Tre camere a Manhattan
by Georges Simenon
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sandrasandra wrote a review
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Manuela OldaniManuela Oldani wrote a review
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Spoiler Alert
Non sapevo che questo romanzo fosse stato accostato a Hopper, anche se la copertina della mia edizione instradava in questa direzione. Però l'impressione, per chi conosce il pittore, è fortissima. Dopo aver letto diversi romanzi di diversi autori che descrivono sempre quella società newyorkese dei primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, posso dire che il filo che li lega è proprio la sensazione di un mondo che è crollato, di perdita di slancio verso il futuro, di presente elevato alla massima potenza e di edonismo. Oddio, non so se si possa definire edonismo, ma la ricerca dello sballo e del piacere è costante. Sigarette a catena, alcool a fiumi consumato a tutte le ore del giorno, notti insonni, musica e sesso casuale. Richiama anche le atmosfere della generazione X, di Fitzgerald, ma c'è più grigio, più solitudine (era possibile essere più soli di Gatsby allora!), più meschinità. Tutto questo per dire che questo romanzo di Simenon, scritto nel 1946 quando l'autore si era da poco rifugiato in Canada con la famiglia ma trascorreva molto tempo a New York per impegni di lavoro, dà un ritratto molto intenso di quell'atmosfera cupa e fumosa. Le prime pagine mi hanno subito catturato, Simenon è molto bravo nel suo mestiere e il modo in cui riesce a descrivere due solitudini immense, quelle del protagonista e della sua compagna improvvisata, due persone che anche stando in mezzo a un locale, persino chiacchierando con qualcun altro rimangono profondamente soli, è molto bello.

Questo è tutto ciò che mi è piaciuto del romanzo. La storia d'amore... non c'è. Nel senso che quella roba lì, per me, non è nemmeno lontanamente una storia d'amore. E' una relazione malata, disfunzionale, irrispettosa, abusante, portata avanti da due persone che sono così sole al mondo da attaccarsi l'una all'altro nella speranza di restare a galla così, di trovare nell'altro la forza di andare avanti. Ora, mi si può dire che la mia idea dell'amore non deve per forza essere quella degli altri, ma io ritengo anche che ci dovrebbero essere dei minimi requisiti per poter dare l'etichetta amore, se no può essere amore anche quello che provo per il caffè alla mattina. Io non posso definire amore ciò che non ha rispetto per l'altro, i suoi bisogni e le sue volontà. François Combe, il protagonista maschile della storia, è talmente egocentrico e possessivo che della volontà di Kay, o Kathleen, non si interessa minimamente. La picchia, geloso del suo passato, ma le mette le corna con disinvoltura e, nel momento più "romantico", praticamente le promette che lo farà ancora. La seconda volta che fanno sesso la stupra. Lei piange, lui se ne frega. Nemmeno chiede scusa a posteriori. Lei gli chiede di chiamarla Kathleen, lui persiste nell'usare il nome Kay come se lei non avesse mai detto nulla. E' amore, questo? Certo, mi si può dire che il libro è del 1946, era la mentalità dell'epoca, lei infatti accetta tutto con un sorriso, sta ben sottomessa, quando la picchia addirittura commenta "Povero caro", come se fosse lui a stare male e non lei presa a pugni. E io sono d'accordo, alcune persone anche oggi hanno questo genere di relazioni abusanti, però arrivati nel 2021 dovremmo dare, ritengo, il giusto nome alle cose: relazioni abusanti, appunto, e non amore.

Il romanzo diventa, col passare delle pagine, sempre meno incisivo. Ho trovato gli ultimi due capitoli totalmente deliranti, direi alcolici. Certamente non romantici. Voltata l'ultima pagina mi è rimasto un senso di insoddisfazione, di "Cos'ho letto? Dove voleva andare l'autore e perché mi ha persa a metà strada?"

Scritto bene è scritto bene. Non il migliore Simenon ("La camera azzurra", per me, è di un altro livello), ma gradevole, scorrevole, con un buon ritmo. Grazie a dio non è l'unico libro di Simenon che ho letto. Se non avessi alle spalle altri suoi capolavori più riusciti (a mio parere, chiaro) non l'avrei più avvicinato.

Sono poi sempre disturbata dall'autobiografico inserito nei romanzi. Chiariamo, ogni autore scrive di ciò che sa, che vive e che sente. Ma questo romanzo è mooooolto autobiografico e Kay è la trasposizione della donna che diventerà prima l'amante e poi la seconda moglie di Simenon. Pare che la loro relazione fosse molto simile, che lui avesse scoperto con lei questa meravigliosa gelosia retroattiva furibonda che identificava con un segno dell'amore vero, passionale, travolgente. L'ha sposata, nella realtà, dopo averci fatto un figlio, un po' obbligato dalla legge americana dell'epoca, e ci ha trascorso una bella fetta della sua vita, continuando a piantarle corna con qualsiasi donna respirasse nel raggio di cinque metri. Ecco, a volte vorrei che gli scrittori stessero fuori dai loro romanzi perché faccio fatica ad apprezzarli, quando mi accorgo che credono in ciò che scrivono come a qualcosa di positivo. Non è un caso, quindi, se tutte le relazioni in Simenon, o almeno in questo libro e in alcuni altri che ho letto, seguono lo stesso copione. Mariti padroni, egoisti e traditori, mogli sottomesse, amanti che sorridono sperando di diventare le nuove mogli sottomesse. Manca decisamente l'ossigeno, nella vita di coppia secondo Simenon.
Jess78Jess78 wrote a review
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Gabe57Gabe57 wrote a review
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Un Simenon diverso
E minore