The Fall
by Juliet Macur
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Nel giugno del 2013, quando Armstrong si sta disfando della sua residenza imperiale in Texas per fare fronte alle cause milionarie, Juliet Macur è lì con lui, per intervistarne la fidanzata, i figli e per ascoltare l'ennesima versione della verità. Con l'eccezione di Oprah Winfrey, che ha ospitato l... More

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25
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Spoiler Alert
Francesco PlatiniFrancesco Platini wrote a review
02
“Possono portarmi via tutto. Ma è meglio che non tocchino la Livestrong. Cazzo, amico, cazzo! La Livestrong è l’unica cosa pura che abbia mai fatto.”

Nello stile del giornalismo americano d’inchiesta il libro ricostruisce la vicenda di Lance Armstrong. Non si tratta di un pamphlet scandalistico, l’autrice ha seguito per anni il ciclista e vuole darci una visione completa della sua storia, personale e sportiva.
L’inizio della narrazione ha una grande forza simbolica: Juliet Macur raggiunge Armstrong nel suo ranch in Texas mentre si accinge a traslocare, dopo aver messo in vendita la sua magione nell’estate del 2013 per avere denaro a disposizione in vista delle sue vicende giudiziarie che potrebbero portarlo a risarcire fino a centoventi milioni di dollari.

Quello che si ricava dalla lettura del testo è una storia diventata via via enorme combinando una serie di circostanze che, prese singolarmente, sarebbero state comunque negative ma non avrebbero prodotto quella che è stata definita come la più grande frode sportiva di tutti i tempi.
Il contesto è quello del ciclismo, in particolare del Tour de France al quale l’autrice, che pure è un’appassionata praticante di sport, non accorda fiducia, ricordando episodi di imbrogli e doping che risalgono agli albori della corsa gialla.

Basandosi su testimonianze e documenti, viene ricostruita la carriera di Armstrong, il cui rapporto con il doping è antecedente alle sette vittorie al Tour de France. Nel 1994, partendo dal presupposto che chi vince fa ricorso a pratiche illecite, Armstrong decide di considerarle parte integrante della sua vita di sportivo, alla stregua di allenamenti, diete, equipaggiamenti tecnici. Risale già a quel periodo il rapporto con Michele Ferrari, il medico italiano al centro di quasi tutte le questioni di doping in Italia – e il cui contatto con atleti di varie discipline emerge regolarmente (è lecito chiedersi come faccia a continuare a operare).
A quel periodo è legato un episodio sconcertante: nel 1995, quando il povero Fabio Casartelli morì per una caduta al Tour, la sua squadra, capitanata da Armstrong, riuscì a ottenere che non venisse eseguita l’autopsia.

In questi capitoli si può comprendere la dinamica del doping diffuso, di come divenne un sistema capace di generare una vera e propria mafia regolata da un’unica regola: l’omertà.
Accanto ad atleti, tecnici e dirigenti disposti a tutto pur di vincere, esiste un’infinita gamma di sfumature. Da chi cede al doping perché “così fan tutti”. A chi è costretto per mantenere il posto in squadra. A medici che preferiscono, con una declinazione estrema della coscienza professionale, gestire il doping dei loro pazienti per limitarne i rischi che ciarlatani e dilettanti possono provocare.

Dopo la guarigione dal cancro in fase avanzata diagnosticato nel 1996, Armstrong ritorna in sella con lo stesso metodo. Nemmeno una malattia potenzialmente fatale è stata in grado di far riflettere il ciclista sui rischi indotti dal doping, dall’assunzione di EPO e ormoni vari.
Nasce la leggenda di Armstrong vincitore di sette Tour de France con l’aiuto della squadra US Postal, costruita a sua immagine e somiglianza – ovvero: tutti erano tenuti a praticare il doping per poter aiutare il capitano in condizioni sempre ottimali.
Senza entrare nel dettaglio del doping sistemico, un aneddoto su tutti: la squadra di Armstrong vendeva le costose biciclette della propria dotazione tecnica per aver a disposizione denaro nero da investire in farmaci.

Macur ci fa conoscere le sfaccettature di Lance Armstrong. L’atleta osannato in tutto il mondo. Il filantropo della ricerca sul cancro. Il modello per molti malati. L’uomo d’affari geniale capace di strategie di marketing degne di una multinazionale, una sorta di lobbista con forti amicizie politiche. Il bullo rozzo e volgare, che letteralmente usa le persone e non si fa scrupoli di calpestare affetti e amicizie. L'agnostico convinto che le religioni siano solo ipocrisia (già).

Il personaggio si sgretola quando emergono le prime notizie sulle pratiche illecite. Malgrado le connivenze dell’UCI, l’Unione Ciclistica Internazionale di Verbruggen e McQuaid, la stampa americana che lo difende, le disponibilità finanziarie che gli permettono di difendere la sua immagine ed esercitare pressioni, Armstrong crolla nel modo più semplice: cade il muro di omertà che lo circonda. L'azione perseverante di persone guidate da principi etici o religiosi (come Betsy, la moglie del ciclista Frankie Andreu) che hanno voluto opporsi alla menzogna comincia ad avere effetto. Molti dell'entourage del texano parlano.
C’è chi lo fa per mera vendetta, come Floyd Landis. O chi, come David Zabriskie, perché ha preso coscienza personalmente del doping come frode e come pericolo per la salute.

Con effetto domino sempre più persone abbandonano l’eroe caduto, perde il sostegno della stampa, i soldi degli sponsor, fino a essere estromesso dalla Livestrong, la fondazione anticancro che lui stesso aveva creato e che aveva prosperato sull’onda dei successi sportivi.
Sono i funzionari dell’USADA, l’Agenzia antidoping americana, a far crollare Armstrong. Avvocati pagati pochissimo da un’agenzia che ha una minuscola sede a Colorado Springs e che ogni anno deve lottare per avere i finanziamenti governativi.
Seguono le ammissioni – qualcuno dice “le non-ammissioni” di Armstrong da Oprah Winfrey nel periodo in cui si chiude la narrazione.

La storia di Armstrong è molto complessa. Da un lato bisognerebbe stigmatizzare tutta la rete di complicità che ha avuto per anni, i cui responsabili non saranno mai colpiti. Del resto è sempre comodo dire “tutti colpevoli e nessun colpevole”.
Forse, in qualche modo, Armstrong paga per un secolo di storia del doping e per un periodo in cui era diventato una vera e propria industria che coinvolgeva praticamente tutti. Ma paga per il suo modo stesso di essere, che non ha saputo porsi dei limiti, che ha voluto sempre di più in termini di successo e denaro, che è stato ingeneroso verso moltissime persone.

Sconcertano gli atteggiamenti delle compagne degli atleti, nella maggior parte dei casi disposte ad accettare il doping dei fidanzati e mariti come una componente normale dello sport. Anche in questo senso, Armstrong non ha mai avuto al suo fianco una persona capace di opporsi. (Settembre 2014: sui giornali italiani si parla della questione Kostner-Schwazer e delle dichiarazioni lapidarie di Federica Pellegrini.)

Infine, Armstrong è pur sempre il fondatore di un’associazione che ha aiutato tantissimi malati di cancro e ha finanziato la ricerca. Questa è un’eredità che resta ed è incontestabile.
È nata, cresciuta e ha prosperato su bugie. È stata guidata da un uomo ambiguo, che ha anche tradito la fiducia e la speranza di tanti malati.
Eppure ha fatto del bene. Anche in questo libro così duro emerge chiaramente un amore e una dedizione sinceri di Armstrong per la sua fondazione.
Basta questo per assolvere Armstrong dalle sue malefatte sportive? E che dire del bene fatto con soldi guadagnati in modo disonesto? Una questione etica troppo complessa, rispetto ad altre raccontate nel libro per cui è più semplice discernere il bene dal male.