Trilogia di Holt
by Kent Haruf
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All Reviews

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GiuGiu wrote a review
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Ipnotico
Premessa: si dice che Haruf piace a tutti. Quando mi si presenta in prestito l'elegante cofanetto, ne approfitto per fare un assaggio.
Entro in una dimensione ipnotica e arrivo senza pena in fondo alla trilogia. La prima cosa che noto è lo stile, molto simile a quello di Cormac Mc Carthy (già il titolo mi ricordava la sua Trilogia della frontiera): i dialoghi sintetici e non virgolettati, azioni, gesti, parole e descrizioni che si mescolano in un flusso liquido molto libero, all'apparenza poco governato dallo scrittore. La scrittura è asciutta, gli aggettivi pochi e le similitudini riservate soprattutto ai paesaggi. L'andamento costante è, appunto, ipnotico: tutto si appiattisce nel flusso lento del tempo e dei dialoghi laconici, le esperienze più feroci e quelle minime finisce che si equivalgono. Ma se in Cormac Mc Carthy l'andatura è quella del cavallo, con il suo ritmo regolare ma incalzante e vario di passo-trotto-galoppo (per metafora, intendo, perché intanto è la mente del lettore, le sue emozioni, che viaggiano), in Kent Haruf è l'andamento, diciamo, del tagliaerba, che va assiduo avanti e indietro, macinando strisce di prato nel giardino polveroso di Holt, senza intoppi. O è il ritmo di un cuore che pulsa, che al massimo aumenta un po' i battiti, o rallenta e si ferma per sempre.
Cosa succede a Holt? Bravi uomini anziani muoiono. Donne in gamba si prendono cura degli altri. Ragazzini giudiziosi vengono maltrattati di brutto. I cattivi sono molto cattivi. Per scavare un pochino nelle situazioni è evidente l'espediente dei personaggi messi a coppie (due fratelli, madre e figlia, il vecchio e il giovane) che si confrontano su quello che gli capita. Niente è problematico, tutto è normale. Nessuno stupore. Non nelle COSE raccontate (che sono sempre le stesse, umane, cose da migliaia di anni), ma nel COME vengono raccontate. Nella Trilogia di Holt non c'è questo senso di stupore. C'è molto pudore, c'è tenerezza, a volte durezza, a volte noia. Forse questo è il motivo per cui è rassicurante per i lettori: ci si affeziona, ci si sente a casa, perché siamo tutti erba dello stesso giardino. Tutto è semplice, la superficie è limpida, bianca o nera, ma mancano i toni del grigio, le ombre, il buio e la luce improvvisa e... lo stupore.
Non so. Rileggendo non è molto chiaro quello che ho scritto, ma meglio di così non mi viene. Tutto questo per dire che per me non è un capolavoro, ma una lettura piacevole.
SFranzSFranz wrote a review
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Che siano benedetti!
Benedizione – pubblicato nel 2013, un anno prima della morte dell’autore – è il terzo romanzo della Trilogia di Holt o della Pianura; il primo è Plainsong (Canto della pianura) del 1999, seguito nel 2004 da Eventide (Crepuscolo) che è il secondo. Benché, per tutti i romanzi che compongono la trilogia, i fatti narrati avvengano nell’immaginaria cittadina (anche contea) di Holt in Colorado, ogni libro può essere affrontato senza bisogno di una lettura necessariamente sequenziale.
Il questo terzo volume si raccontano gli ultimi mesi – mesi estivi – di vita del vecchio Dad Lewis. Fin dalle prime righe il suo destino è segnato dal “brutto male” e – lui ne è consapevole – l’epoca dei progetti è per lui finita non gli rimarranno e rimangono che i ricordi e gli affetti familiari della moglie Mary e della figlia Lorraine. Ci sarebbe anche il figlio Frank, più giovane della sorella di tre anni, ma se n’è andato a Denver (capitale del Colorado) poco più che adolescente perché era ben conscio che, in quell’ambiente campagnolo e provinciale, abitato sì da brave persone, oneste e lavoratrici, ma non certo di larghe vedute, le proprie tendenze omosessuali non sarebbero state comprese né, tanto meno, tollerate. Attorno alla famiglia Lewis ci sono altre famiglie, altri personaggi, tutti con le loro storie più o meno (più che meno) dolorose; storie già successe o che si riveleranno nel corso del romanzo. I piani temporali della narrazione sono perciò essenzialmente due: il presente e il passato che non riguarda soltanto Dad Lewis ma anche altri personaggi come Alene Johnson e il Pastore, il reverendo Rob Lyle. Di questo passato a volte vengono narrati interi episodi, altre solo brevi e ripetuti accenni qua e là (come il dramma della piccola Alice che vive con la nonna perché la mamma è morta di cancro al seno; o della stessa Lorraine la cui figlia è stata uccisa in un incidente da un pirata della strada). Sono storie di una comunità, storie molto umane e commoventi che a tratti ricordano La commedia umana (1943) di Saroyan (1908-1981) ma anche Faulkner (1897-1962). Lo stile e la tecnica narrativa è quella del “mostrare” più che “raccontare”, prevalgono quindi i dialoghi accompagnati da descrizioni talvolta suggestive.
Sul piano del presente, del racconto attuale, sorgono alcune piccole perplessità sulla congruenza del testo: nel cap. 17 vengono descritti i festeggiamenti del 4 Luglio mentre nel cap. 25 il Pastore Lyle in chiesa dice “Ma ciò che voglio dirvi ora, qui a Holt, in questa calda mattinata di giugno” ma se si è fatto un capitolo precedente parlando dei fuochi d’artificio per festeggiare il 4 luglio, siamo ritornati a giugno (e non è un flash back)? Ancora: al cap. 29, a pag 185 si legge: “Ormai era tardo pomeriggio.”, due pagine dopo raccontando lo stesso fatto “... in mezzo alla campagna in pieno giorno.” Ma, allora, era “tardo pomeriggio” o “pieno giorno”? Non credo le due espressioni possano considerarsi sinonimi. Piccole sviste di cui un redattore (o editor, come va di moda definirlo adesso) alla Casa Editrice avrebbe dovuto accorgersi.
ClaudioClaudio wrote a review
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Quegli Stati Uniti mitici e inconfondibili
Non è propriamente facile recensire unitariamente i volumi della trilogia di Holt, se non con una sola parola: la saga della cittadina di fantasia, più reale di quanto si vorrebbe credere, è un capolavoro.
Una crogiolo in cui si condensa il più perfetto Hopper e il miglior Lynch.
BENEDIZIONE
L'ultima estate di Dad Lewis è poesia, è letteratura dipinta.
E' un libro sobrio, vero, preciso, tagliente, implacabile, senza fronzoli, senza orpelli.
E' la verità nuda e cruda, è la vita ed è la morte.
Kent Haruf affronta i temi delle relazioni umane e delle scelte morali estreme, senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia.
CANTO DELLA PIANURA
Le vite dei personaggi di Holt si intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di rimpianti e d'amore.
In Canto della Pianura, Haruf descrive magistralmente e ancora più poeticamente il lento scorrere degli eventi, l'attesa di una nuova vita, la beatitudine innocente della vecchiaia, la solitudine di ognuno. Il libro si fa sentimento permeando la carta stampata: ci si affeziona ai due tenerissimi ragazzi, Ike e Bobby, ai burberi solitari fratelli McPheron che saranno però la salvezza di Victoria e della bambina che porta in grembo e ti trovi circondato da tutto il canovaccio di personaggi che ti sembra di farne parte.
CREPUSCOLO
L'inno alla vita che continua e progredisce, in barba al titolo e alla morte di Harold, uno dei fratelli McPheron ormai assurti al ruolo di vicini che tutti vorrebbero avere. Ci sono tutti e ne arrivano di nuovi: da DJ, ragazzino solo e solitario che si occupa del nonno, alla famiglia Wallace, beota, ritardata e povera alla quale verranno tolti i bambini. Nonostante per la prima volta entri in scena la disgrazia umana - intesa come l'antitesi della grazia dell'essere umano secondo Haruf, quella fiducia incrollabile in tutti gli uomini - è l'apoteosi della rinascita: Raymond si riprende dalla morte del fratello, abbandona la solitudine e conosce l'amore; Victoria e Katie sono al sicuro, la madre ha preso in mano la propria vita e anche qui l'amore entra in gioco, così come pure tra i piccoli DJ e Dena. E' tutto un trasformarsi e divenire.
Il libro raschia via gli orpelli dello stile e depone i fronzoli della retorica, scava fino alla fondamentale struttura della vita: ecco, si ha come l’impressione che nella vita non smetta mai di iniziare.
***2019.05.28 - I brevi commenti di cui sopra probabilmente contengono pensieri di altri commentatori e/o autori che hanno recensito Holt, a cui mi sono ispirato e di qualcuno dei quali ho riportato fedelmente le parole. Se avete tempo a disposizione, come Valentina D. (nei commenti), potreste farvi un giro in rete e trovarli. ***
Sere MoSere Mo wrote a review
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Canto della Pianura ****
14 giugno 2017 - 18 giugno 2017

Nonostante la scelta dell'editore, che lo considera il secondo libro della trilogia, ho deciso di iniziare la lettura da Canto della pianura, il primo scritto dall'autore.

Holt è una cittadina (inventata) degli Stati Uniti, molto simile​ suppongo a tante altre cittadine.
Fra le sue strade si sviluppano le storie delle persone che lì vivono. Storie semplici, quasi banali. Eppure, nonostante la semplicità delle storie che vi sono narrate, questo libro è magico: mi ha avvinta dopo poche righe e non mi ha più lasciata.
Stamattina (come ogni tanto mi capita) mi sono svegliata alle 3: non riuscivo più a dormire e Canto della pianura mi ha tenuto compagnia; alcuni dei personaggi che lo popolano sono straordinari e mi hanno fatto commuovere, facendomi trovare con le lacrime agli occhi. I McPheron, che sembrano tanto burberi e dimostrano invece una sensibilità e una dolcezza incredibili; i piccoli Ike e Bobby, così soli e in cerca di affetto; la professoressa Maggie Jones, generosa e pronta ad aiutare una ragazza in difficoltà.

Dato che generalmente non mi piace leggere di seguito più libri di uno stesso autore, avevo pensato di fare una pausa tra un libro e l'altro della trilogia dedicandomi ad altre letture, ma dopo aver finito questo credo che andrò avanti con gli altri, sperando che siano altrettanto belli.

Crepuscolo ****
18 giugno 2017 - 19 giugno 2017

Sulla quarta di copertina di questo volume c'è un commento di Alessandro Piperno: "La contea di Holt non esiste sulla carta geografica del Colorado. Eppure sarei pronto a trasferirmi". Anch'io lo farei e, se potessi, sceglierei di vivere nella fattoria dei fratelli McPheron. Una vecchia casa in legno, scolorita e con segni di umidità nelle stanze, ma riscaldata dai McPheron. Due fratelli dal carattere ruvido, induriti da una vita difficile e da un lavoro faticoso, ma capaci di compiere gesti gentili e di trattare con dolcezza chi ha bisogno di aiuto.
Ho finito di leggere questo libro in poco più di un giorno, perché mi era impossibile staccarmi dalle sue pagine; ho dovuto arrivare fino in fondo per scoprire come sarebbero finite le vicende dei personaggi, vecchi e nuovi, che popolano la cittadina di Holt.
Ho ritrovato la magia di una scrittura limpida, ricca di emozioni, di gesti di affetto appena accennati eppure potentissimi. In diverse occasioni, durante la lettura, mi sono trovata ad avere contemporaneamente il sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi, a desiderare di finire il libro per scoprire cosa sarebbe successo e nello stesso tempo sperare che la lettura durasse per sempre per non dover abbandonare i personaggi che ho imparato ad amare.

Benedizione ****
19 giugno 2017 - 24 giugno 2017

Terzo e ultimo libro di quella ideale "trilogia" pensata da NN Editore.
Questo romanzo si discosta parecchio dagli altri per la tematica affrontata: la vita e la morte di un uomo; i suoi ricordi, i suoi errori, il suo desiderio ormai irrealizzabile di porvi rimedio.
Rispetto ai precedenti ha perso molto del "racconto corale" delle vite di un'intera (anche se piccola comunità) e devo ammettere che mi sono mancati i personaggi degli altri libri, a cui avevo finito per affezionarmi.
È comunque un bellissimo romanzo, nonostante lasci alla fine un profondo senso di tristezza.

Ritengo Haruf un ottimo autore, per la capacità di descrivere stati d'animo e sensazioni con poche parole, semplici e lievi e per aver saputo creare un mondo che, pur non esistendo, è talmente credibile da sembrare vero.
SunriseSunrise wrote a review
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jonnybegoodjonnybegood wrote a review
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BiancamaraBiancamara wrote a review
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Spoiler Alert
Benedizione - Canto della pianura - Crepuscolo

Benedizione


Quando si chiude l’ultima pagina di questo romanzo, non si avverte alcuna catarsi; al contrario: ci si sente contaminati, se così si può dire, da una malinconia che è propria delle cose che finiscono. La mestizia dell’inevitabile, mi viene di definirla.
L’incipit è fulminante. Il dottore, dopo la visione dei risultati di alcuni esami clinici, annuncia a Dad Lewis che non ha buone notizie per lui. E già qui si apre una gora. Per chiunque abbia avuto l’esperienza di aspettare, per sé o per chi gli sta a cuore, la sentenza di un’indagine medica. L’immedesimazione è istantanea e, da subito, si diventa Dad, si diventa sua moglie e sua figlia.
Dad vive nella cittadina di Holt, Colorado, e assieme a sua moglie Mary, (e poco dopo a sua figlia Lorraine che torna per essergli accanto) si appresta a vivere la sua ultima estate. Un’estate calda, in cui, per fortuna, la sera si alza una brezza leggera per stabilire una requie che è solo apparente.
Dad ha anche un figlio, Franck, del quale però si sono perse le tracce sebbene aleggi a mo’ di fantasma (o meglio, simile a un enorme irrisolto di coscienza) in parecchie pagine del romanzo.
Nella casa accanto, l’anziana vicina Berta May vive con sua nipote Alice, orfana di madre e col padre latitante, e da questa bambina - dalla sua giovinezza, dal suo affacciarsi al mondo - sono attratti tutti, comprese le due Johnson, altre vicine, Willa - anziana madre e vedova - e Alene - sua figlia, passato da professoressa e con molti rimpianti. Si incrociano a questi personaggi anche il reverendo Lyle, trasferito a Holt da Denver per qualche motivo disciplinare di cui poi verremo a conoscenza, e la sua famiglia.
Il ritmo è piano, essenziale, sebbene inesorabile, giacché si assiste a una specie di sospensione dovuta al lento disfacimento di Dad, fisico ed emotivo, e all’amorevole cura di sua moglie e di sua figlia.
In buona sostanza, non avviene un granché.
Eppure, proprio in questo “non avvenire”, si snoda la vita che, il più delle volte, non è fatta di colpi di scena, ma di piccole abitudini consolatorie, di riti salvifici necessari a scongiurare l’horror vacui della fine di ciascuno. Haruf non ce lo scongiura: ce lo schiaffa davanti, ce lo fa vedere senza scampo e senza fronzoli. E non ci dice mai cosa pensano i personaggi. Li fa agire e parlare, li muove nello spazio o li siede in poltrona, però noi sappiamo perfettamente quali sono quei pensieri: sono gli stessi che avremmo noi, esattamente quelli.
A un certo punto, Dad, chiede a Lorraine di accompagnarlo in macchina a fare un giro per Holt e dintorni. Esce in vestaglia, le dice di andare piano, ché non c’è fretta. Finiscono davanti al suo negozio di ferramenta. Parcheggiano. Dad osserva da lì i suoi commessi, il normale andamento di un giorno qualsiasi. In quel negozio ci ha passato la vita intera. Scoppia a piangere, poi il giro riprende per le campagne intorno Holt. Una volta a casa, ecco cosa dice.


“Era soltanto una sciocchezza, disse poi Dad. ecco cos’era.
Che cosa, tesoro?
Prima, davanti al negozio, quando mi sono messo a piangere. Ecco perché sono crollato. Era la mia vita quella che stavo vedendo. Quel piccolo contatto tra me e un’altra persona, una mattina d’estate, dietro il bancone. Scambiare due parole. Tutto qui. E non era niente.”


E non è questo il pensiero di ogni vita? Una piccola cosa. Niente. Eppure, niente di più importante.


Canto della pianura - ovvero: Voglio i McPheron per vicini


Guthrie.
Ike e Bobby.
Victoria Roubideaux.
E i meravigliosi fratelli McPheron, Harold e Raymond.
Haruf, in questo Canto della pianura affida a loro il dipanarsi della storia che li coinvolge e li lega gli uni agli altri.
Se Benedizione è una canzone di morte, Canto della pianura è quella della vita, con la giovane Victoria che sta per mettere al mondo un figlio, Guthrie e i suoi figli, Ike e Bobby, e la moglie Ella che se ne va, per qualche oscura ragione che è sospesa, non detta, ma di certo le procura un malessere che la allontana dalla sua famiglia. Victoria rimane incinta da un ragazzetto poco affidabile che sparisce (per poi fare ritorno, ma senza convinzione), e grazie all’aiuto della sua insegnante, Maggie Jones, collega di Guthrie, trova accoglienza dai fratelli McPheron, due allevatori anziani, silenziosi, che aprono la loro casa alla ragazza e imparano, assieme a lei, un nuovo modo di condividere e di “comprendersi”, laddove a questo termine diamo un’accezione letterale: del contenere in sé, accogliere lo spirito altrui e custodirlo.
Lo stile si arricchisce, il lessico è meno scarno, rigoglia sotto le spinte dell’esistenza che si spiega, perfino quando assistiamo all’autopsia di un cavallo (pagine tremende nella loro esattezza) o al ritrovamento del corpo di una vecchia signora vissuta sola, nell’abbandono di una congerie di cose inutili ammucchiate negli anni.
Haruf possiede il dono di raccontare vite insignificanti, non si arruffiana il lettore con colpi di scena e improbabilità. È questa la sua forza,a dispetto dei lettori che si aspettano sempre fuochi d’artificio e bizzarrie che siano da stimolo per voltare pagina con smania. Qui si vuole continuare a leggere per cogliere le delicatezze della normalità, le piccole variazioni dello spirito che affrontiamo noi tutti quando ci mescoliamo agli altri.
Ci sarebbe da eccepire il fatto che questi personaggi sono fin troppo teneri, i guizzi della cattiveria Haruf non ce li mostra, se non a tratti, quasi fossero incidenti di percorso. Ma ho l’idea che forse quest’era la sua idea di vita: fidarsi e affidarsi. Una cosa che abbiamo perso in molti, giacché non abbiamo la fortuna di abitare a Holt, e di fratelli McPheron, in vita nostra, probabilmente non ne abbiamo mai incontrati.


Crepuscolo


Ragazzi miei, qui non si tirano le fila.
A pagina 86, ho chiuso un attimo il libro e ho detto ad altra voce, “Eh, no. Porca miseria. No”.
F., che era accanto a me a leggere per i fatti suoi, mi ha guardato e mi ha chiesto: “No che cosa?”.
“È morto Harold”, gli ho risposto.
“Sono certo che te ne farai una ragione”, ha detto rificcando il naso nel suo libro.
Ma più che a farmene una ragione io, pensavo a Raymond. Lui, proprio lui, che aveva vissuto in pratica tutta la vita con suo fratello, in quello sperduto ranch assieme alle mucche, ai vitelli e ai cavalli, con Victoria e Katie a Fort Collins, lui, povero vecchio, se ne sarebbe fatta una ragione?
Eccola la grandezza di Haruf: farti preoccupare per un vecchio solo in un ranch ai margini di Holt.

La fiducia del prossimo che affiora nella sua scrittura è tale che perfino davanti ai gesti di furore e di violenza di Hoyt verso Joy Rae e Richie, i figli dei disgraziati Betty e Luther, mi veniva da chiedermi che razza di problema si doveva portare quel tipo in corpo da fargli perdere così tanto le staffe con due ragazzini. Come se il “male” non fosse mai solo “male”, ma conseguenza di una ferita infetta che genera una pietas anche nei confronti di un carnefice che si vorrebbe prendere a manate.
Così come la rabbia che si prova quando Luther si ritrae per la cinghiata al collo e lascia che Hoyt continui a battere i suoi figli, mentre Betty se ne sta di là sul letto a urlare. Chiaro che poi glieli levino e li diano in affidamento.
Eppure è proprio con le lacrime di Rose Tyler, l’assistente sociale che si è occupata della faccenda, che termina il romanzo.
Con il suo dolore per essere stata testimone al colloquio di quei due poveracci con i bambini - finalmente ben accuditi, al sicuro in una casa estranea - e del fatto che non hanno trovato di meglio che parlare dei loro malanni, perché non avevano niente da dire. Sa benissimo che i bambini non verranno mai ridati a loro. Se ne staranno con gli affidatari fino ai diciott’anni o fino a quando non scapperanno via. Non c’è salvezza per Betty e Luther. Non c’è salvezza neanche per Joy Rae e Richie che guardano i loro genitori incapaci di raccontare alcunché, ma solo di offrire qualche biscotto e restarsene seduti a bocca chiusa.

Certo, Raymond scopre l’amore - o qualcosa che gli assomigli - proprio assieme a Rose, ma Haruf scompiglia solo le carte, ci dà un contentino, non c’è consolazione.


“E loro erano ancora seduti insieme nella stanza, in silenzio, il vecchio con questa donna gentile fra le braccia, in attesa”.


In attesa di cosa? Cos’è che attendono quei due? Quale grazia?
Si può stare vicini, stringersi, ma il buio si avvicina e scende la notte.
E noi , prima che questi arrivi e inghiotta tutto, vorremmo sapere cosa ne sarà di DJ, appena un ragazzino che si prende cura dell’unica persona che si ritrova, un nonno anziano e malaticcio, quando quest’ultimo non ci sarà più e lui ha visto partire l’unica amica che aveva, Dena, assieme a sua madre Mary Wells, un altro genitore imperfetto che per una manovra disattenta, dovuta al turbamento d’aver incrociato l’uomo che l’ha mollata in un supermercato, fa un incidente spaventoso procurando alla ragazzina una cicatrice atroce sulla faccia.

C’è redenzione? Ci sarà Holt per DJ?

Crepuscolo. È il momento in cui la luce si dissolve.
Non uno di quei bei tramonti da cartolina, piuttosto un incedere lento di ombre che sono là, appena a un passo dal divano di Raymond e Rose. E dal nostro, porca miseria.