ma qualcosa non torna. Alcuni dettagli rivelano un’altra realtà. Tempo fuor di sesto, il tempo scombinato, scardinato, è una citazione shakespeariana presente nel romanzo che l’editore ha voluto richiamare nel titolo. Sono paranoie o indicatori reali di un altro mondo?

Un altro mondo forse ingenuo come il primo, ma evocativo: la conquista del far west, l’espansione economica, il riassetto politico portato dalle conquiste tecnologiche e spaziali visto con grande innocenza.

Un concentrato di vita americana e di riferimenti culturali e letterari che i due curatori vi indicheranno con grande precisione e che se avete voglia potete approfondire partendo da questa bibliografia.

Con uno stile asciutto, essenziale, ogni frase ha un suo significato e un collegamento con quanto accade dopo, con un continuo cambio del punto di vista del narratore, reso nel modo meno evidente possibile, il ritmo narrativo si mantiene sostenuto. Non c’è tempo per distrarsi o interrompere la lettura.

Interessanti le recensioni altrui su anobii.

Penso che dovrò leggere altro di Dick, che le pecore elettriche e questo romanzo non bastano a colmare una mia grande lacuna in questo genere letterario.

Buona lettura!
SeashantySeashanty wrote a review
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The Ragle Show
Fine anni cinquanta. In una non meglio precisata città di provincia del Midwest americano, Ragle Gumm é un uomo di mezza età apparentemente mai cresciuto. Reduce sul fronte del Pacifico durante il secondo conflitto mondiale, sembra aver rinunciato in partenza ad ogni proposito di autonomia e vive negli scomodi panni del bamboccione fuori tempo massimo nella dimora della sorella Margo e del di lei consorte Vic Nielson, assieme a un nipote preadolescente che é quasi un fratello minore. Non che l'ovatta di questa placida e indolente esistenza gli venga rinfacciata da chicchessia: la sua condizione di anomalia assoluta, di maschio bianco chiamato a contendersi lo scettro del focolare con vacue casalinghe come la vicina Junie Black, é compensata da una popolarità che il Nostro vive come ingombrante e fastidiosa, giorno dopo giorno. L'abilità nel primeggiare in un assurdo quizzone di portata nazionale, intitolato "Dove si troverà l'omino verde?" e apparecchiato dal quotidiano più venduto, la Gazette, lo ha reso suo malgrado una celebrità e gli frutta una discreta rendita mensile, pur tenendolo impegnato buona parte della giornata con le sue statistiche a caccia di disegni risolutivi, le chiappe sul divano e la birra tiepida come solo carburante.

Alcune incongruenze vissute o raccontate da altri nella sua stretta cerchia, oltre al reperimento di strani documenti che sembrano provenire da un presente alternativo incastonato in un passato ai limiti della mitologia, cominciano tuttavia a incrinare la noiosa ma rassicurante routine nella ridente cittadina e ad alimentare in Ragle il sospetto che, dietro lo schermo delle apparenze, si celi una verità ben diversa. A poco serviranno le platoniche distrazioni erotiche dell'evanescente signora della porta accanto, disposta a sacrificare il matrimonio per una nuova vita al fianco del nostro protagonista: il fervore delle sue convinzioni in merito a una presunta cospirazione ai suoi danni, oltre alla sensazione di essere una specie di ago della bilancia nei destini planetari, lo spingeranno a cercare per ben due volte la fuga da una città che pare volerlo prigioniero, a tutti i costi. Fallito il primo tentativo senza poter conservare memoria delle ragioni dell'insuccesso, il tenace Ragle riuscirà nell'impresa alla seconda occasione, solo per scoprire che le sue intuizioni erano più che esatte, ancorché incredibili.

Tra richiami all'Amleto, a Peter Pan e Robinson Crusoe, e citazioni a tutto campo dallo sfrenato immaginario fifties nordamericano, "Time out of joint" é la prima sortita dickiana nei dedali del romanzo postmodernista e, come tale, lascia subito il segno con una sbalorditiva architettura di realistiche illusioni. Un po' operazione nostalgia pianificata "in diretta" (il 1959 fittizio di Gumm raccontato nel 1959 autentico di Dick, con la patina già guasta sotto lo sbrilluccicante candore degli incarti dorati e argentati), un po' perlustrazione sociologica sull'influenza manipolatoria del circo massmediale negli anni del secondo mandato di Eisenhower, con in sovrappiù una riflessione per nulla banale sul tema della memoria (individuale e collettiva), una satira di costume a base di cliché prematuramente avvizziti, un'avvincente spy-story ansiogena in clima da prima guerra fredda (con la sua buona dose di suggestioni da "cronache del dopobomba") e, in ultimo, la necessaria sci-fi apocalittica di fine millennio con tanto di conflitto fratricida intergalattico e riprogrammazioni mentali su larga scala: ci ha visto bene Lou Stathis, nel definire "Tempo fuor di sesto" un testo mutante, per la tendenza schizofrenica con cui si orienta a invalidare qualsiasi riferimento di genere. Al centro - ed é ciò che più affascina - c'è il mastodontico villaggio Potemkin dell'indimenticabile Old Town, scenario teatrale più che palcoscenico per migliaia di inconsapevoli figuranti, ideato a uso e consumo del più anomalo degli antieroi per poter regredire "in una fantasia di serenità" e da lì combattere la propria battaglia essenziale sgravato dal peso dei destini di tutti. Visto da una diversa prospettiva, qualcosa di non troppo dissimile dalle vicende del mite Truman Burbank di "The Truman Show". Arrivato, guarda un po', proprio in quel 1998 che qui rappresenta il presente autentico, ma che al momento della pubblicazione era distante una quarantina di anni: un futuro ai tempi non pronosticabile, a meno che non ci si chiamasse Philip Kindred Dick.

(8.8/10)
SUN50SUN50 wrote a review
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Who is the green little man? (con TRADUZIONE)
"Time Out of Joint", first published in 1959, is not one of his PKD's better known or critically acclaimed novels. Nonetheless it is a story I greatly admire. It concerns a man, Ragle Gumm, who makes his living by consistently correctly solving a newspaper puzzle contest: "Where Will the Little Green Man be Next?"
At first this odd story appears quite mundane. Set against the background of small town suburbia life in the 1950's - nothing appears to out of the ordinary. Ragle Gumm's brother-in-law is a grocer, his young nephew gets into minor schoolboy mischief, he plays cards in the evening and there is an undercurrent of infidelity with the neighbor's wife. Slowly like a cat creeping across the lawn on a moonless night the weirdness starts to set in. Someone looks for a pull cord for a bathroom light they swore was always there and finds a wall switch. Small slips of paper with item names are found under or near where the item previously was thought to be located. Televisions are found in homes but no radios.
A modestly paced story that engaged this reader as the plot unfolds but, unfortunately, marred by an ending that seem forced and out of place. It is my opinion that the more you know about PKD the better you can appreciate this story.
TRADUZIONE
”Time Out of Joint", pubblicato per la prima volta nel 1959, non è uno dei suoi romanzi PKD più conosciuti o acclamati dalla critica. Tuttavia è una storia che ammiro molto. Parla di un uomo, Ragle Gumm, che si guadagna da vivere risolvendo in modo coerente e corretto un concorso a premi del giornale Gazzette: “Dove sarà il prossimo omino verde?” All'inizio questa strana storia appare abbastanza banale. Sullo sfondo della vita nei sobborghi di una piccole città negli anni ‘50, niente sembra fuori dal comune. Il cognato di Ragle Gumm è un droghiere, il suo giovane nipote è coinvolto in piccoli guai da scolaretto, gioca a carte la sera e c'è un sottofondo di infedeltà con la moglie del vicino. Lentamente, come un gatto che si insinua nel prato in una notte senza luna, la stranezza comincia a manifestarsi. Qualcuno cerca una corda a strappo per la luce del bagno, giurando di essere sempre lì, e trova un interruttore a muro. Piccoli foglietti di carta con i nomi degli oggetti si trovano sotto o vicino al luogo in cui si pensava che si trovasse l'oggetto. I televisori si trovano nelle case, ma non le radio. Una storia dal ritmo lento che coinvolge il lettore nel corso dello svolgimento della trama, ma che purtroppo è stata rovinata da un finale che sembra forzato e fuori luogo. È mia opinione che più si conosce la PKD e meglio si può apprezzare questa storia.
Alessandro PedrettaAlessandro Pedretta wrote a review
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Spoiler Alert
L'immaginifico paranoico di Dick
alessandropedretta.wordpress.com/2019/12/10/luomo-dei-giochi-a-premi-di-philip-k-dick/#more-600

L’uomo dei giochi a premio (Time Out OF Joint), in Italia uscito inizialmente col titolo Il tempo si è spezzato e successivamente in Tempo fuori luogo e Tempo fuor di sesto, è il sesto romanzo di Philip Dick e a mio parere il primo col quale riesce a creare una storia veramente originale e che rientra in quella che poi sarà considerata la sua precisa cifra stilistica, cioè la fantascienza che attinge a piene mani nell’immaginifico paranoico (caposaldo esistenziale proprio dell’autore, nel bene e nel male), e che illustra in maniera geniale il proprio immaginario speculativo su cosa la realtà apparente ci può nascondere. Dick riesce a morderti le caviglie e a farti chiedere: sto vivendo una vita fasulla? Quello che faccio e penso è esattamente quello che vorrei fare e che penso veramente? Si vive sempre una specie di dissociazione della consapevolezza, con Dick, di dubbio angosciante, di straniamento dei codici della realtà, e con L’uomo dei giochi a premio l’autore inizia secondo me in modo veramente visionario e eccelso a dispiegare il vero valore della sua scrittura, della sua filosofia. Con i libri precedenti si era allenato, ora comincia a fare sul serio.

Sulla potenza visionaria del racconto, scritto nel 1959, basterebbe dire che il film del 1998 The Truman Show diretto da Peter Weir e interpretato da Jim Carrey vi si ispira profondamente, se non avete letto ancora il libro fatelo e ditemi se non troverete profonde similitudini, anche e soprattutto emozionali.

Come nella maggior parte dei libri di Dick egli trova l’ispirazione tramite gli accadimenti spesso strampalati e irrazionali che gli succedono in vita. Estremamente singolare è il fatto che gli accade un giorno andando in bagno, a casa sua. Entrandovi, inconsciamente stende la mano per tirare la cordicella della luce. Non la trova, la cordicella, semplicemente perché non c’è mai stata, in bagno ha sempre avuto solo un semplicissimo interruttore. Eppure istintivamente ha cercato la cordicella. Questo strano accadimento nella mente di Dick assume un connotato che lo fa elucubrare sulle diverse e infinite speculazioni filosofiche su quel che siamo e chi siamo veramente. Perché ha cercato una corda che in verità non c’è e non c’è mai stata? Cosa è stato a far sì che compisse quell’azione automatica? Che forse in realtà Philip ha sempre vissuto in un altro posto dove quella cordicella esiste e la usa quotidianamente, magari in un bagno in tutto simile a quello che usa ora? O forse gli hanno innestato i ricordi e una personalità che non è la sua? Ecco, questo piccolo ma affascinante fatto lo inserisce nel romanzo, lo fa accadere a un attore comprimario alla storia, l’accadimento che poi darà il là alle vicende del protagonista: Rugle Gum.

Ci troviamo nella solita e tipica cittadina della provincia americana di fine anni ‘50, tipico palcoscenico di molte storie dell’autore. Rugle Gum vive con la sorella, il cognato e il piccolo figlio di loro. Pacifica vita di provincia: il cognato che lavora in un supermercato, la sorella massaia infaticabile, i vicini amorevoli, il praticello fuori casa, le casette tutte uguali.

Rugle Gum si guadagna da vivere in maniera differente, partecipa a un concorso indetto dal giornale locale in cui deve azzeccare la casella in una scacchiera. Il gioco si chiama “Dove andrà oggi il nostro Omino Verde?”. Gum pratica un sistema studiato alla perfezione per poter arrivare alla soluzione, spedisce la risposta al giornale e vince sempre, piccole somme di denaro che comunque lo fanno vivere agiatamente.

La narrazione di Dick, sempre sobria e semplice, diventa incalzante col passare degli accadimenti, Gum si accorge che qualcosa non torna in quella piccola cittadina e nel gioco a premio che inevitabilmente vince, finché non arriverà a scoprire che la realtà è tutta una montatura, che “loro”, qualcuno da fuori, fa di tutto perché lui continui la sua solita vita, senza poter scappare da quel luogo, da quelle persone, dal giornale recapitatogli tutti i giorni fuori dalla porta di casa.

Il fattore che mi stupisce sempre in Dick, nella sua scrittura, è che seppur abbia uno stile minimale, spesso goffo, con uno stile asciutto forse troppo, riesce sempre ad essere incalzante, i suoi libri li leggi di un fiato. È uno di quei casi in cui la visione supera di gran lunga la manodopera. È la sua genialità che conta, il suo scrutare profetico nel buio, le sue allucinazioni tremendamente attuali, sempre attuali. Come ha detto anche egli stesso Dick non è uno scrittore di fantascienza, neppure uno scrittore, è un filosofo.

Come ho già accennato gli assiomi concettuali di Dick affiorano in questo libro prepotentemente. È il suo vero e proprio primo libro sulla paranoia, sul complotto. Ma la metafora intellettuale di Dick è profonda, non si esemplifica con slogan o semplici esempi, bisogna viverla tramite le sue sempre originali parole, il suo chirurgico attacco allo status quo.
Flower23Flower23 wrote a review
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CosimoColbiCosimoColbi wrote a review
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Non provarci, signor Dick


“Possiamo mettere insieme tutto quello che sappiamo, si rese conto, ma non ci dirà nulla, tranne che qualcosa non va. E questo lo sapevamo fin dal principio. Gli indizi che stiamo raccogliendo non ci danno una soluzione; ci mostrano soltanto la portata di questa incongruenza”.

Prigionieri del passato, minacciati costantemente dal futuro: così sono condizionati a vivere i personaggi di questo profetico testo di Philip K. Dick, maestro del genere fantascientifico. Un eterno presente che è in realtà una retrotopia, come definita da Zygmunt Bauman, quella del ritorno al grembo materno, in quell'America culla della libertà, sulla quale Dick proiettava la paura del comunismo, la manipolazione capitalistica e il provincialismo della vita matrimoniale e borghese. Mai come in questi giorni, i temi di Time out of joint risultano strumenti versatili per descrivere la realtà sociale e culturale, l'indebolimento e la crisi del senso storico, il contrapporsi fratello contro fratello in un perpetuo meccanismo di seduzione e repulsione, dove ad averla vinta è sempre e solo la violenza, l'inconsistenza esistenziale, il ritorno nostalgico, il perpetrarsi dell'ingiustizia etica e soggettiva, la corsa al profitto. Ragle Gumm si muove per gradi verso conoscenza e consapevolezza, con il suo stile di interrogarsi e agire tra paranoico e oggettivo, un Hamlet che cerca continuamente un posto che non ricorda, un interruttore che non esiste, tra falsità temporali e contraddizioni fusionali. Dick ci mostra come egli torni in sé, da una posizione che sporge assolutamente fuori dal reale: "Perché io sono il centro dell'universo. Si comportano come se lo fossi. Si sono presi il disturbo di costruire intorno a me un mondo fittizio, per tenermi tranquillo”. Così la strategia di guerra psichica utilizzata nello scontro civile solimondisti-lunatici comporta l'invenzione di un passato che è simulacro, in quanto ricostruito sulle fondamenta di un futuro solo ipotetico; la realtà artificiale produce quindi uno pseudomondo difficile da abitare autenticamente, dove si mescolano dati, scenari, soggettività e bisogni. Lo studioso nella prefazione definisce questo racconto un ”testo mutante” e in esso si coglie che l'alter ego dell'autore è più un fool che un eroe tragico, poiché ha la chiave per capire l'inganno, ma è troppo alienato da potersene liberare senza regredire completamente. Di fatto, l'uomo dickiano e robinsoniano continua a desiderare di tornare indietro e la sua avventura metafisica non lascia spazio per esperire ciò che sta oltre il disegno, la speranza di una quiete che ondeggia, la trasformazione inedita di un nemico di pietra in un'ombra vuota. Infine, la filosofia visionaria di Dick può competere per illusione con tutte le impareggiabili “cose in cielo e in terra” shakespeariane, in una teoria dei mondi possibili che fluttua oscillando alle origini del fantastico. L'etimologia greca della parola paranoia rinvia all'idea dei confini della mente, alle sue aperture e frontiere e a volte attraversandoli, a volte uscendone, accade di incontrare le orme della verità nella creazione.

“Non riesco a capire. Tutto quello che so quello che vedo e quello che mi accade. Penso che stiamo vivendo in un mondo diverso da quello che vediamo, e penso di aver saputo esattamente, per breve tempo, qual è quell'altro mondo. Ma poi l'ho perduto. Da quella notte. Il futuro, forse”.
Patti067Patti067 wrote a review
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