Terra degli Uomini
by Antoine de Saint-Exupéry
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Francesco PlatiniFrancesco Platini wrote a review
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La grandezza di un mestiere è forse, in primo luogo, quella di unire tra loro gli uomini: esiste un solo vero lusso, ed è quello della relazioni umane.

E non si tratta di vivere pericolosamente. Questa formula è presuntuosa. Per la stessa ragione, non mi piacciono i toreri. Non è il pericolo che amo. Io so quello che amo. È la vita.

Consiglio la lettura di questo libro, che libera dalla visione limitata di Saint-Exupéry come autore del Piccolo principe. Si tratta di una fiaba universale, di un apologo, di un capolavoro. Ma è utile scoprire che il suo autore ha dedicato parole importanti anche al mondo reale.

Si abusa di espressioni “i tempi andati”, “una volta”. Per Terra degli uomini queste espressioni sarebbero valide. Perché non si tratta del diario di un laudator temporis actis, ma di una racconto di tempi davvero irripetibili: gli inizi.
L’avvento dell’aviazione civile, a cui Saint-Exupéry prese parte come pilota di aeroplani postale. La navigazione a vista, i contatti stabiliti solo via radio o via faro, la responsabilità totale del mezzo, l’apertura di rotte mai tentate.

Innanzitutto un’epopea di uomini. Molti non sono ritornati. E che hanno avuto l’ultimo momento di vita con i propri simili su un autobus notturno, pieno di fumo di sigarette e di uomini mezzi addormentati.
Saint-Exupéry racconta anche di loro, di quelli che non ce l’hanno fatta. E di cui non sconvolgeva tanto la morte, che si sapeva far parte del lavoro che si era scelto, quanto la mancanza avvertita più tardi, quella dell’amico che non era solo amico, ma vecchio amico, come un albero di cui si era attesa la crescita, una relazione, un legame insostituibile, perché richiede tempo per crearne uno nuovo, come per vedere l’albero crescere.

E poi la scoperta di un mondo. Saint-Ex racconta della Spagna, ma anche delle nevi dell’America del Sud, e del deserto africano, dove conobbe uomini, riscattò uno schiavo, e vagò per giorni ormai certo della morte.
Il volo non è solo una tecnica, un avventura del progresso, perché trova un cantore che dal suo lavoro, dal suo mestiere, ha tratto insegnamenti, ha imparato nuove prospettive.
Sul mondo e sulla parte che l’uomo occupa, insignificante rispetto a quegli spazi dove non è concesso di vivere stabilmente.
Ma soprattutto sull’uomo stesso: sollevarsi, sorvolare, atterrare per qualche ora, lungi dall’alienare, permette a Saint-Ex di comprendere meglio gli uomini, le differenze, tante, e le affinità, tantissime, che portano alla riflessione dell’ultimo racconto.

Concetti semplici, che si possono trovare facilmente triti e ritriti, o banali, ma che sono poi quell’essenziale che, lungi dall’essere invisibile agli occhi, è perfin troppo lampante, e si rivela con la sola condizione di essere capaci di riconoscerlo.

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Ma io me ne rido del disprezzo della mote. Se non trae le sue radici da una responsabilità accettata, esso non è che un indice di povertà o di eccesso giovanile. Ho conosciuto un giovane suicida. Dinanzi a questa triste messa in scena, non ho provato un’impressione di nobiltà, ma di miseria.

L’uso di uno strumento sapiente non ha fatto di te un arido tecnico. A me sembra che confondano il fine con i mezzi coloro che si fanno intimidire dall’eccesso dei nostri progressi tecnici. Ma la macchina non è un fine. L’aeroplano non è un fine: è uno strumento.
Che cosa sono i cent’anni della storia della macchina rispetto ai duecentomila anni della storia dell’uomo?


Ancora una volta, scopriamo che i naufraghi non siamo noi. I naufraghi sono coloro che aspettano. Coloro che sono minacciati dal nostro silenzio. Colore che già sono straziati da un abominevole errore. Non si può correre verso di loro.

Legati ai nostri fratelli da un fine comune, che si situa al di fuori di noi, solo allora noi respiriamo e l’esperienza ci mostra che amare non vuol dire guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione.